Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 26/05/2012, a pag. 35, l'articolo di Domenico Quirico dal titolo " La primavera tradita dei giovani egiziani ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 50, l'articolo di Antonio Ferrari dal titolo " L'ombra dei Fratelli musulmani su Israele ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'editoriale dal titolo " Pane e Corano ". Dall'UNITA', a pag. 14, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo " I primi passi della democrazia. Indietro non si torna".
Ecco i pezzi:
La STAMPA - Domenico Quirico : " La primavera tradita dei giovani egiziani "
Domenico Quirico
Piazza Tahrir: che tragico spreco di piccole vite eroiche, quanto scialo inutile di germinale sanguigna giovinezza! Una rivoluzione, tanta furia e tanto fuoco, le pietre, le barricate, la battaglie davanti al ministero dell’interno, il Palazzo imprendibile, i morti: in nome della dignità, della esigenza di essere liberi e del rifiuto della corruzione. Quegli occhi neri lucidi stupendi dei ribelli adolescenti, le risate di getto, argentine, insolenti, divine come una folgore fuor di un nuvolone, l’eco dei gemiti e singhiozzi del dolore umano prima che diventi urlo, rivolta disperazione e non resti eguale e sepolto nel cuore di tutti. C’era, è vero, in quel lampeggiare di vite di destini di speranze molto loglio ma , insieme, parecchio buon grano. Era, come sempre, una prova pericolosa di eccessiva felicità.
Cosa resta? Alla fine a battersi per la presidenza dell’Egitto, se le prime indicazioni saranno confermate, il candidato (di riserva) dei Fratelli musulmani e un uomo del regime, la faccia del potere militare, il sosia del deposto Mubarak, sacrificato perché ingombrante e impresentabile, il passato che non passa, che non muore. «Far cadere il regime», lo slogan di tutte le rivoluzioni arabe, Internet, non bastava: senza un chiaro programma di quanto sarebbe dovuto venire dopo. Sono un’eco i discorsi che ci scaldavano allora, ancora nel primo anniversario di quel rinascere, tutto razzi e lampi e scatti e colori: i Paesi-gabbia dove vivono 300 milioni di musulmani sembravano spalancarsi per forza interna. Era, dicevano, la nuova «Nahda» l’ennesimo e finale rinascimento. Invece la Città, che arde e sfavilla, domani sarà vuota di forza come un cuore che si schianta, solo con un feroce orgoglio pieno di fiele e di noia.
Sì, è difficile oggi esser ottimisti sulla rivoluzione egiziana, sulla primavera araba che un anno ha già fatto invecchiare, il rinnovamento svanisce nel buio, il Paese che nasce da quella stagione fiammeggiante sembra più vecchio del padre, più assuefatto al lato oscuro del Male arabo. Tutte le putrefazioni politiche sono messe in fermento. Nel parlamento eletto a gennaio (e che deve scrivere la nuova costituzione) dominano la frigida Fratellanza musulmana, l’islamismo di legulei e di burocrati. Trionfa la loro astuta gesuiteria che li ha tenuti, prima, lontani dalla piazza, e poi li ha guidati a rubare il Potere agli altri, ai ragazzi che avevano penato e si erano battuti. Alla fine ogni cosa è stata sistemata a modino. L’esercito, i birri di una mafia affaristica travestita dal patriottismo, controlleranno come prima il bottino miliardario. Nel patto, ormai evidente e infame, agli islamisti sono date in appalto la società e il potere. Potenze cariche di avarizia e di ingiustizia, i generali e i tartufi della Santa Politica, gli unici sopravvissuti alle «indipendenze confiscate», come diceva il politico algerino Ferhat Abbas. Certo: ognuno dei due è pronto a romperlo, quel patto, quando un giorno il vantaggio non sarà più reciproco. Era una alleanza inevitabile, coloro che agiscono per dissimularsi finiscono con l’imparare a fiutarsi. Ma per ora funziona, perché serve a schiacciare i detestati, scomodi ragazzi di Tahrir, la società civile, il Mondo nuovo. Ai tetri becchini islamisti, con la loro costola salafita, spetterà il lavoro sudicio e quotidiano di soffocare lentamente, senza far troppo chiasso (l’ipocrisia occidentale non vuol essere turbata nei suoi accomodamenti), quella rivoluzione pregna di altre rivoluzioni, il suo entusiasmo, la sua verginità spirituale, la virtù di sognare. Perché questo fu la Primavera araba, una sobillazione miracolosa di giovani, del quinto elemento del mondo, l’unica classe rivoluzionaria che ci è rimasta. Non sopravviverà a questa potatura atroce.
Oggi è di nuovo il momento dei piccoli macchiavelli della moschea, a parole anche loro rivoluzionari, ma non come i ragazzi e le piazze: non per muovere la vita, ma per bloccarla. Il termidoro islamico avanza ovunque. Anche in Tunisia la gioia della primavera si appanna, ecco di nuovo l’aggrapparsi al passato; il doppiopetto e le cravatte esibite dai nuovi dirigenti davanti agli ospiti occidentali, non ingannino. Torna la favola della grandezza salafita o la compiutezza di un islam detentore della verità assoluta, l’uso del passato come identità, un museo di illusioni che interessa solo gli arabi. L’orizzonte si rinchiude. Ed è l’Egitto il tassello decisivo, perché è stata la duplicazione della rivolta nelle piazze del Cairo e di Alessandria che ha dato a un evento limitato la dimensione di un sisma generale.
Vinceranno questi politicastri viscidi, con le loro vecchie terapie cincischiate rimesse fuori con una certa aria di pulitezza e di comodità? Ci sono cuori dove certe parole lasciano il bruciore per sempre. Erano liberi e nuovi. Lo spirito di rivolta è giovane, più che giovane è adolescente: sopra ogni mezzo, al di là di ogni mezzo.
CORRIERE della SERA - Antonio Ferrari : " L'ombra dei Fratelli musulmani su Israele "
Antonio Ferrari
Le elezioni presidenziali egiziane regalano quattro fredde certezze: la strana coppia di favoriti, il laico e l'islamico dissidente, sono stati sconfitti; i Fratelli musulmani conquistano il primo posto e già preparano i festeggiamenti per una storica vittoria; il secondo posto tocca sorprendentemente a un generale del vecchio apparato di Hosni Mubarak; si dovrà andare al ballottaggio per conoscere il nome del primo presidente nominato secondo le regole della democrazia.
È una gelida doccia di realismo quella che scende sul Cairo, e che cancella le immagini sfocate di troppe ingenue speranze. I ragazzi di piazza Tahrir volevano cambiare il mondo dando l'assalto al cielo. Non intendevano accettare che il loro Paese fosse stretto tra le parentesi della Fratellanza e delle Forze armate. Era rassicurante puntare su un saggio signore di 76 anni, Amr Moussa, ex ministro degli Esteri ed ex segretario della Lega Araba, diplomatico, laico, guardato con sospetto dalla potente casta militar-affaristica; oppure scegliere il tranquillo sessantenne Abdel Moneim Aboul Fatouh, che dopo 35 anni di militanza tra i Fratelli musulmani aveva deciso di lucidare il suo ego, presentarsi candidato alle presidenziali, e subire l'espulsione dal movimento per evidente e intollerabile disobbedienza. Invece no. Le macchine organizzative dei due grandi poteri del Paese sono riuscite a prevalere. Il candidato dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, è saldamente in testa, ed è seguito dal generale dell'aviazione Ahmed Shafiq, che è poi l'ultimo primo ministro nominato da Mubarak, prima di venir defenestrato. La «primavera araba» egiziana, che ha portato una salutare ventata di libertà e di democrazia in un Paese asfissiato dalla povertà dei troppi e dalla corruzione dei pochi, produce quindi un quadro elettorale davvero inatteso, se si considera che nelle prime posizioni si colloca persino uno scrittore nasseriano laico e di sinistra, Hamdeen Sabahi.
È chiaro che si dovrà attendere il ballottaggio, ma ormai è non solo possibile ma probabile, anzi quasi sicuro che la Fratellanza ottenga una chiara vittoria. Con conseguenze assai serie. Il rischio di una graduale, o addirittura immediata imposizione della sharia, la legge del Corano interpretata in chiave restrittiva, tradirebbe non soltanto lo spirito e i valori della «primavera del Cairo», ma creerebbe una situazione di potenziale e pericolosa instabilità: interna e internazionale. Basti pensare che tra i Fratelli, nonostante le sbandierate promesse di moderazione, sono in tanti a voler cancellare il trattato di pace di Camp David. E a riaccendere un clima di guerra con Israele, che per decenni era stato scongiurato dal coraggio di Sadat e dal realismo di Mubarak e delle Forze armate egiziane. Tema, quello della necessità di preservare e proteggere la pace con lo Stato ebraico, che era stato sostenuto con onestà e chiarezza da Amr Moussa durante la campagna elettorale. Ora non resta che attendere l'epilogo di una storia che pareva già scritta.
Il FOGLIO - " Pane e Corano "
Fratelli Musulmani
E’il grande fascino della sharia. A guidare la corsa per la presidenza egiziana, dopo aver agguantato la maggioranza del Parlamento, è Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani. Non un islamista che vuole passare per un “liberale”, ma un pio, un rivoluzionario, un riformatore dei costumi, un ingegnere con la barba, un movimentista il cui messaggio in campagna elettorale è stato, martellante, che “l’islam è la soluzione”. Morsi nel 2004 guidò le manifestazioni contro Miss Egitto e nel 2007 ha fatto inserire nel programma della Fratellanza la clausola “iraniana”, ovvero la creazione di un giureconsulto religioso che affianchi i legislatori nelle materie sociali e civili. Appena alcuni giorni fa Morsi aveva esclamato: “La sharia sia la fonte della costituzione”. La massa indistinta del popolo egiziano è con lui. Una Pew poll di pochi mesi fa dice che il 60 per cento degli egiziani vuole la legge islamica, l’84 vuole la pena di morte per chi lascia l’islam, il 77 dice che i ladri devono subire il taglio della mano e l’82 che le adultere devono essere lapidate. Morsi, se eletto, cercherà di far indossare il velo alle donne, opprimerà le differenze sessuali, aggredirà la pace con gli ebrei, della libertà ha un concetto di cui non fanno parte la certezza del giudizio, la libertà di vestirsi e di scrivere e leggere come si vuole. E’ la forza e il fascino dei Fratelli musulmani, che ambiscono non soltanto a governare, ma a cambiare la società e l’individuo in nome di un ordine ideologico, dottrinario, totalitario. Per diventare un “fratello”, un ikhwan, si deve superare un percorso di otto, lunghissimi anni. Sono in guerra con l’individualismo, il modernismo, il consumismo, il vizio, il materialismo, il giudaismo, il cristianesimo, il soggettivismo, il razionalismo. Dividono la realtà in due: vero e falso, luce e tenebre, spirito e materia, islamico e non islamico… Il paese faro del mondo islamico, per decenni incastonato dentro alla gabbia sicura del realismo arabo, si avvia verso un moto d’orgoglio antioccidentale, teocratico, antagonista. Gli islamisti terranno di conto il turismo e i posti di lavoro, ma non dimentichiamo che il loro motto, più che “panem et circenses”, è sempre stato pane e islam, pacchi di farina e Corano.
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " " I primi passi della democrazia. Indietro non si torna "
Umberto De Giovannangeli
Udg vede in maniera positiva il risultato delle elezioni in Egitto. Secondo lui si tratta di democrazia, un passo 'avanti' rispetto a Mubarak.
Il fatto che i Fratelli Musulmani ottengano questo successo non ha nulla a che vedere con un futuro democratico per l'Egitto. Udg si legga le analisi di Quirico e Ferrari pubblicate in questa pagina della rassegna, legga il commento di Valentina Colombo (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=44662) e il ritratto del candidato dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=44652) pubblicati in altre pagine della rassegna IC di oggi. Si renderà conto che la sua visione è distorta.
Ecco il pezzo:
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