Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 11/05/2012, in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " La rivolta siriana lasciata a se stessa si trasforma in terrorismo ultra radicale". Da LIBERO, a pag. 17, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " La strage in Siria è anche colpa dell'Occidente ". Dal GIORNALE, a pag. 17, l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " Strage senza precedenti sconvolge Damasco. E ora Al Qaida fa paura ".

Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - Daniele Raineri - " La rivolta siriana lasciata a se stessa si trasforma in terrorismo ultra radicale"
Daniele Raineri
LIBERO - Carlo Panella : " La strage in Siria è anche colpa dell'Occidente "

Carlo Panella
Cinquantacinque: tante sono le vittime dell'esplosione di due autobombe, deflagrate ieri mattina nella periferia sud di Damasco, nelle vicinanze dell'incrocio al Qazaz, affollato di impiegati diretti al lavoro e studenti. Ben 372 sono stati i feriti, alcuni gravissimi. Tra le vittime, molti i bambini che stavano recandosi alle elementari. Le esplosioni hanno provocato due crateri dal diametro di 10 metri. Non è ancora chiaro se si sia trattato di attentati kamikaze o se le autobombe siano state fatte esplodere con un telecomando. Ovviamente, i media del regime hanno martellato sulla responsabilità dei rivoltosi siriani. Ma all'unisono, tutte le organizzazioni della resistenza inclusa la Free Syrian Army, l'esercito clandestino dei ribelli, hanno decisamente smentito questa attribuzione: «È un atto criminale e terroristico che danneggia la rivoluzione e serve solo al regime». Resta, in pura via d'ipotesi, la pista di terroristi di Al Qaeda, ma l'obbiettivo scelto - un quartiere popolare della periferia - e le vittime mietute - pacifici cittadini e studenti - non rivestono nessuna simbologia da "infedele" peri terroristi islamici. t dunque attendibile la tesi dell'opposizione: un attentato - e non ilprimo - messo asegno dallo stesso regime, in una logica di "strategia della tensione" mirante a screditare l'opposizione e creare nella popolazione un clima di accettazione passiva e timorosa dello status quo. Al conto delle vittime di ieri, si aggiunge la cifra impressionante dei caduti da quando, il 12 aprile, è entrata in vigore la tregua proposta da Kofi Annan e accettata, pro forma, dal regime e dai ribelli: un totale di 849 morti, tra i quali 628 civili, 190 militari lealisti (evidente segno di una non accettazione della tregua da parte anche dei rivoltosi) e 31 disertori delle Forze Armate passati ai ribelli. A fronte del palese fallimento della tre -gua, si rafforza la pressione, innanzitutto della Turchia, ma anche della comunità internazionale, per inviare non i 300 osservatori previsti da Annan, ma ben 3.000 osservatori delle Nazioni Unite. «Anche armati», come ha ipotizzato ieri il nostro ministro degli esteri Giulio Terzi. Ma per arrivare a questo, è indispensabile una ri -soluzione dell'Onu, che non passerà mai nel Consiglio di Sicurezza, a causa del persistente veto della Russia e della Cina. Si protrae e si consolida dunque il clima di totale impotenza della comunità internazionale a fronte di una crisi politica, militare e umanitaria che coinvolge non un Paese marginale, ma quella Siria che da sempre, e ancora più oggi, è il baricentro politico (fu la sede del primo Califfato) e delle tensioni di tutto il Medio Oriente (regimi contro popoli, asse Iran-Siria contro Arabia Saudita e Paesi del Golfo, sciiti, contro sunniti, e soprattutto poveri contro ricchi). Non solo, quella siriana non è una rivolta seguita da un golpe militare come in Tunisia, Egitto e Yemen. È una rivoluzione, con il sangue versato di una rivoluzione, ad opera di contadini poveri, di proletari, di povera gente contro i benestanti (inclusi molti sunniti). Il dramma è che a fronte di questa crisi, Barack Obama, Onu e Nato mettono palesemente in campo... solo la propria impotenza. Peggio, l'assoluta assenza di una dottrina, di una strategia. Assistiamo solo a interventi verbali, a vane e generiche proposte di intervento che nessuno sa imporre alla Russia, alleata di Beshar al Assad. L'opposti di quanto fatto in Libia. La riprova che nell'era Obama, la democrazia nel pianeta ha perso il suo secolare punto di riferimento: gli Usa.
Il GIORNALE - Fausto Biloslavo : " Strage senza precedenti sconvolge Damasco. E ora Al Qaida fa paura "
Fausto Biloslavo
Damasco colpita a morte dal terrorismo con enormi colonne di fumo che si alzano verso il cielo e crateri nell'asfalto larghi dieci metri, come se fosse stata bombardata. I terroristi suicidi si sono fatti saltare in aria ammazzando 55 persone e ferendone 373, compreso un numero imprecisato di bambini che i genitori stavano portando a scuola. Una follia del terrore che scatena accuse reciproche fra il governo del presidente Bashar Assad e l'opposizione armata. La vera domanda da farsi, davanti al carnaio, è: a chi giova una strage del genere in stile Al Qaida? Sicuramente ai terroristi che puntano al caos totale,come nell’Iraq del dopo Saddam. Con l'obiettivo di ritagliarsi un ruolo e fregare tutti spingendo Assad e i ribelli nel baratro di una guerra civile senza ritorno per raccoglierne i frutti sanguinosi. Fra questi gli arsenali di armi chimiche, che in uno scenario fuori controllo lostesso Pentagono teme finiscano in mano ad Al Qaida.
Un furgone imbottito di tritolo e un'utilitaria con centinaia di chili di tritolo sono esplosi ieri mattina a Damasco. Teo ricamente l'obiettivo doveva essere il comando della divisione dei servizi di sicurezza nel quartiere Qazan, periferia meridionale della capitale. La scelta dell'orario mattutino, un classico dei terroristi suicidi, e la posizione vicino al trafficato incrocio di una superstrada ha provocato una strage di civili e adolescenti che stavano andando a scuola. Un testimone ha parlato di 11 bambini uccisi.
Le decine di macchine accartocciate ed in fiamme, i feriti allucinatied i resti di corpi umani disseminati ovunque dimostrano la forza delle esplosioni. La tv di Stato aggiornando il bilancio delle vittime non specifica quanti siano i militari. È l'attentato più grave da quando è iniziata la rivolta armata contro Assad, avvenuto non per caso il giorno prima del venerdì di preghiera e di protesta. Il gruppo militante «Rivoluzione siriana 2011» incita via Facebook alla sollevazione nella capitale. Il governo siriano continua a fare di tutta l'erba un fascio, accusando i ribelli di essere stragisti dominati da Al Qaida. L'Esercito libero siriano, composto dai disertori, e il Consiglio nazionale, cartello dell'opposizione sempre più diviso, accusano i governativi di mettersi le bombe da soli, come in passato.
In realtà la stessa intelligence americana è convinta che gli ultimi grossi attentati siano stati perpetrati proprio dai resti di Al Qaida, che hanno trovato riparo in Siria dopo la sconfitta in Iraq. Per anni i servizi di Damasco chiusero un occhio sui volontari della guerra santa che andavano a combattere gli americani a Bagdad.
Un mese fa James Clapper, direttore della National intelligence Usa, è stato chiaro ammettendo che al Qaida «ha infiltrato l'opposizione » siriana. A Homs, una delle roccheforti della rivolta, è nato in gennaio il «Fronte Al Nusra per proteggere il Levante» con la bandiera nera dei terroristi e l'obiettivo di abbattere Assad. Il gruppo ha rivendicato le bombe di Aleppo, dove vivono i cristiani e un sanguinoso attentato a Damasco in marzo. In un attacco suicida ad Al Midan, in gennaio, un loro kamikaze Abu Bara al Shami si è fatto filmare, come da manuale, annunciando «l'operazione di martirio». Lo stesso Ayman al Zawahiri, successore di Osama bin Laden, ha inviato un messaggio di sostegno alla rivolta siriana. Questo non esclude che gli aspiranti suicidi possano venir manipolati dalle forze in campo, per gettare discredito sull'avversario, e aiutati dall'estero, Paesi del Golfo in testa. I veterani, però, si sono fatti le ossa in Iraq e hanno un piano preciso. Prima di tutto cavalcare la rivolta araba e ritagliarsi fette di territorio come avevano fatto con la provincia irachena di Anbar. Poi mettere le mani sugli arsenali siriani, a cominciare dalle armi chimiche e dai missili a spalla anti aerei. Secondo Thomas Countryman, assistente del segretario di Stato, «la prima priorità e metterli in sicurezza (gli arsenali). La seconda distruggerli per evitare che vadano finire nelle mani dei terroristi».
In questa esplosiva situazione è confermata la partenza di 15 militari italiani come osservatori Onu in Siria. E il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, non esclude «l'ipotesi » di «una forza più robusta, fino a 2-3mila uomini. Una missione armata capace di garantire la protezione di alcune aree e la sicurezza degli osservatori, oggi affidata al governo siriano».
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