Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 01/12/2011, a pag. 20, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " La facile profezia del voto egiziano agli islamici ". Dalla STAMPA, a pag. 21, l'articolo di Domenico Quirico dal titolo "I Fratelli musulmani: abbiamo vinto noi ", preceduto dal nostro commento. Dall'UNITA', a pag. 34, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo " Dal Cairo a Casablanca. Se l’onda lunga islamica porta alla democrazia ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " La facile profezia del voto egiziano agli islamici "
Fiamma Nirenstein
Negli anni ’50 dall’Egitto, quando i Liberi Ufficiali presero il potere con Nasser alla testa, tutto il Medio Oriente divenne preda del panarabismo nazionalismo, con le sue guerre, il suo odio anti occidentale, il suo furore filo sovietico. Ora, sta cominciando con le elezioni in Egitto un’altra era, quella del rinnovato potere islamico, ha il volto della vittoria di ieri della Fratellanza Musulmana alle elezioni.
Non poteva andare diversamente, le speranze che la fila davanti ai seggi egiziani volesse dire modernità, attesa di un domani di libertà sono andate in fumo non appena i primi risultati sono venuti alla luce: la quota presa dai Fratelli Musulmani, sotto forma del Partito Giustizia e libertà, ne fa di gran lunga il primo partito con una percentuale fra il 40 e il 50 per cento,mentre al secondo c’è Al Nour, un raggruppamento ancora più estremista, salafita, ultra religioso.
Il Blocco Egiziano di cui fanno parte Egiziani Liberi, Tagammù e Egitto Social Democratico, i laici, prendono circa il 22%. Sono dati riferiti a un terzo della popolazione che comprende 85 milioni di cittadini, ma il loro significato è evidente. Il governo militare si vanta che l’affluenza alle urne del 70%dimostra che l’Egitto dà un grande segnale di partecipazione democratica. Però si dice che tanto gli interessa la democrazia da aver aiutato in ogni modo i partiti religiosi. L’affluenza ha portato alla vittoria un Partito che della libertà ha un concetto di cui non fanno parte parità dei sessi, certezza del giudizio, bando della pena di morte, libertà di vestirsi, di alimentarsi, di scrivere e leggere come si vuole. Stavolta peccato che le votazioni siano un cavallo che si monta solo per imporre la propria legge. Nata dal pensiero di Hassan Al Banna nel 1928, la Fratellanza pensa che l’Occidente abbia corrotto l’Islam per opprimerlo, e che recuperato alla sua purezza potrà riconquistare l’egemonia. Il motto è: «Allah è il nostro fine, il Profeta è il nostro leader, il Corano la nostra legge, la jihad la nostra strada, morire sulla strada di Allah la nostra speranza».I Fratelli Musulmani e Al Nour hanno vinto la prima tornata. Cosa significa una vittoria della Fratellanza, unica forza organizzata? I Fratelli intendono presentarsi come un interlocutore degno degli aiuti internazionali promessi. Ma in breve tempo la sharia non ammette repliche, e possiamo prevedere che non sarà cortese con i copti; che imporrà il bando sulla musica, i divertimenti, gli alcolici, i vestiti occidentali. Le donne soffriranno per la poligamia, le mutilazioni genitali, l’oppressione. Gli omosessuali avranno vita dura. Potrà prevalere un atteggiamento ostile verso Israele, anche se è difficile dire se verrà cancellato il trattato di pace. Dipende da noi e da Obama moderare le peggiori tendenze.
La STAMPA - Domenico Quirico : " I Fratelli musulmani: abbiamo vinto noi "
Domenico Quirico
Domenico Quirico crede ancora alla bontà delle rivoluzioni laiche, lo dimostra la citazione finale di Nasser : " Un ragazzo, disperato, sdraiato su un tappeto sudicio nel disfatto accampamento di Tahrir, ieri ripeteva: «Avremmo bisogno di un nuovo Nasser, ma dove lo troviamo?». ". Nasser non fu un esempio di democrazia. Anzi, fu la radice dei mali dell'Egitto. Non ci sono dittature laiche buone e dittature teocratiche cattive, tutte le dittature sono da combattere.
Ci auguriamo che Quirico lo comprenda presto.
Ecco il pezzo:
Si vede che i tempi stanno mutando. I Fratelli musulmani sono sempre stati, per metodo e per necessità, discretissimi (hanno sperimentato le benevolenze dei commissari di polizia di Nasser, Sadat, Mubarak), ma questa volta hanno annunciato con un comunicato secco secco, già da padroni, di essere i vincitori della prima fase delle elezioni del dopo Mubarak. Meticolosi, i Fratelli, fino a enumerare nel silenzio dei dati ufficiali (rinviati a oggi) la nuova geografia politica del Paese: «Il nostro partito della Libertà e della giustizia (Plj) è in testa seguito da al Nour (i salafiti); terzo il Blocco egiziano». Vero, verissimo: nei nove governatorati dove si è votato lunedì (17,5 milioni di elettori su 50, 168 seggi in palio) i Fratelli, secondo i primi dati, sono al 50%, i salafiti sfiorano il 20%. Cifre, se confermate, da sbaragliare anche la più allenata immaginazione. Plj ha dominato nelle zone rurali. Ma ad Alessandria i «taleban», che hanno minacciato di dichiarare infedele chi vota per cristiani e laici, sono arrivati addirittura al 24% e sono il primo partito a Kafr al Sheikh nel Delta.
Ieri pomeriggio al caffè Groppi dove nei tavolini è rappresa la veneranda storia del Cairo, gli abitudinari scrutavano un cliente intento al suo succo di frutta. Lunga barba, il pantalone corto sulle caviglie, il salafita sembrava un grosso gatto soddisfatto e goloso venuto a prender possesso delle nuove proprietà. Inutile dedicarsi alla casistica delle differenze dottrinali tra l’islam dei moderati e quello degli intransigenti. Certo: i salafiti vogliono lo Stato islamico, la denuncia del trattato di pace con Israele e la rinuncia agli empi miliardi di aiuti americani; i Fratelli si affannano a sfumare, tranquillizzare. È un gioco delle parti, alla fine faranno alleanza. Da decenni si frequentano, in strada e in galera. Il Potere li unirà per creare ai vinti guai memorandi.
Il partito di dio ha ben ragione di pensare che anche qui il vento della storia gonfi le vele delle loro speranze e dei loro assunti. Li conforta il calamitoso risultato dei liberali e gauchiste del Blocco egiziano guidato dal magnate cristiano Naguib Sawiris; arenato, pare, al 16%. Risultano, questi liberali nostrani, monotoni, insipidi, divisi. Hanno realizzato quote decenti, sembra, solo nei quartieri residenziali. Quelli dei ricchi. Che è quasi una colpa. E poi è difficile battere un partito che ogni venerdì può organizzare centomila comizi. Nelle moschee del Paese. Le tribolazioni di questo Egitto liberale sembrano destinate a perpetuarsi sotto nuova forma.
Certo, questa è solo la prima fase di elezioni diluite e bizzarre dal punto di vista costituzionale, studiate apposta per consentire al Consiglio militare che ha controllato finora il dopo Mubarak di avere il tempo di correggere, se necessario, un voto sgradevole. O meglio: di avviare con i vincitori i mercanteggiamenti necessari a mantenere i propri privilegi e abbuiare le decennali connivenze con Mubarak.
Difficile però aggirare l’impressione che il più popoloso e il più decisivo Paese del mondo arabo si avvii come le altre Primavere di quaggiù sulla strada del potere islamico.
Mohammed Morsy, che dirige Giustizia e libertà, ha già messo le carte in tavola: «È la maggioranza parlamentare che formerà il governo e sarà di coalizione. Noi non rivendichiamo uno Stato islamico». Addendo che non conforta il consiglio militare che invece intendeva mantenere fino al prossimo anno il diritto di scelta del governo. Ieri i generali hanno avviato «consultazioni», sfumando a domani l’entrata in carica del premier designato, Ganzouri, uno stagionato voltagabbana dei tempi di Mubarak, dai capelli posticci come le sue promesse di nuovo.
Ora sono di fronte i due rivali veri, l’esercito e gli islamici. È scomparso il terzo incomodo, piazza Tahrir e i suoi rivoluzionari, i veri sconfitti. Mentre gli egiziani commentavano i risultati elettorali, la piazza era ormai semivuota, esausta e sbracata, dopo una battaglia notturna a colpi di bastone e di molotov che ha provocato decine di feriti. Ma questa volta non era contro i gendarmi e i nemici della rivoluzione, ci si è battuti contro ambulanti e ramazzaglia che avevano trasformato il luogo dei martiri in un sudicio e ambiguo bazar.
Per domani c’è ancora un appello alla mobilitazione. E lo sceicco della università islamica di al Azhar si è offerto di far da mediatore tra i militari e la piazza, per offrir loro una via di uscita onorevole. Ma la rigenerazione di un mondo è risultata un compito leggermente superiore a quanto questi ragazzi avevano previsto, per cui non basta qualche blog e un po’ di bric-à-brac rivoluzionario. Hanno sciupato e esaurito la loro energia, dilapidato la loro iliade. Un ragazzo, disperato, sdraiato su un tappeto sudicio nel disfatto accampamento di Tahrir, ieri ripeteva: «Avremmo bisogno di un nuovo Nasser, ma dove lo troviamo?».
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Dal Cairo a Casablanca. Se l’onda lunga islamica porta alla democrazia "

Fratelli Musulmani, la situazione degli egiziani con i Fratelli Musulmani
Bravo Udg, scambiare per democrazia l'onda islamista prodotta dalle 'primavere arabe'.
La sharia che cosa ha in comune con la democrazia? Udg saprebbe spiegarlo ai suoi lettori?
Facciamo notare a Udg che anche Adolf Hitler venne eletto democraticamente nel 1933, questo non cambia il fatto che fu un dittatore criminale. Le elezioni non testimoniano necessariamente democrazia. I risultati elettorali in Egitto danno per vittoriosi i Fratelli Musulmani, seguiti dai salafiti. Questo non significa democrazia, ma solo che gli egiziani dopo Mubarak sono passati dalla padella alla brace.
Ecco il pezzo:
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