Egitto, continuano le manifestazioni a Piazza Tahrir. Tutti i quotidiani italiani di oggi danno ampio rilievo alla notizia. Segnaliamo (ma non riportiamo) i commenti di Vittorio Emanuele Parsi (La Stampa), Franco Venturini (Corriere della Sera), l'analisi non firmata sulla prima pagina del Foglio.
Riportiamo da LIBERO di oggi, 22/11/2011, a pag. 16, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Governo in fuga e 40 morti. Ma che primavera d’Egitto... ". Dal GIORNALE, a pag. 15, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " Basta balle sulla Primavera. Più che rivolta fu vero golpe ". Dalla STAMPA, a pag. 15, l'intervista di Maurizio Molinari a Robert Springborg, ex direttore dell’American Research Center del Cairo, dal titolo " Le forze armate devono cedere o saranno travolte ". Dal MANIFESTO, a pag. 2, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo " L’esito della seconda rivoluzione egiziana è nelle mani dei Fratelli musulmani ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
LIBERO - Carlo Panella : " Governo in fuga e 40 morti. Ma che primavera d’Egitto..."
Carlo Panella
Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Basta balle sulla Primavera. Più che rivolta fu vero golpe "
Gian Micalessin
C’era una volta la rivoluzione. E i suoi cantori. Uno dei primi e più stonati fu Nichi Vendola. L’11 febbraio scorso, elettrizzato dal golpe dei militari e dalla detronizzazione di Hosni Mubarak, si lanciò in un’incontenibile elegia. «È un momento di condivisione della gioia del popolo egiziano. Diciassette giorni e tanto sangue versato sono il prezzo di un cambiamento epocale.... cadono le teste dei tiranni e il Mediterraneo torna ad essere crocevia della speranza» sentenziò il Nichi di Bari censurando «la volgarità della classe dirigente italiana, incapace di esprimere anche una sola parola di solidarietà».
Nove mesi dopo eccoci qua. Mentre la piazza torna a ribellarsi i militari mostrano il loro vero volto. Non quello di salvatori della patria, come credeva Nichi Vendola, ma di grande casta pronta a «cambiare tutto per non cambiare nulla ».Pronta a sacrificare con l’aiuto e la solidarietà di Barak Obama l’ingombrante Hosni Mubarak per sostituirvi il potere opaco e invisibile dei propri generali. Ma il Nichi nazionale è buona compagnia. Alla grande illusione della primavera araba ha contribuito tutta la sinistra. Dai suoi leader ai suoi militanti, fino ai suoi profeti nazionali e internazionali. Basta ricordare il sorridente Pier Luigi Bersani che lo scorso luglio stringe la mano ai campeggiatori di Piazza Tahrir. Oppure Sean Penn volto simbolo del movimento progressista internazionale volato anche lui il 30 settembre nella stessa piazza per ricordarci che «tutto il mondo deve trarre ispirazione dalla richiesta di libertà e coraggio dell’Egitto ». Invito preceduto il 24 agosto da un articolo sull’Espresso di Massimo Cacciari in cui si vaticina per l’Italia non un governo dei professori, ma una rivoluzione in stile egiziano. «Ricercatori, laureati, nuove professioni, free lance: milioni di giovani sono oggi da noi, e non solo in Italia, fuori da caste e palazzi. C’è da credere o temere che la loro pazienza sia ai limiti, come lo era quella dei loro colleghi maghrebini e egiziani. Come i loro colleghi d’oltre mare, si riconosceranno e si convocheranno attraverso le loro reti, le loro strade immateriali». Purtroppo d’immateriale in Egitto c’è solo la rivoluzione. Per capirlo bastava squarciare il velo di banalità regalatoci da chi celebrava una rivolta cresciuta sulle ali di internet e Faceboock. Quella rivolta era solo l’illusione di sparuti groppuscoli di liberali e democratici divisi e numericamente inconsistenti. Groppuscoli guidati da personaggi ancor più irrilevanti a livello di consenso popolare come l’ex presidente dell’Aiea Mohammed El Baradei o Amr Moussa, un ex ministro protagoniste di troppe foto ricordo al fianco di Hosni Mubarak, Ben Ali e Muhammar Gheddafi. Eppure le anime belle della nostra sinistra continuavano ad attribuire a quel marasma diviso e incoerente la capacità di regalare all’Egitto democrazia e progresso. E con la stessa spocchia liquidavano come fole islamofobiche i suggerimenti di chi avvertiva che dietro l’esile punta di lancia liberale si muoveva il ben più coeso e inquadrato movimento dei Fratelli Musulmani.
I generali egiziani possono ora ringraziare la miopia di tutte queste anime bel-ledellasinistra occidentale. Grazieachi s’illudeva che il loro non fosse un golpe, ma un semplice calar di brache, hanno avuto 9 mesi di tempo per giocare impunemente tutte le loro cartucce. Prima hanno civettato con i Fratelli Musulmani illudendoli di voler spartire con loro, unica grande forza concorrente, il potere. Poi quando i salafiti lasciati liberi di agire dai servizi di sicurezza hanno incominciato ad attaccare i quartieri cristiani e inneggiare alla sharia hanno allungato una mano ai terrorizzati leader dei groppuscoli liberali. E approfittando delle loro paure hanno patteggiato un accordo sulla costituzione capace di preservare la tradizionale egemonia dell’esercito sulla politica. E così mentre la grande scena progressista internazionale continua a cullarsi nel mito della rivolta liberale, dei militari buoni e dei musulmani moderati la scena egiziana mostra la sua autentica immagine. Quello di una spietata lotta per il potere dove le elezioni, se mai si faranno, saranno solo un intermezzo verso il sanguinoso regolamento di conti finale tra i fratelli musulmani e i generali. Quello di un paese trasformatosi dopo la caduta di Hosni Mubarak in un campo di battaglia su cui nessuno è più in grado né d’imporsi, né di
governare.
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Le forze armate devono cedere o saranno travolte "
Maurizio Molinari, Robert Springborg
La gente è scesa in piazza in Egitto perché i generali vogliono ipotecare la transizione democratica»: a sostenerlo è l’arabista Robert Springborg, ex direttore dell’American Research Center del Cairo oggi docente alla scuola internazionale della Us Navy a Monterey in California.
Quale è la genesi dei gravi scontri in corso a Piazza Tahrir?
«La violenza nasce dal fatto che gente sta protestando contro i militari perché i generali che lo governano dalla caduta di Mubarak tentano di porre dei precisi limiti alla transizione verso un sistema democratico basato sulla volontà popolare».
Di quali limiti si tratta?
«I generali sono al potere in Egitto dal 1952 e sanno che al termine della transizione in corso dovranno cederlo per la prima volta ai civili. Per questo tentano adesso di imporre condizioni ovvero di ottenere la garanzia che il controllo dell’esercito, del bilancio militare e delle scelte sulle questioni inerenti alla sicurezza nazionale resteranno nelle saldamente loro mani».
Quali sono state le conseguenze di tale richiesta?
«Ha fatto saltare l’intesa di facciata fra militari e islamisti frutto della caduta di Hosni Mubarak. I Fratelli musulmani non vogliono dare tali assicurazioni ai militari e sono stati i primi a iniziare le proteste, a cui adesso si stanno unendo anche le componenti più laiche della società egiziana».
Quanto è forte l’intesa fra le due anime della protesta?
«Gli errori commessi dai generali sono riusciti a unificare islamici e laici perché le diverse forze politiche hanno in comune la volontà di andare alle urne al più presto, votare ed eleggere chi governerà il Paese nei prossimi anni».
Come finirà il braccio di ferro a Piazza Tahrir?
«I generali dovranno fare un passo indietro perché sanno bene che se la transizione democratica dovesse fallire sarebbero loro i primi a essere travolti dalle manifestazioni popolari. L’unica garanzia di sopravvivenza che i militari hanno è legata al successo della transizione che inizierà la prossima settimana con la prima fase delle elezioni per il nuovo Parlamento nazionale. Se dunque dovessero decidere di andare allo scontro con la piazza potrebbero avere una vittoria di breve durata perché in poche settimane diventerebbero l’obiettivo delle stesso tipo di manifestazioni che travolsero il regime di Hosni Mubarak».
Ciò significa che i militari devono rinunciare a conservare il controllo dell’esercito?
«È un esito inevitabile. I generali hanno solo due scenari davanti: essere parte integrante della transizione verso una democrazia compiuta, subendo il conseguente ridimensionamento della loro influenza politica, oppure venirne letteralmente spazzati via, aprendo il campo a un Egitto dominato dai Fratelli musulmani, dagli islamici».
Il MANIFESTO - Michele Giorgio : " L’esito della seconda rivoluzione egiziana è nelle mani dei Fratelli musulmani "
Michele Giorgio Fratelli Musulmani
L'articolo di Michele Giorgio ha il pregio di essere l'unico a specificare in maniera chiara e lineare che, scappati i militari, in Egitto arriveranno gli islamisti. Ma l'evoluzione islamista dell'Egitto viene definita 'la chiave del successo' della rivoluzione egiziana. Niente di più diverso dal vero. Gli egiziani, con i Fratelli Musulmani, passeranno dalla padella alla brace. Da una dittatura laica a una teocrazia stile Iran. Non è proprio possibile definire 'successo' questa metamorfosi, nè leggerla in chiave 'democratica'.
D'altra parte questa è la linea del comunista MANIFESTO, dimentico persino di quella che definivano ideologia 'laica'. oggi trasformata in teocrazia. Che fine !
Ecco il pezzo:
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