Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 17/11/2011, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Che ne è del dialogo palestinese se il tecnico e il rais se ne vanno? ". Dal MANIFESTO, a pag. 8, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo " Prove di dialogo per la pace ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " Che ne è del dialogo palestinese se il tecnico e il rais se ne vanno?"
Mahmoud Abbas, Salam Fayyad
Il MANIFESTO - Michele Giorgio : " Prove di dialogo per la pace "
Michele Giorgio
Michele Giorgio scrive : "A chiedere la testa di Fayyad – gradito ad americani ed europei – è stato Hamas che lo ha accusato più volte in questi ultimi anni di aver «favorito» il blocco israeliano della Striscia di Gaza e di aver avallato in Cisgiordania operazioni di sicurezza contro gli attivisti del movimento islamico, in collaborazione con l’Esercito israeliano. ". Hamas sarebbe un 'movimento islamico'? E' così che si definiscono i terroristi della Striscia? Un po' poco per un gruppo che lancia razzi quotidianamente contro la popolazione israeliana e che mira alla distruzione dello Stato ebraico. Un'associazione terroristica riconosciuta tale anche da Usa e Onu.
Giorgio continua : "Un dirigente di Fatah, che ha chiesto l’anonimato, ci ha spiegato la decisione di AbuMazen di riconciliarsi definitivamente con Hamas come una reazione alle politiche di colonizzazione di Israele e alla linea dell’Amministrazione Obama che, appiattita sulle posizioni di Netanyahu, sta facendo il possibile per impedire l’adesione piena della Palestina alle Nazioni unite e ad altri importanti organismi internazionali.". Obama non è 'appiattito sulle posizioni di Netanyahu'. Ma è ovvio che, pur essendo uno dei presidenti Usa più filo islamici dai tempi di Jimmy Carter, sa bene di non potersi schierare contro l'unica democrazia del Medio Oriente.
Giorgio scrive : "L’unico dirigente di Fatah che appare in grado di battere il candidato alla presidenza di Hamas è Marwan Barghouti, (...) Contro la sua liberazione si è schierato Netanyahu. Il premier israeliano non sembra aver alcuna intenzione di dare una mano a Fatah ed Abu Mazen. ". Marwan Barghouti è l'architetto della seconda Intifada. E' un criminale che sta scontando diversi ergastoli per assassinio. Nemmeno Hamas era interessato alla sua liberazione e, infatti, non fa parte dei 1027 terroristi rilasciati. Netanyahu si è schierato contro la sua liberazione perchè è uno dei criminali più crudeli e perchè, una volta uscito, avrebbe chiaramente ripreso con la sua 'attività'. Questo non ha nulla a che vedere con la presunta volontà di indebolire Abu Mazen (in che modo, poi?).
Ma Giorgio continua : "Sa che una vittoria di Hamas alle prossime elezioni palestinesi favorirebbe il suo disegno di ritardare il più possibile la creazione d uno stato palestinese accanto a Israele. Avrebbe l’opportunità di rifiutarsi di avviare contatti con una «organizzazione terroristica». ". Netanyahu è favorevole alla nascita di uno Stato palestinese, ma attraverso il raggiungimento di un accordo con dei negoziati. Giorgio insinua che a Israele faccia comodo un'ipotetica vittoria di Hamas alle elezioni perchè questa rallenterebbe ulteriormente i negoziati. Il che è assurdo per diverse motivazioni. In primo luogo i negoziati erano fermi anche con il 'moderato' Abu Mazen. In secondo luogo un governo di Hamas nella Striscia e in Cisgiordania non sarebbe di certo positivo per Israele. Significherebbe razzi quotidiani anche dalla Cisgiordania. Ma Giorgio è troppo concentrato sulle sue teorie complottiste per rendersi conto della situazione.
Ecco il pezzo:
Il presidente dell’Anp AbuMazen e il leader in esilio del movimento islamico Hamas, Khaled Meshaal, si incontreranno al Cairo il 23 novembre. Ad annunciarlo, ieri a Ramallah, è stato lo stesso Abu Mazen che si è detto impegnato ad «attuare tutti gli sforzi per accelerare l’accordo di riconciliazione » tra il suo partito, Fatah, e il movimento islamico Hamas. «Faremo ogni sforzo per velocizzare la risoluzione delle questioni in sospeso, in primo luogo le elezioni presidenziali, politiche e del Consiglio nazionale palestinese, e la formazione di un governo di indipendenti per organizzare il voto e la ricostruzione della Striscia di Gaza», ha spiegato il presidente dell’Anp. Che poi ha sottolineato che «Deve esserci una sola decisione palestinese e una solo voce palestinese per voltare la pagina nera della divisione». È la volta buona? Siamo davvero vicini alla fine della divisione politica e territoriale tra palestinesi? Fatah e Hamas ufficialmente si sono «riconciliati» lo scorso 4 maggio quando, a sorpresa, firmarono un accordo volto a risolvere la divisione tra Gaza, sotto il controllo del movimento islamico dal giugno 2007, e la Cisgiordania (o meglio, una porzione di essa) controllata da Fatah, anche se il governo in carica a Ramallah formalmente è composto da tecnici ed indipendenti.
Quell’accordo però non èmai stato applicato, per divergenze sul nome del premier del futuro governo di unità nazionale e per le pressioni di Israele e di vari paesi occidentali su Abu Mazen.
Ora le due parti sarebbero giunte di nuovo a un passo dal formare un esecutivo «nazionale» e hanno anche trovato un’intesa sulle elezioni presidenziali e legislative nei Territori occupati che dovrebbero tenersi il prossimo maggio. A sbloccare la paralisi che si registrava da seimesi è stato, pare, il passo indietro mosso da AbuMazen che ha accettato di sacrificare il premier attuale dell’Anp Salam Fayyad.
A chiedere la testa di Fayyad – gradito ad americani ed europei – è stato Hamas che lo ha accusato più volte in questi ultimi anni di aver «favorito» il blocco israeliano della Striscia di Gaza e di aver avallato in Cisgiordania operazioni di sicurezza contro gli attivisti del movimento islamico, in collaborazione con l’Esercito israeliano.
Abu Mazen voleva confermare Fayyad alla guida del futuro governo, per «tranquillizzare» i governi occidentali (sponsor generosi dell’Anp) e gli israeliani, timorosi di una fine della piena «cooperazione di sicurezza » con le forze speciali palestinesi, di cui hanno goduto dal 2007 in poi. Un dirigente di Fatah, che ha chiesto l’anonimato, ci ha spiegato la decisione di AbuMazen di riconciliarsi definitivamente con Hamas come una reazione alle politiche di colonizzazione di Israele e alla linea dell’Amministrazione Obama che, appiattita sulle posizioni di Netanyahu, sta facendo il possibile per impedire l’adesione piena della Palestina alle Nazioni unite e ad altri importanti organismi internazionali.
Chi sarà il futuro premier non è chiaro ma il nome ha una importanza secondaria perché il governo rimarrà in carica solo pochi mesi, fino alle elezioni presidenziali e legislative che si terranno il prossimo maggio. Hamas dopo lo scambio di prigionieri con Israele del mese scorso, si sente di nuovo forte e popolare tra i palestinesi. I suoi leader credono di poter vincere le elezioni che sino a qualche giorno fa respingevano con forza. Sanno che a Fatah manca un leader carismatico, in grado di sostituirsi ad Abu Mazen che afferma di non volersi ricandidare a presidente.
L’unico dirigente di Fatah che appare in grado di battere il candidato alla presidenza di Hamas è Marwan Barghouti, il «comandante dell’Intifada», che però è in carcere in Israele dove sconta una condanna a cinque ergastoli. Contro la sua liberazione – nel quadro dello scambio di prigionieri del mese scorso – si è schierato Netanyahu. Il premier israeliano non sembra aver alcuna intenzione di dare una mano a Fatah ed AbuMazen. Sa che una vittoria di Hamas alle prossime elezioni palestinesi favorirebbe il suo disegno di ritardare il più possibile la creazione d uno stato palestinese accanto a Israele. Avrebbe l’opportunità di rifiutarsi di avviare contatti con una «organizzazione terroristica».
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