Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 26/09/2011, a pag. 1-10, l'articolo di Madgi Cristiano Allam dal titolo " Le mosse palestinesi allontanano la pace ". Dall'UNITA', a pag. 10, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo "Obama parlò di Stato per la Palestina noi gli abbiamo creduto", preceduto dal nostro commento.
Nell'immagine, la Palestina secondo Abu Mazen: al posto di Israele
Ecco i pezzi:
Il GIORNALE - Magdi C. Allam : " Le mosse palestinesi allontanano la pace "
Magdi C. Allam
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Obama parlò di Stato per la Palestina noi gli abbiamo creduto"
Abu Mazen con Yasser Arafat
Ecco alcune delle dichiarazioni di Abu Mazen, mai contraddetto da Udg, sui negoziati : "Rabin, Peres, Sharon, Olmert, Livni…con tutti loro negoziare è stato possibile, ma con Netanyahu ciò risulta impossibile". Abu Mazen elenca diversi premier israeliani coi quali, a suo avviso, era possibile negoziare. Eppure la situazione non si è mai risolta. Forse perchè è coi leader palestinesi che non è possibile trattare? Forse perchè gli unici che non sono disposti a cedere su nulla, fino alla cancellazione di Israele, sono i palestinesi?
Abu Mazen accusa Netanyahu di essere incapace di negoziare perchè 'inflessibile' e continua : "Un anno fa – dice a l’Unità – il presidente Obama aveva sostenuto sempre dalla tribuna dell’Onu che era ottimista sul fatto che un anno dopo lo Stato di Palestina potesse essere una realtà. ". Obama, come i suoi predecessori, auspica la fine del conflitto israelo-palestinese e la fondazione di uno Stato palestinese, ma non 'grazie' a proclamazioni unilaterali. Quello che ha chiesto Obama è di riprendere i negoziati, cosa che Abu Mazen non è disposto a fare.
"Noi lo abbiamo preso sul serio, abbiamo cercato il dialogo ma dall’altra parte non abbiamo avuto che gesti di chiusura. Netanyahu parlava di pace mentre gli insediamenti crescevano e gli appelli della comunità internazionale ad una moratoria restavano lettera morta". Netanyahu ha congelato le costruzioni nei territori contesi per 10 mesi. Mesi durante i quali Abu Mazen è stato immobile. Salvo, poi, a moratoria scaduta, pretendere una proroga del congelamento solo per sedersi al tavolo dei negoziati e senza offrire garanzie per Israele in cambio. Un'idea alquanto bizzarra di negoziato.
La storia e i fatti dimostrano che non è Israele a rifiutare di trattare, ma gli arabi. Non è ciò che si legge nell'articolo di Udg, però, troppo preso a elogiare 'Abu Mazen il moderato' per raccontare ai suoi lettori la verità.
Ecco il pezzo:
Sorride soddisfatto alla gente che lo acclama. Sa di aver scatenato passio- ni e speranza, ma,soprattutto, sa di aver fatto la cosa giusta. Da New York a Ramallah, dalla tribuna delle Nazioni Unite, alla Piazza dei Leoni, cuore della città cisgiordana che ospita la Muqata, lo storico quartier generale dell’Anp. Mai come oggi, Mahmud Abbas (Abu Mazen) è davvero il Presidente di unpopolo che ha salutato con entusiasmo il suo discorso al Palazzo di Vetro. «Ho cercato di rappresentare le aspirazioni della mia gente, le nostre tragedie e al tempo stesso il de- siderio insopprimibile di vivere da gente libera in uno Stato indipen- dente», dice a l’Unità Abu Mazen, che di fronte all’accostamento a Yasser Arafat, si limita a dire: «Per me è un onore, un grande onore..«.
Mahmud “il moderato” non si riconosce neanche un po’ nell’immagine del leader duro, inflessibile, che la destra israeliana ha inteso dare di lui in questi giorni: «Il problema – afferma – non sono io, ma il signor Netanyahu, il leader israeliano più inflessibile tra quelli, e sono stati tanti, con cui ho avuto a che fare».
Li elenca rapidamente: «Rabin, Peres, Sharon, Olmert, Livni…con tutti loro negoziare è stato possibile, ma con Netanyahu ciò risulta impossibile.E questo perché sono le sue posizioni ideologiche che gli impediscono di comprendere le ragioni degli altri».
E all’accusa di aver posto in essere una forzatura unilaterale, replica: «In questi anni di unilaterale c’è stata l’incessante colonizzazione israeliana dei Territori, la costruzione del Muro, unilaterale è l’oppressione esercitata contro il mio popolo». I suoi più stretti collaboratori lo reclamano, la folla lo attende. Su unpuntoAbuMazeninsiste con forza: il fattore tempo. «Un anno fa – dice a l’Unità – il presidente Obama aveva sostenuto sempre dalla tribuna dell’Onu che era ottimista sul fat- to cheunanno dopo lo Stato di Palestina potesse essere una realtà. Noi lo abbiamo preso sul serio, abbiamo cercato il dialogo ma dall’altra parte non abbiamo avuto che gesti di chiusura. Netanyahu parlava di pace mentre gli insediamenti crescevano e gli appelli della comunità internazionale ad una moratoria restavano lettera morta. Rivolgersi alle Nazioni Unite non era un nostro diritto, era mio dovere». Il tempo stringe. «L’ho detto al presidente Obama, l’ho ripetuto nell’intervento all’Assemblea Generale, lo ribadisco oggi: so- no pronto a riaprire da subito il negoziato direttomasu basi chiari, su con- tenuti concreti: i palestinesi non pos- sono negoziare qualsiasi proposta che non sia basata su confini del 1967e nongarantireuncongelamen- to degli insediamenti in Cisgiorda- nia». Abu Mazen pesa le parole: una proposta «basata» non significa, spie- ga un suo stretto collaboratore, che «non si possa porre delle modifiche, limitate, da negoziare sulla base del principio della reciprocità». Ora i pa- lestinesi attendono il pronunciamen- to del Consiglio di Sicurezza.AbuMazen non chiude la porta aduna subordinata: se il massimo organismo delle Nazioni Unite dovesse rispondere negativamente, per il veto annunciato dagli Usa, alla lettera consegnata dal presidente dell’Anp al numero uno del Palazzo di Vetro Ban Ki-moon, in cui si chiede la piena adesione della Palestina come 194° Stato membro dell’Onu, in quel caso, lascia intendereAbuMazen,i palestinesi potrebbero chiedere all’Assemblea Generale di votare per elevare lo status della delegazione palestinese a Stato “osservatore”. Non membri a tutti gli effetti, dunque,ma la vittoria in Assemblea sarebbe sicura e consentirebbe ai palestinesi di accedere ad organismicomela Corte penale internazionale, dove potrebbero denunciare l’occupazione israeliana. «I numeri ci sono, il consenso che abbiamo ottenuto è stato al di sopra delle nostre aspettative», rimarca Abu Mazen. Il suo è un impegno che non viene meno: «La ricerca della pace – afferma – è per noiuna scelta strategica, ma per reggere la pace deve essere giusta, tra pari. Una pace tra due Stati». L’ultima battuta è per la sua gente: «Dobbiamo essere decisi e lungimiranti – rimarca -. Sappiamo che la strada per realizzare l’indipendenza sarà lunga e piena di ostacoli. Dobbiamo restare uniti e continuare a manifestare pacificamente. Il mondo ci guarda, e anche in Israele si sono levate molte e autorevoli voci a sostegno della nostra iniziativa che, voglio ripeterlo, non mina la sicurezza d’Israele ma afferma il nostro diritto ad una Palestina indipendente». Alla fine, un annuncio che sa di promessa: «La Primavera palestinese sta arrivando, e sarà una primavera di libertà…». Migliaia di palestinesi reclamano il loro Presidente. Per la Cisgiordania è un giorno di festa. All’arrivo a Ramallah depone corona di fiori sulla tomba del suo predecessore, il “padre della patria” Yasser Arafat, prima di rivolgersi alla folla che sventolava bandiere palestinesi e grida: «Col sangue e con le nostre anime ti riscatteremo o Palestina» e «Siamo tutti con te o Abu Mazene ti sosteniamo».«Siamo andati all'Onu, portando le vostre speranze, i vostri sogni, le vostre ambizioni, le vostre sofferenze e il vostro desiderio di uno Stato palestinese indipendente », urla più volte interrotto dalle acclamazioni. Il trionfo è completo, ma il difficile deve ancora arrivare.
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