Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 13/09/2011, a pag. 15, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Erdogan apre il tour dell’odio contro Israele ". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Al Cairo il telefono della giunta squilla a vuoto (e favorisce gli islamisti)". Dalla STAMPA, a pag. 17, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " La delusione di Israele: spunta un nuovo nemico ".
Ecco i pezzi:
Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Erdogan apre il tour dell’odio contro Israele "
Fiamma Nirenstein
Piazza Tahrir, che magnifica preda per Tayyip Erdogan, e a un prezzo così basso, l’odio contro Israele: dai tempi dell’impero ottomano la Turchia non si presentava sul proscenio come potenza islamica internazionale e ora dall’Egitto parte un suo tour di saluto alle primavere arabe, Egitto, Tunisia, Libia. Erdogan, e come no, ha già annunciato che il suo discorso al Cairo sarà incentrato sulla laicità e la democrazia. Ma noi sappiamo perché lo si deduce da tutte le carte, che il sottinteso è il cemento che finora ha legato Erdogan ai suoi amici e ex amici Siria e Iran. I turchi sono entusiasti che Erdogan sia colui che ha detto al vecchio Shimon Peres: «Tu sai bene come uccidere ». O che la tv turca abbia mandato in onda un serial dove i soldati israeliani uccidono volontariamente i bambini palestinesi. Erdogan va al Cairo dopo aver appena cancellato da Ankara l’ambasciata israeliana, dopo che ha minacciato di scortare la prossima flotilla fino a Gaza, dopo aver rotto i rapporti militari, e tutto perché una commissione Onu ha stabilito che Israele ha il diritto didifendere le sue acque da infiltrazioni verso Gaza.
Erdogan si è offeso perché Israele non è stato condannato, e così ci ha pensato lui. E qui il gemellaggio è già fatto, perché l’ambasciatore d’Israele, con cui l’Egitto è in pace dal ’79, è stato messo in fuga dal Cairo mentre una enorme folla inferocita aggrediva con fuoco e picconi la rappresentanza di Gerusalemme. Un gesto non bloccato dalle forze dell’ordine, molto lodato dagli iraniani, che vi hanno visto un’analogia con l’occupazione dell’ambasciata americana che dette il segno a tutta la rivoluzione khomeinista. Erdogan ha il denaro, la forza militare, la determinazione ideologica che può costruire nuove alleanze di cui la Turchia sia al centro. È partito con ministri e business man. Ma il suo biglietto da visita è la rabbiosa, incontenibile, furiosa antipatia per Israele, quella scheggia di Occidente che non piega il capo,il dhimmi,ovvero l’inferiore nella humma islamica che si rifiuta di essere tale. La Turchia ha già fatto sapere che impedirà a Israele di sfruttare i giacimenti di gas che ha trovato in mare e su cui ha fatto un accordo con Cipro. Nel frattempo ha passato alle agenzie turche la copia dell’intervista a Al Jazeera in cui dice che la vicenda della flotilla avrebbe causato una guerra, se non fosse stato per il grandioso passato del suo paese. Guerra è una parola forte, ma se si pensa al clima e alle immagini di piazza Tahrir negli ultimi giorni, ai discorsi di Erdogan sull’impero ottomano, si capisce che il tour d’onore che comincia da piazza Tahrir e prosegue in Libia e Tunisia innalza un vessillo che garrisce.
www.fiammanirenstein.com
Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Al Cairo il telefono della giunta squilla a vuoto (e favorisce gli islamisti)"
Giulio Meotti
La STAMPA - Francesca Paci : " La delusione di Israele: spunta un nuovo nemico"
Francesca Paci
Siamo abituati ai nemici, se non è l’Egitto è il Libano, l’Iran, Gaza» commenta Avi scorrendo le notizie sull’iPhone nel cortile del conservatorio di Hadessna, a Gerusalemme. Certo Ankara è una sorpresa, ammette David, amico e socio della casa di produzione video EyeCon: «E’ un voltafaccia che non ci aspettavamo perché eravamo partner. Ma si vede che Erdogan è in crisi di leadership e in questa parte del mondo certi problemi li risolvi solo mostrando i muscoli». L’Economist si chiede se le cose per gli israeliani possano andare peggio, ma loro, «gli assediati», fanno spallucce. Sebbene qualcuno abbia annullato le ferie ad Antalya l’umore nazionale è lo stesso con cui Avi e David continuano a girare il film sui neomusicisti di Hadessna. The show must go on.
La storica visita del premier turco al Cairo allarma i politici e impegna gli analisti come Herb Keinon del Jerusalem Post che vi legge il tentativo d’esacerbare i dissapori tra Egitto e Israele. Un rapido giro nel
Paese però, rivela una distanza tra i vertici e la base che, suo malgrado, ricorda un po’ i cugini arabi.
Gerusalemme è l’epicentro dell’ansia: le colone dalle sottane patchwork a spingere fiere le carrozzine oltre la linea del ‘67, gli ortodossi che passeggiano invocando la volontà divina qualunque essa sia, i palestinesi in attesa del vendicatore ancorché ottomano dietro i muri invisibili della città vecchia. Eppure anche qui il negoziato per 250 grammi di feta balzati a 22 sheckel (oltre 4 euro) appassiona più di quello con i bellicosi vicini.
Nell’odoroso mercato Mahane Yehuda, dove ogni giorno si mescolano bio-radical in abiti di canapa, casalinghe econome e ricciuti religiosi del vicino quartiere Mea Shearim, l’agricoltore Ami Ben Asher vende mandorle e olio Pereg proveniente dalla «parte destra e più ragionevole della mappa israeliana», alias i territori occupati. Erdogan? «Non ci fa paura - afferma -. A 61 anni so che l’unico collante dei musulmani è l’ostilità verso Israele, un sentimento diffuso su cui i politici non hanno influenza». Due ventenni in divisa ascoltano e abbassano lo sguardo sulle Birkenstock informali: «Siamo pronti ma non ci sarà nessuna guerra». Mamma Ossi Bronstein, 40 anni, li osserva come fossero suoi figli: «E’ un automatismo: ci preoccupa più il carovita delle minacce. Certo, Netanyahu dovrebbe essere più accorto sapendo che camminiamo sulle uova. La Turchia però bluffa come gli arabi: ci rimprovera le scuse mancate ma è un pretesto, se avessimo ammesso un po’ di responsabilità nella storia della Flottilla avrebbe rilanciato accusandoci di cercare il gas nel mare di Cipro».
Dalla Gerusalemme popolare dei banchi di mango a quella chic di German Colony, il leitmotiv è lo stesso: se la primavera araba si sta rivelando una delusione la colpa è dei suoi protagonisti. Israele dubita dell’orgoglio ferito di Ankara che l’ha accusato di essere «un bambino viziato incapace di ammettere i propri errori» e sospetta retroscena da Risiko. Secondo un’inchiesta della tv Channel 2, Erdogan potrebbe bloccare i 350 milioni di dollari dovuti dalle aziende turche a quelle israeliane, promuovere una campagna internazionale per riconoscere Hamas o aizzare l’Aiea contro l’unica potenza regionale esente da pressioni sul nucleare.
«La Turchia parla ma non morde, neppure commerciando con 5 Paesi arabi raggiungerebbe i 3 miliardi di dollari garantiti dal mercato israeliano» nota l’architetto Yossi Talshir uscendo dalla libreria Tamir, a metà di Emek Refa’im, dove ormai va per la maggiore il saggio di Ahron Bregman «Israel’s War», le guerre d’Israele.
La prima linea si addice alla Città Santa. Man mano che svanisce insieme all’acrobatico ponte di Calatrava l’aria si rilassa. L’autostoppista ventenne Dan Lavie, partito dalla colonia di Maale Adumin e diretto a Bet Shemesh, è l’ultima trincea: «Se Erdogan urla noi urliamo di più». Detesta il ministro della Difesa Barak e la sua ricerca d’una soluzione palestinese alla crisi: molto meglio il falco Netanhyau. Occhio per occhio. Ma le sue paure s’infrangono tra le colline dominate dal villaggio arabo di Abu Gosh, oasi di convivenza culinaria per israeliani e palestinesi, e il kibbutz Maale Ha Chamishà, antico fortino liberal. «La differenza tra Egitto e Turchia è che nel primo caso i guai vengono dal popolo, nel secondo dal governo» osserva il segretario Mike Rosemberg, ebreo americano emigrato nel ‘67 per combattere la guerra dei Sei giorni. Come finirà? «La democrazia trionferà anche nel mondo arabo ma non la vedremo né io, né i miei sette figli».
All’orizzonte la nivea Tel Aviv si tuffa nel Mediterraneo, lo stesso mare, scrive Amos Oz, che bagna Israele, Egitto, Turchia, Gaza. «Ha ragione il quotidiano Haaretz: la chiave del rebus è la nascita d’uno Stato palestinese, altrimenti saremo sempre in balia di regimi arabi temporanei» ragiona la grafica Rachel Ben-Zeev passeggiando col cane nel Mordehai garden di Shenkin, cuore trendy di Tel Aviv. Anche qui, dove sotto i missili di Saddam i locali distribuivano maschere antigas e tiravano fino all’alba, Yaniv, Sarah e gli altri amici appena tornati da Istanbul, sono abituati ai nemici. Credono però che prima o poi possano cambiare idea.
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