Riportiamo da LIBERO di oggi, 09/09/2011, a pag. 17, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " E ti pareva: 11 settembre colpa degli Usa ". Dalla STAMPA, a pag. 19, l'intervista di Maurizio Molinari a Paul Wolfowitz dal titolo " Ma al Qaeda è in rotta e ha perso i suoi santuari ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 26, l'articolo di Marek Halter dal titolo " L'attentato perfetto: il giorno in cui il Male ha cambiato volto ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
LIBERO - Carlo Panella : " E ti pareva: 11 settembre colpa degli Usa "
Carlo Panella Giulietto Chiesa
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Ma al Qaeda è in rotta e ha perso i suoi santuari "
Maurizio Molinari Paul Wolfowitz
Penso alle vittime ed agli eroi, agli importanti risultati ottenuti come ai pericoli che rimangono». L'ex vicesegretario al Pentagono Paul Wolfowitz fu uno dei registi della risposta all'11 settembre 2001 da parte dell'amministrazione Bush ed ora traccia un bilancio di quanto avvenuto rispondendo alle domande de «La Stampa» durante un'audioconferenza dall'American Enterprise Institute di Washington.
Che cosa prova in questo anniversario dell'11 settembre?
«Ricordo le vittime, non solo chi morì l'11 settembre ma anche chi, americano e non, è stato ucciso in altri attentati in questi anni. E' il momento anche di ricordare chi, americano e non, è caduto compiendo incredibili atti di eroismo contro i terroristi».
Cos'è più cambiato da allora?
«Abbiamo ottenuto risultati positivi, ma non dobbiamo cedere alla tentazione del compiacimento, perché il pericolo di gravi attentati rimane e il terrorismo non è stato sconfitto».
Quali sono i risultati positivi che giudica più importanti?
«Sono tre. Innanzitutto non vi sono «C'è chi ci accusa di aver reagito in maniera sproporzionata. Sarebbe come rimproverare a Roosevelt di aver esagerato nella risposta a Pearl Harbor. E' stato importante considerare l'attacco dell'11 settembre come un atto di guerra e non un problema di ordine pubblico. La dimostrazione sta nel fatto che Ramzi Yussef, imprigionato in America per aver orchestrato il primo attacco alle Torri nel 1993, non ci ha dato valide informazioni di intelligence su come prevenire altri attacchi, pur essendo parente stretto del regista dell'11 settembre, Khalid Sheik Mohammed. Non sappiamo cosa avrebbe potuto dirci sullo zio, se non lo avessimo trattato come un detenuto comune». mostrazione di un impegno segnato dall'esatto contrario. La lista è lunga: Kuwait e Nord Iraq nel 1991, Somalia nel 1992, Bosnia nel 1995 e Kosovo nel 1999 fino ai milioni di musulmani liberari dai regimi in Afghanistan e Iraq».
Come giudica le rivolte arabe?
«Sono stati gli arabi, non l'America, ad infliggere la più dura sconfitta ad Al Qaeda, perché la “Primavera araba”, o meglio il Risveglio arabo, ha già dimostrato che milioni di arabi sono pronti a rischiare la vita per la libertà e non per incontrare le vergini in Paradiso al centro della predicazione di Bin Laden».
Come è cambiato il fronte dei nemici delle democrazie?
«Se misuriamo il nemico in termini di network terroristici, le sue capacità sono molto diminuite, ma, se pensiamo che potrebbe essere a pochi mesi di distanza dal possesso di una considerevole quantità di antrace o, peggio, di armi nucleari, allora la situazione è ben differente. Ecco perché non possiamo abbassare la guardia rispetto ai network terroristici ed agli Stati che li sostengono».
E come è cambiato invece il fronte delle democrazie?
«E' importante sottolineare i sacrifici compiuti da chi sta dalla nostra parte. La verità è che sono morti il triplo di iracheni rispetto agli americani anche se nè Bush nè Obama lo hanno mai detto. Uno dei maggiori risultati dell' invio dei rinforzi in Iraq fu l'addestramento dei soldati locali, che oggi si ripete in Afghanistan, dove per questo non c'è stallo ma progresso. L'America non combatte da sola, ma assieme agli alleati, e questo vale non solo per afghani e iracheni ma anche per la Nato, che dopo 10 anni di guerra in Afghanistan tiene bene come Alleanza ed in Libia ha colto un successo. In pochi lo avevano previsto».
CORRIERE della SERA - Marek Halter : " L'attentato perfetto: il giorno in cui il Male ha cambiato volto "
Marek Halter
Marek Halter scrive : " L'assassinio del comandante Massud, il 9 settembre 2001, due giorni prima dell'attacco contro le Torri gemelle di New York, era — cosa che gli americani non avevano capito — una dichiarazione di guerra.". Che cosa significa? Che gli Usa 'se la sono cercata'? Marek Halter crede sul serio che l'11 settembre sia stata una risposta all'assassinio di Massud? L'11 settembre sarebbe stato preparato in due giorni?
E' l'11 settembre ad essere stato una dichiarazioni di guerra contro l'Occidente.
Halter continua : "Una delle rare voci democratiche del mondo musulmano, la stessa che si fa risentire di questi tempi con la «primavera araba», fu soffocata a vantaggio dei talebani e della jihad, la guerra santa. Come un'eco al grido dei crociati del Medioevo, Dio lo vuole, qualche secolo più tardi risuona Allah Aqbar, Dio è grande.". Non è l'islam moderato ad avere in mano le sorti delle rivolte arabe. L'Egitto e la Tunisia rappresentano la prova lampante che i Fratelli Musulmani erano ben infiltrati fra i manifestanti e inneggiano alla sharia, non alla democrazia, desiderano rompere i rapporti con Israele.
Halter arriva a scrivere : "Che fortuna per George Bush, che già si vedeva nelle vesti di San Giorgio che abbatte il dragone! «La nostra guerra contro il terrorismo comincia con Al Qaeda. Ma non si fermerà qui», proferì dopo l'attentato contro il World Trade Center, dichiarando guerra all'Afghanistan.". Grave come accusa, sostenere che l'11 settembre fece comodo a Bush in termini di immagine. Halter ha le prove di ciò che scrive?
Ecco l'articolo:
11 Settembre 2001, Parigi. Avvertito da un amico per telefono, mi precipito davanti al televisore, come centinaia di milioni di individui nel mondo. Affascinato, seguo in tempo reale un Boeing 767, il volo AA11, infilarsi in una delle due torri del World Trade Center. Poi, diciassette minuti dopo, ecco apparire un altro Boeing, il volo UA175, che urta in pieno la seconda torre dello stesso World Trade Center, l'orgoglio di New York.
Cosa ho provato davanti a quelle immagini oggi celebri? Innanzitutto, sono rimasto affascinato, come davanti ai migliori film catastrofici di Hollywood. Non assorbiamo forse l'immagine prima del suo contenuto? Sì, riconosco che ero soggiogato dalla perfezione con cui l'attentato era stato organizzato ed eseguito. Solo dopo aver realizzato che le silhouette che si gettavano nel vuoto dal 300° piano per sfuggire alle fiamme non erano manichini ma esseri umani, come voi e me, condannati a morte da un'ideologia folle che invocava Allah, sono stato preso dall'orrore. Orrore che provo ancora oggi.
Nulla d'originale, mi sembra. Chi, dieci anni fa, ha assistito all'attacco contro i due più grandi grattacieli del mondo ha certamente reagito come me.
E dopo? Dopo mi sono chiesto cosa avrei fatto se fossi stato una delle 17.400 persone presenti nelle due torri quel mattino. Alla fine, sono riemersi i ricordi: gli incontri con il mio editore americano al 48° piano della Torre Sud, una cena con gli amici al ristorante Windows of the world al 107° piano della Torre Nord, da cui si gode un panorama incomparabile di New York, le discussioni con un mio cugino designer nel suo atelier di TriBeCa, all'ombra delle Torri gemelle. È solo più tardi che sono stato assalito dalle domande: perché? Come? Chi? Quali conseguenze sull'evoluzione del mondo?
Nel settembre del 1981, venti anni esatti prima dell'attentato al World Trade Center, mi trovavo in Afghanistan. Renzo Rossellini, Bernard-Henri Lévy ed io eravamo andati a portare emittenti radio al comandante Massud, uno dei più celebri resistenti all'occupazione sovietica. Un gruppo di mujahiddin, che doveva scortarci fino alla vallata del Panshir dove si trovava Massud, ci aspettava a Peshawar, alla frontiera pachistano-afghana. L'albergo Continental, in cui eravamo scesi, era pieno di americani. Membri dei servizi segreti? Curiosamente, i loro interlocutori afghani erano per lo più rappresentanti dei gruppi religiosi più fanatici. Ben presto, fummo messi all'indice. Eravamo gli unici ad essere attorniati da uomini armati in maggioranza laici.
All'epoca, nel 1981, il mondo era diviso in due blocchi: occidentale democratico e comunista totalitario. Tutti coloro che si trovavano a Peshawar partecipavano in un modo o in un altro alla guerra del Bene contro il Male. E, per gli americani, ogni mezzo era buono per la difesa dell'Occidente. Il comunismo sovietico non rappresentava forse un sistema aggressivo che interveniva militarmente ovunque, là dove il proprio impero appariva minacciato, e che aveva fatto costruire a Berlino un muro per proteggersi da qualsiasi tentazione democratica? I talebani combattevano i comunisti. Erano quindi, agli occhi della Cia, alleati perfetti nel braccio di ferro che l'America aveva ingaggiato con il diavolo.
Questa battaglia, l'America l'ha vinta. I sovietici lasciarono l'Afghanistan nel 1989 e i talebani presero il loro posto. Il muro di Berlino crollò qualche mese dopo. In Urss, nacque la parestroïka. Il destino volle che mi trovassi lì. Con il violoncellista Mstislav Rostropovich, andammo a cercare nel suo esilio Andreï Sacharov, premio Nobel per la pace, e lo riportammo a Mosca, dove Mikhail Gorbaciov aveva appena sciolto il Partito comunista. L'Occidente perdeva il suo migliore nemico. Dal momento che il sistema liberale era stato accettato su scala planetaria e la democrazia era divenuta un riferimento universale, alcuni credettero persino alla fine della Storia. Avevano dimenticato che il mondo era e sarà sempre un'arena dove si affrontano il Bene e il Male, il Bene cambiando ogni volta campo e il Male cambiando volto.
Per decenni, il Male ci è stato presentato sotto forma di parate militari sulla piazza Rossa e di carri armati incolonnati sulla piazza Tien An Men. Non ci siamo accorti che esperti in Male e in Bene avevano già trovato un nuovo volto al diavolo: l'Islam. Avremmo dunque dovuto poter prevedere la sua offensiva contro l'Occidente. Ma il nostro razzismo naturale ce l'ha impedito. Come potevano, i musulmani, sui quali abbiamo regnato per secoli, esser capaci di realizzare un giorno uno degli attentati più perfetti della Storia?
Per noi, che eravamo a Peshawar vent'anni prima, questo appariva evidente. L'assassinio del comandante Massud, il 9 settembre 2001, due giorni prima dell'attacco contro le Torri gemelle di New York, era — cosa che gli americani non avevano capito — una dichiarazione di guerra. Una delle rare voci democratiche del mondo musulmano, la stessa che si fa risentire di questi tempi con la «primavera araba», fu soffocata a vantaggio dei talebani e della jihad, la guerra santa. Come un'eco al grido dei crociati del Medioevo, Dio lo vuole, qualche secolo più tardi risuona Allah Aqbar, Dio è grande.
Che fortuna per George Bush, che già si vedeva nelle vesti di San Giorgio che abbatte il dragone! «La nostra guerra contro il terrorismo comincia con Al Qaeda. Ma non si fermerà qui», proferì dopo l'attentato contro il World Trade Center, dichiarando guerra all'Afghanistan.
Pensavo a tutto questo, l'11 Settembre 2001, o anche un po' più tardi? Non lo so. Oggi, i ricordi, le analisi, le letture si confondono. Ricordo tuttavia d'essere andato a New York un mese dopo l'attentato. Eravamo centinaia a contemplare, increduli, il buco di Ground Zero, tutto quel che restava di quel gioiello architettonico e delle migliaia di persone che vi lavoravano. Gli operai, sgombrando il terreno, avevano lasciato qualche trave a forma di croce. Sulla palizzata che circondava il vuoto, qualcuno appese una bandiera americana. Un fotografo riprendeva i passanti e l'indomani espose le foto sulla palizzata. Fu così che ritrovai il mio volto, l'immagine di un uomo sorpreso, sbalordito, soprattutto in collera. Oggi, dieci anni più tardi, il recinto e le foto sono scomparsi, ma il buco di Ground Zero non è ancora del tutto riempito. Il cantiere del One World Trade Center, edificio di 1.776 piedi di altezza, è avviato.
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