Riportiamo da LIBERO di oggi, 23/08/2011, a pag. 1-13, l'articolo di Maria Giovanna Maglie dal titolo " Cade Gheddafi, arrivano i talebani ". Dalla STAMPA, a pag. 1.31, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Su Tripoli il fantasma di Saddam ", a pag. 2, la sua intervista a Daniel Serwer dal titolo " Gli islamisti vogliono approfittare del vuoto di potere ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 9, l'articolo di Guido Olimpio e Farid Adly dal titolo " Ecco i nuovi leader. Ma sono affidabili? ". Da AVVENIRE, a pag. 6, l'intervista di Sergio Bianchi a Ahmad al-Qasayr dal titolo " I Fratelli Musulmani alla testa dei liberatori ".
Sul JERUSALEM POST, Gil Shefler specifica che Jalil, capo del Consiglio di transizione in Libia, ha invitato Raphael Luzon, presidente degli ebrei libici in Inghilterra a tornare in Libia per prendere parte alle elezioni.
Luzon, nato a Bengasi, fu cacciato dalla Libia nel '67. La proposta di Jallil è una notizia interessante che forniamo ai lettori. Per leggere per intero l'articolo di Gil Shefler, cliccare sul link sottostante
http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=234992
Ecco i pezzi:
LIBERO - Maria Giovanna Maglie : " Cade Gheddafi, arrivano i talebani "
Maria Giovanna Maglie
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Su Tripoli il fantasma di Saddam "
Maurizio Molinari, Saddam Hussein
L’ arrivo dei ribelli libici sulla Piazza Verde di Tripoli premia la strategia della Nato contro il colonnello Muammar Gheddafi ma il rischio che in queste ore gli alleati temono di più è l’inizio di una faida fratricida fra vincitori e vinti che potrebbe travolgere la transizione prima ancora del suo inizio. Per i consiglieri del presidente americano Barack Obama come per i generali dell’Alleanza atlantica lo spettro è il ripetersi di quanto avvenne a Baghdad dopo la caduta di Saddam Hussein nell’aprile del 2003, allorché i vincitori considerarono tutti i baathisti sunniti come dei nemici, spingendoli nelle braccia della guerriglia islamica. Allora venne innescato un vortice di sanguinose violenze che in più occasioni ha rischiato di degenerare in guerra civile. Anche in Libia può nascere un’alleanza fra lealisti sconfitti del deposto dittatore e islamici, in ragione della presenza di molti jihadisti veterani proprio dell’Iraq. E’ questa la genesi della richiesta di Obama al Consiglio dei ribelli di guidare una transizione «pacifica, inclusiva e giusta» al fine di coinvolgere i lealisti di Gheddafi nella costruzione della nuova nazione. Anziché ripetere l’errore iracheno, Obama si richiama al successo del Sudafrica di Nelson Mandela che dopo la fine dell’apartheid affidò ad una commissione ad hoc la riconciliazione con i bianchi. Del precedente di Pretoria si è parlato spesso nelle visite a Washington degli inviati dei ribelli libici ed ora la Casa Bianca si aspetta che gli impegni presi vengano rispettati, anche perché la Nato continua a sentirsi vincolata alla risoluzione Onu sulla «protezione dei civili» sulla base della quale ha sostenuto la rivoluzione iniziata in febbraio nelle piazze di Bengasi.
Se l’intenzione di europei ed americani è evitare un nuovo Iraq nel bel mezzo del Mediterraneo resta da vedere quali sforzi saranno disposti a compiere per garantire il successo della ricostruzione in un Paese devastato da 42 anni di dittatura, al punto da non avere più alcun brandello di istituzione, neanche a livello locale. Al momento la scelta di non inviare una missione di peacekeeping come invece fatto in Kosovo nel 1999 - anche allora la Nato aveva piegato l’avversario solo con una campagna aerea - è frutto del timore di delegittimare i ribelli, degli accordi raggiunti con la Lega Araba contraria all’invio di truppe occidentali e, soprattutto, delle difficoltà finanziarie con cui i maggiori partner della Nato si trovano a fare i conti. Resta da vedere se remore politiche, compromessi diplomatici e problemi di bilancio basteranno a giustificare la scelta di non inviare contingenti di pace e stabilizzazione nel caso in cui la transizione dovesse fallire prima ancora del debutto. Anche perché è questa l’ultima carta che il colonnello sta tentando di giocare, nascosto sotto una tenda invisibile del deserto o in un bunker. L’esito dell’ultimo capitolo della battaglia di Tripoli è decisivo per comprendere cosa avverrà nel dopo: spingendo i fedelissimi a combattere fino all’ultimo Gheddafi vuole inondare la Piazza Verde di sangue libico per far coincidere la sua caduta con l’inizio di una guerra civile che immagina di poter manovrare dal deserto della Sirte, roccaforte delle ultime tribù a lui fedeli. Quella di Gheddafi è la strategia della disperazione ma trattandosi di uno spietato guerriero beduino che è stato addestrato all’arte della guerra all’Accademia militare di Sandhurst dagli ufficiali di Sua Maestà britannica non può essere dato per sconfitto fino al momento della definitiva resa o della morte.
CORRIERE della SERA - Guido Olimpio, Farid Adly : " Ecco i nuovi leader. Ma sono affidabili? "
Mustafa Abdul Jalil Muhammar Gheddafi
Non è finita, ci sono molti rischi all'orizzonte Gli estremisti potrebbero regolare i loro conti, prima con i reduci del regime, poi con i compagni La legge del perdono contro la legge del taglione. Lo spirito della tolleranza contro la sete di vendetta. Cammina lungo questo stretto sentiero il futuro della nuova Libia. Più in salita che in discesa. Le rivoluzioni possono sbandare o deragliare. Ne è consapevole il capo del Consiglio di transizione, Mustafa Abdul Jalil. A Tripoli riecheggiavano ancora gli spari e lui ha avvertito i suoi connazionali. Non è finita, ci sono molti rischi all'orizzonte. Ed ha fatto riferimento diretto «agli estremisti» che, in queste ore, potrebbero regolare i loro conti. Prima dando la caccia ai reduci del regime, poi con i loro compagni di avventura. Le parole di Jalil richiamano la prima sfida. Quella dei radicali islamisti. Ve ne sono molti all'Est, ma anche all'Ovest. Alcuni sostengono che si sono rivelati tra i più tosti nei combattimenti e hanno dimostrato di essere ben inquadrati. Sono stati tirati in ballo anche per l'uccisione del generale Fattah Younis a Bengasi. Un caso irrisolto —tra sospetti e accuse di tradimento — che mostra il lato oscuro della rivolta. I duri e puri non accettano i compromessi. A loro non piacciono le aperture del Consiglio verso gli ex del regime. Jalil — che è stato ministro di Gheddafi — vuole evitare invece scenari iracheni, con epurazioni massicce. Ha ragione. Il paese non può permetterselo, serve la riconciliazione. In Libia ci sono poche istituzioni e tutti possono dare il contributo alla rinascita. Solo la famiglia della Guida va giudicata per i crimini compiuti durante il quarantennio gheddafiano. Una deriva islamista — anche se minoritaria — darebbe ragione alla profezia del caos di Gheddafi e a quanti, anche in Occidente, erano contrari alla guerra. La seconda sfida viene dall'ala militare. I combattenti di Misurata hanno accusato quelli di Bengasi di aver fatto poco e non vogliono obbedire ciecamente al Consiglio. Anche i berberi, che hanno avuto un ruolo predominante nell'ultima fase, detteranno le loro condizioni. Difficile che il Consiglio possa ignorarle. E stato versato del sangue, ci sono dei martiri. La terza sfida è più politica. Le operazioni belliche, almeno nella prima parte, hanno nascosto le differenti visioni. Oltre agli islamisti, sono molto attivi i Fratelli musulmani. Un piccolo aneddoto rivela sensibilità diverse. Un capo della Fratellanza ha chiesto di sostituire il nome della strada intitolata al presidente egiziano Nasser con quello di un giovane che si è fatto saltare davanti alla caserma di Bengasi. Una proposta sommersa da un coro di no e da qualche polemica. «Non potete dare lezioni a nessuno — hanno rinfacciato alla Fratellanza — Siete stati in trattative con il figlio di Gheddafi». Ci sono poi i nazionalisti — presenza fissa nel panorama arabo —, i socialisti e gli esuli abituati alla regole delle democrazie europee. Personaggi che affiancano i volti noti della rivoluzione. Come il premier ombra Mahmoud Jibril, un altro ex con ottimi contatti all'estero, e Ali Tarhouni, un professore di economia tornato dagli Usa e molto rispettato. Il giornalista Mahnmoud Shaman o il portavoce del governo Gogha. Figure che potrebbero essere solo dei traghettatori, sempre che riescano a superare l'ostacolo finale. Gli osservatori internazionali se erano scettici sulle capacità militari degli insorti sono molti cauti sulle prospettive politiche. E non da oggi. Dalla prima ora hanno avvertito sulle incognite del dopo. Tenere unito un fronte così variegato non è agevole. Qualcuno rimprovera la mancanza di trasparenza, altri i pericoli del trasformismo. Jalil manda segnali rassicuranti ma, nel contempo, minaccia di andarsene. Vuole che tutti si allineino per mantenere fede ad una mappa tracciata fin dalla primavera e racchiusa nella «Dichiarazione costituzionale». Trentasette articoli dove si spiegano le tappe e le linee quadro. Pluralismo, stato democratico, con la sharia (la legge islamica, ndr) «fonte principale di ispirazione per la Legge» dello stato. Un aspetto guardato con diffidenza dai laici. I nuovi dirigenti riconoscono il debito di riconoscenza verso la Nato, ma il loro rappresentante presso la Lega araba, Al Huweini, esclude che la Libia possa ospitare basi dell'alleanza. Il Consiglio dovrebbe lasciare il potere ad un governo ad interim e verrà eletta un'assemblea costituente. Quindi si passerà alle prime elezioni libere sotto la tutela dell'Onu. Una scadenza che dovrebbe essere raggiunta entro 12-2o mesi. La comunità internazionale ha già dimostrato, con gesti concreti, di fidarsi del piano: 32 Paesi hanno riconosciuto il Consiglio. Ora Jalil e quanti condividono il progetto hanno la missione di tirarsi dietro i propri connazionali. E assicurarsi il pieno controllo su Tripoli e dintorni, annullando definitivamente la minaccia Gheddafi. Perché ogni fessura può diventare una frattura.
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Gli islamisti vogliono approfittare del vuoto di potere "
Daniel Serwer Libia
Dopo la caduta del regime del colonnello Gheddafi si rischia l’instabilità a causa di faide interne, vendette ed estremisti islamici. È nell’interesse dell’Europa e dell’Italia prendere l’iniziativa per impedirlo»: a descrivere i pericoli che incombono è Daniel Serwer, il politologo del Centro di relazioni transatlantiche di Washington che è anche autore, per il «Council on Foreign Relations», del recente rapporto «Instabilità in Libia nel dopo-Gheddafi».
Professor Serwer, quali sono le principali minacce?
«Sono minacce che nascono dalla diffusa carenza di sicurezza. Riguardano la possibile resistenza armata da parte dei lealisti di Gheddafi, com’è avvenuto con i baathisti in Iraq dopo la fine di Saddam Hussein; lo scenario di conflitti interni fra i ribelli, la criminalità diffusa e il dilagare di esecuzioni per vendetta».
Perché nel suo rapporto fa riferimento anche alla presenza di islamici e jihadisti?
«In Libia ve ne sono. Si tratta di gruppi islamici come anche di combattenti jihadisti. Molti degli jihadisti stranieri che hanno combattuto in Iraq erano di origine libica, ora sono tornati in patria, hanno preso parte alla rivolta contro Gheddafi e in presenza di una situazione di instabilità potrebbero essere tentati di assumere più iniziativa, acquistare più potere, provare a condizionare gli eventi futuri. È uno scenario che deve essere preso in seria considerazione anche se in queste ore la preoccupazione maggiore riguarda il rischio di faide fra ribelli e lealisti».
Che cosa può fare il Consiglio di transizione nazionale libico per scongiurare tali rischi?
«Bisogna ammettere che nelle aree della Libia finora liberate il Consiglio dei ribelli ha ottenuto dei successi di rilievo sul mantenimento della sicurezza, grazie alla creazione di consigli locali. Questi sono riusciti a mantenere la situazione sotto controllo, garantendo alla popolazione civile l’accesso ai servizi di primaria importanza, come l’acqua. L’interrogativo però è se tale formula potrà avere successo anche a Tripoli, una grande città dove la popolazione è molto più numerosa e include una grande quantità di lealisti».
Quali sono le opzioni dell’Amministrazione Obama?
«Non molte, perché la Libia per gli Stati Uniti non è un’area di interesse strategico. Diversa invece è la situazione per l’Europa e l’Italia in particolare. Il Mediterraneo è un lago europeo, se non italiano, e l’energia di cui la Libia dispone è essenziale per alimentare l’Europa, a cominciare dall’Italia. Tocca dunque all’Europa, non agli Stati Uniti, assumere l’iniziativa per aiutare il Consiglio dei ribelli a mantenere la sicurezza».
Al momento nessuno prevede l’invio di forze internazionali di mantenimento della pace...
«È vero, ma se l’instabilità dovesse prevalere questa scelta potrebbe tornare utile».
A sei mesi dall’inizio della rivolta libica, lo sgretolamento del regime di Gheddafi sembra premiare la strategia di impegno della Nato perseguita dal presidente Obama...
«Sì, è vero, Obama ha avuto successo, ma questo potrebbe rivelarsi effimero se la situazione dovesse peggiorare rapidamente. Bisogna guardare avanti. La stabilizzazione della Libia è un processo di durata decennale ma in questa settimana possono essere compiute le scelte determinanti per garantirla. La priorità è impedire che sulle ceneri del regime del Gheddafi si inneschi uno spietato vortice di vendette fra gruppi opposti di estremisti, capace di travolgere nello spazio d’un mattino le speranze del popolo libico. Stiamo attraversando un momento di rara opportunità per la Libia e ciò interessa soprattutto l’Italia in ragione del forte legame che voi avete con Tripoli. Bisogna fare attenzione a compiere le scelte migliori per il futuro del Mediterraneo».
AVVENIRE - Sergio Bianchi : " I Fratelli Musulmani alla testa dei liberatori "
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