Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 10/08/2011, in prima pagina, l'intervista a Roger Scruton dal titolo " Il falò delle vacuità multiculturali ". Dal GIORNALE, a pag. 23, l'articolo di Giancarlo Loquenzi dal titolo " L'integrazione non si fa a colpi di buonismo ".
Ecco i due articoli:
Il FOGLIO - " Il falò delle vacuità multiculturali "
Roger Scruton
il GIORNALE - Giancarlo Loquenzi : " L'integrazione non si fa a colpi di buonismo"
David Mamet
Secondo Alexis de Tocqueville «in America la maggioranza innalza formidabili barriere attorno alla libertà di opinione;all’interno di quelle barriere un autore può scrivere e pensare ciò che vuole, ma se le supera è spacciato» ( Democracy in America , vol. 1, cap. 15). Deve essere stata questa sensazione di claustrofobia culturale a far esplodere un autore come David Mamet il quale per anni all’interno di quelle barriere aveva primeggiato in talento e guadagnato premi e consensi. Poi, poco a poco, Mamet si è accorto dell’esistenza di quel confine invalicabile; ne ha saggiato la possanza e la pervasività e alla fine gli è parso impossibile far finta che non esistesse o che non lo riguardasse. Mamet ha scavato a lungo dentro di sé e dentro quella concrezione di pregiudizi che fa di un cittadino a stelle e strisce un braindead liberal , un liberal senza cervello-categoria a cui l’autore confessa di aver a lungo aderito- e lo ha fatto con il cucchiaino del buon senso e con la fune della sua personale esperienza di vita.Così,d’un tratto ha aperto un varco e si è ritrovato libero. La storia di questa fuga dall’Alcatraz del politicamente corretto made in Usa è raccontata nel suo saggio The Secret Knowledge ora pubblicato a puntate dal Giornale . Ma, come capita spesso ai grandi autori, Mamet è forse andato al di là delle sue stesse intenzioni. The Secret Knowledge non è solo la storia di un’ascesi conservatrice e il risultato di una personale illuminazione; ma dal punto di vista di chi legge diviene uno straordinario manuale di interpretazione della realtà. Quando Mamet scrive che «il progressismo è una religione: i suoi principî sono indimostrabili, la sua capacità di spreco e distruzione è dimostrata», basta sostituire il «progressismo» con il suo equivalente europeo, il «multiculturalismo», e si ha un’efficace analisi di quanto sta accadendo in questi giorni nelle periferie londinesi e in alcune grandi città del Regno Unito. Fu il progressismo di Blair ad aprire le porte all’immigrazione di massa dall’Africa e dall’Asia tra il 1997 e il 2007.All’inizio la strategia dell’accoglienza e della contaminazione culturale fu uno degli ingredienti principali del successo del Labour alle urne. In breve tempo però l’Inghilterra ha assistito a uno sconvolgimento demografico la cui rapidità non ha precedenti. Oggi i quartieri teatro della protesta o le città come Birmingham hanno «minoranze» di immigrati attorno al 40 per cento, buona parte dei quali vivono «di immigrazione» a spese del welfare inglese. Secondo uno studio citato dall’ultimo numero dell’ Economist ,di questo passo nel 2066 gli inglesi saranno la «principale minoranza» del Paese. Per questo David Cameron ha vinto le elezioni sostenendo che l’approccio progressista all’immigrazione-il multiculturalismo-è fallito.E per questo ha ragione Mamet quando lamenta che i progressisti,per risolvere la guerra contro l’Islam radicale, non fanno che proporre la resa. Sembra di sentire Geert Wilders o qualcuno degli «ultradestri» europei che vanno per la maggiore. Invece è un commediografo ebreo di Chicago che ha votato per Obama e che i liberal americani osannavano fino a pochi mesi fa. Ancora più pertinenti e attuali sono le osservazioni di Mamet su Israele e sulla «narrativa» liberal attorno al conflitto israelo-palestinese. I liberal americani (ma lo stesso si potrebbe dire della sinistra italiana ed europea) guardano alle vicende medio-orientali come a un film: hanno pagato un biglietto- quello della condanna di Israele- , seguono una trama prestabilita e non vogliono essere disturbati dalla realtà. Sono innamorati degli «effetti speciali» e non si curano della finzione che li rende possibili. «Nel mondo occidentale- scrive Mamet- a molti piace non la sofferenza, bensì la contemplazione della sofferenza dei palestinesi». Se non fosse così qualcuno interverrebbe per fermare la trama, invece si aspetta con ansia la prossima puntata. Non può non venire in mente il tentativo dell’Onu di arrivare al riconoscimento unilaterale dello Stato Palestinese. Si tratta di pura fiction, ma è un ingrediente esplosivo da aggiungere alla storia per renderla un po’ più movimentata e godersi«l’effetto che fa».Il meccanismo è quello del Grande Fratello : se la noia avanza e gli ascolti calano, basta buttare un nuovo personaggio nell’arena e vedere se sbrana o sarà sbranato.L’Onu sta per fare lo stesso con il Medio Oriente passando dalla vecchia impostazione del land for peace alla nuova ed eccitante del land for war . Non resta che pagare il biglietto.
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