Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 11/06/2011, a pag. 12, gli articoli di Davide Frattini e Viviana Mazza titolati " Siria, assalto alla città ribelle: decine di morti " e " La Rete 'libera' e le sue trappole ", a pag. 1-13, l'articolo di Antonio Ferrari dal titolo "Troppi silenzi di fronte alle stragi in Siria". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Il regime siriano mostra le ferite mentre spacca il paese in testa ai rivoltosi ".
Ecco gli articoli:
CORRIERE della SERA - Davide Frattini : " Siria, assalto alla città ribelle: decine di morti "
Bashar al Assad
I soldati che avanzano sulla città danno fuoco al bestiame e ai raccolti. Gli abitanti di Jisr al-Shughur vanno puniti per quello che hanno fatto e per quello che hanno visto. Qui il regime siriano avrebbe subito le prime defezioni nell’esercito, ufficiali che si sono rifiutati di sparare sui vicini di casa. Gli ammutinati hanno combattuto contro le truppe fedeli alla famiglia Assad. Che non può permettersi spaccature nelle forze armate e non può permettere che la notizia venga diffusa nel Paese. Le strade sono deserte, racconta chi ha trovato rifugio in Turchia ed è riuscito a parlare con i parenti rimasti indietro. Internet, l’acqua e l’elettricità sarebbero stati tagliati, i telefonini funzionano solo a momenti. Nella città di 41 mila abitanti, gli uomini più giovani difendono le case affiancati dai rivoltosi tra i soldati. «Non fuggono, vogliono restare e sono pronti a morire. È la mentalità militare» , racconta al New York Times uno degli attivisti che sta coordinando le proteste. La gente non avrebbe nulla per difendersi, anche se la televisione di Stato parla «di terroristi armati» . Per rallentare la marcia delle colonne blindate, che avrebbero bombardato i villaggi nei dintorni con l’artiglieria, i dimostranti bruciano i copertoni delle auto. Gli oppositori hanno diffuso il video del colonnello Hussein Armoush, che annuncia di essere passato dalla parte «del popolo che chiede libertà e democrazia» : «Il giorno del giuramento ci siamo impegnati a usare le nostre armi contro il nemico, non contro i cittadini indifesi. Il nostro dovere è di proteggerli, non di ucciderli» . Maher, fratello minore del presidente Bashar, controlla i soldati d’élite della Guardia Repubblicana e della Quarta Divisione corazzata. Sono state spostate dalla capitale per calpestare la rivolta nel nord. I vertici dell’esercito sono dominati dalla minoranza alauita, la stessa degli Assad: il regime teme la sollevazione dei militari sunniti. La frontiera turca a una quarantina di chilometri da Jisr al-Shughur è rimasta aperta per accogliere i rifugiati, in quasi quattromila hanno già passato il confine. I profughi stanno diventando una delle principali fonti per raccontare quello che sta accadendo dentro la Siria. Il Paese si è chiuso al mondo. Bashar Assad non risponde alle telefonate di Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite. «Ci stiamo provando da giorni, gli assistenti rispondono che non è disponibile, non ha tempo» , rivela un portavoce dell’Onu. Il giorno numero 88 di rivolta popolare è stato battezzato il «venerdì delle tribù» . Dopo le preghiere di mezzogiorno in moschea, i cortei si sono formati nei villaggi attorno a Deraa, la città nel sud del Paese dov’è iniziata la ribellione, a Homs, Latakia e anche a Damasco, dove ci sarebbe stato uno dei ventotto morti di ieri, secondo le stime degli attivisti (le vittime sono oltre 1.100 dal 18 marzo).
CORRIERE della SERA - Viviana Mazza : " La Rete 'libera' e le sue trappole "
Quando a febbraio la Siria consentì l’uso di Facebook— oscurato dal 2007— gli attivisti non esultarono. Avvertirono che era una strategia per monitorare gli utenti (oggi 580 mila) e colpire i dissidenti, molti dei quali sono stati arrestati e costretti a rivelare le password. Mentre l’Egitto di Mubarak staccò la spina a Internet, in Siria l’accesso viene bloccato in modo localizzato, nei luoghi caldi della rivolta. Gli oppositori usano Facebook, Twitter e YouTube? Se ne servono pure gli hacker e gli agenti del regime per fare propaganda e «infiltrare» i dissidenti. Ora alcuni si chiedono se sia possibile che il regime abbia «creato» la blogger Amina. Lesbica, attraente, colta, brava a scrivere (in inglese), sembra fatta apposta per piacere all’Occidente. Il blog antiregime nasce a febbraio. A giugno la «cugina» (introvabile) ne denuncia l’arresto. Ma le foto sul profilo Facebook di Amina erano state rubate a un’altra donna (oltre un anno fa, pare). Una montatura del regime per screditare casi simili (al costo però di creare un simbolo per la rivolta)? O la tattica di un/a dissidente per sfuggire ai controlli? Il mistero resta, la battaglia continua online.
Il FOGLIO - Daniele Raineri : " Il regime siriano mostra le ferite mentre spacca il paese in testa ai rivoltosi "
Daniele Raineri
CORRIERE della SERA - Antonio Ferrari : " Troppi silenzi di fronte alle stragi in Siria "
Antonio Ferrari
Quella che si vive in Siria è una tragedia a puntate. Si sa come è cominciata, non si sa con certezza come finirà. Però si può ormai prevederne l’epilogo, cioè la fine inesorabile del regime di Bashar el Assad. Condannato dalle feroci logiche del suo clan alauita, che all’inizio pensava di poter riformare. La comunità internazionale— la Ue per prima — sembra un’altra volta impotente. Avvertimenti, embarghi, montagne di parole e nulla di decisivo, mentre Assad si permette di non rispondere alle telefonate del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Allora va detto qui, chiaro e forte, che l’unico ad aver risposto duramente a Damasco è un Paese che fino a ieri era amico della Siria: cioè la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che domani avrà le sue elezioni. Erdogan, dopo aver inutilmente spinto Assad a fare subito le riforme, ha aperto le sue frontiere ai profughi in fuga dalla Siria, che già sono migliaia. Non solo. Davanti alle immagini delle violenze compiute dai soldati di Assad, ha parlato di situazione «inumana» e di «intollerabili atrocità» . Mentre l’Unione europea si avvita nei distinguo, il presidente della Repubblica Abdullah Gül dichiara che «la Turchia è pronta ai peggiori scenari, anche a quello militare» , per mettere fine alla tragedia. Parole durissime e molto importanti. Tuttavia perfettamente comprensibili per affrontare la crisi di un Paese confinante che è ormai entrato nella guerra civile. Gli appuntamenti del venerdì sembrano scontati appelli alla carneficina. I manifestanti disarmati nelle piazze delle città, e le squadracce del regime che sparano ad altezza uomo. Quello che è accaduto nelle ultime ore a Damasco, ad Aleppo, a Homs, a Hama, e che il web ha documentato nonostante la cappa della censura imposta dal regime, dimostra che si è vicini ad una sanguinosa e dolorosa resa dei conti. C’è una dura consapevolezza: il crollo del regime siriano, se avverrà, sarà più fragoroso e problematico di quello di Gheddafi. La Siria è infatti il crocevia di tutte le contraddizioni del Medio Oriente.
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