Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 31/05/2011, a pag. 1-4, l'articolo dal titolo " I talebani assaltano gli italiani di Herat e c’è la mano vicina dell’Iran ". Dalla STAMPA, a pag. 19, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Bombe umane e intelligence. La nuova offensiva dei ribelli ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 27, l'articolo di Davide Frattini dal titolo " Messaggio alla popolazione per allontanarla dagli stranieri ".
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " I talebani assaltano gli italiani di Herat e c’è la mano vicina dell’Iran"
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Bombe umane e intelligence. La nuova offensiva dei ribelli "
Maurizio Molinari
Targhe governative, divise di reparti speciali, documenti da vip, una perfetta conoscenza delle basi e la vocazione jihadista dei kamikaze: sono gli ingredienti della nuova offensiva dei taleban contro le truppe Nato in Afghanistan che lo staff del generale David Petraeus ha descritto a Washington in una serie di memorandum che hanno anticipato le caratteristiche dell’attacco di ieri ad Herat contro i soldati italiani.
Le valutazioni dell’intelligence militare che ha formulato tali valutazioni per il comandante delle truppe Usa in Afghanistan - in procinto di insediarsi alla guida della Cia - nasce dal minuzioso esame di quanto avvenuto dall’inizio della primavera. Il 18 aprile il kamikaze che viola il ministero della Difesa di Kabul si presenta al cancello d’entrata su un’auto con la targa di un generale e al check point mostra un cartellino da vip che inganna le guardie, entra, parcheggia, si dirige nell’ufficio centrale del dicastero e scatena l’inferno. E’ un attacco che gli americani definiscono «inside job» assimilandolo agli scassinatori che riescono a svaligiare le banche grazie alle «informazioni molto accurate» ottenute da un impiegato corrotto.
Lo stesso vale per quanto avviene sabato quando un kamikaze indossa una divisa da poliziotto e, dotato dei permessi giusti, accede all’ufficio del governatore del Nord Afghanistan dirigendosi dove sa di trovare due comandanti della polizia entrambi assassinati - e un generale tedesco, gravemente ferito. «I taleban sanno di non poter sfidare la Nato in campo aperto e si affidano a kamikaze, singoli o piccoli gruppi, per azioni mirate che puntano a creare sfiducia nel governo afghano - spiega il colonnello John Dorrian, portavoce della coalizione - e possono realizzarle perché dispongono spesso di informazioni dettagliate su orari, mappe e abitudini degli obiettivi». Ciò lascia intendere che la guerriglia jihadista abbia creato un efficace network di spie all’interno delle forze afghane e i sospetti si indirizzano verso Jalaluddin Haqqani, che da Khost guida una rete di circa tremila combattenti molto agguerriti, formatisi in campi in Pakistan dove gli viene insegnato anche come resistere agli interrogatori.
Proprio la maggiore sofisticazione degli attacchi kamikaze ha portato Petraeus a prevedere «un’estate di intensi combattimenti» in coincidenza con la scadenza di luglio, quando gli Stati Uniti inizieranno la transizione dei comandi alle forze afghane. «Siamo nel bel mezzo di una stagione nella quale si combatterà molto - spiega all’Ap il generale britannico Phil Jones - perché i taleban vogliono indebolire le forze di sicurezza afghane per impedirgli di assumere i compiti che la Nato si accinge ad assegnargli».
Tranne uno o due attacchi nella regione montagnosa del Nuristan, tutte le azioni firmate dai taleban dopo l’inverno sono state su piccola scala, «dimostrando notevoli sforzi per infiltrare le forza afghane» come il ministro della difesa di Kabul, Abdul Rahim Wardak, ha ammesso in Parlamento. Sono gli stessi jihadisti a vantare il successo di tale tattica. «I nostri mujaheddin sono capaci di infiltrarsi nei ranghi del nemico e sfruttano tali opportunità per condurre attacchi», afferma Zaibullah Mujahid, portavoce dei taleban. Dal 2007 sono almeno 21 gli attacchi nei quali i kamikaze hanno indossato divise o distintivi delle forze afghane e negli ultimi due hanno fatto sfoggio di collaboratori eccellenti.
Nel caso dell’attentato al ministero della Difesa, il kamikaze che guidava l’auto era addirittura il nipote di un generale afghano mentre il 21 maggio è stato un soldato di un’unità speciale a entrare nel maggiore ospedale di Kabul, prendere un pakistano che vi era ricoverato, trasportarlo in auto in una moschea, fargli indossare una divisa afghana e consegnargli l’esplosivo con cui ha fatto strage fra gli studenti in una vicina caffetteria. Il traditore regista dell’attacco era sotto le armi da otto mesi e l’inchiesta condotta dalla Nato ha portato ad appurare che non aveva mai dato alcun sospetto di simpatie per i jihadisti pur essendo stato addestrato dai taleban di Haqqani. Da qui l’ipotesi che il capo guerrigliero abbia infiltrato nelle forze armate un numero alto di spie, al fine di poter meglio colpire dall’interno gli apparati di sicurezza del governo Karzai.
Per Petraeus ciò implica lo scenario di dover trasformare la campagna afghana in una vasta operazione di controspionaggio. Forse anche per questo ieri il presidente Barack Obama ha nominato capo degli Stati Maggiori Congiunti il generale dell’esercito Martin Dempsey, un ex compagno di studi a West Point di Petraeus con il quale condivide il credo nell’efficacia nelle tecniche di contro-guerriglia messe in atto con successo in Iraq, impedendo ad Al Qaeda di insediarsi nel Triangolo Sunnita.
CORRIERE della SERA - Davide Frattini : " Messaggio alla popolazione per allontanarla dagli stranieri "
Davide Frattini
ROMA — Aveva un duplice obiettivo l’attacco di ieri contro il «Provincial Reconstruction Team» gestito dagli italiani. Gli analisti sono convinti che la scelta di colpire la base che si trova nell’abitato di Herat avesse come target primario i militari «nemici» , ma servisse anche a lanciare un messaggio alla popolazione locale. Quell’ufficio rappresenta infatti un punto di riferimento per la cittadinanza, visto che si occupa della ricostruzione di strade, ponti e più in generale delle infrastrutture. E dunque appare altamente probabile che chi ha pianificato l’attentato volesse pure provare a spezzare il legame che si è creato tra il contingente occidentale e gli afghani. E così frenare quel processo di pace che va avanti, sia pur tra mille difficoltà. Ora il timore è che altre azioni siano già state pianificate, dunque che il livello offensivo possa ulteriormente alzarsi. Perché l’escalation cominciata da oltre un mese con atti di intimidazioni oppure vere e proprie sparatorie, ha già avuto un picco dopo l’uccisione di Osama Bin Laden avvenuta in Pakistan all’inizio di maggio. Ed è probabile che ieri l’intenzione fosse quella di provocare una carneficina, visto che gli esperti sono concordi nel ritenere che l’azione sia stata pianificata in maniera meticolosa. Le prime notizie trasmesse dal comando militare in Afghanistan agli apparati di intelligence e ai carabinieri del Ros assicurano che c’era almeno un kamikaze che si è fatto esplodere mentre a bordo di un’autovettura si è diretto contro il Centro. Ma appare altamente probabile che altri complici fossero nelle vicinanze e abbiano avuto un ruolo attivo, visto che nella stessa area ci sono state diverse esplosioni. Una tecnica che ricorda in maniera impressionante quella utilizzata nel 2003 a Nassiriya, in Iraq, quando quattro attentatori suicidi riuscirono a penetrare nella base italiana a bordo di due mezzi e poi fecero detonare il loro micidiale carico uccidendo 13 carabinieri, quattro soldati e due civili. Ci vorrà tempo per ricostruire l’esatta dinamica, visto che la struttura è ridotta ad un cumulo di macerie. E tra gli accertamenti da svolgere c’è anche quello che riguarda la predisposizione delle misure di sicurezza. Bisognerà verificare se il dispositivo di protezione fosse adeguato, soprattutto tenendo conto che più volte c’erano stati allerta specifici sulla necessità di proteggere il contingente dopo che gli Usa avevano ucciso Bin Laden e così inflitto un colpo durissimo alla strategia qaedista. Una verifica che la procura militare ha già attivato anche riguardo agli ultimi episodi di militari rimasti vittima di attacchi. Ma che si scontra, ancora una volta, con la natura della missione che continua a rimanere «di pace» pur essendo ormai evidente come i soldati italiani stiano partecipando a tutti gli effetti alla guerra. La prova è nella scelta fatta dal governo -sollecitato dalle gerarchie militari che più volte hanno evidenziato la necessità di predisporre armamenti ed equipaggiamenti adeguati alla partecipazione al conflitto -di inviare ad Herat mezzi di massima blindatura e armi adeguate alla partecipazione del Contingente alla battaglia.
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