Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 20/05/2011, a pag 3, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Israele: I confini del ’ 67? Non ci potremmo difendere ". Da REPUBBLICA, a pag. 19, l'articolo di Alberto Stabile dal titolo " La bocciatura di Netanyahu: Quelle frontiere indifendibili. Hamas: Niente riconoscimento ". Dall'UNITA', a pag. 31, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo " Ma lungo la strada di Barack l’altolà di Hamas e Israele ". Dal MANIFESTO, a pag. 9, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo " Obama, silenzi e promesse ".
Ecco i pezzi, preceduti dai nostri commenti:
CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : " Israele: I confini del ’ 67? Non ci potremmo difendere "
Il pezzo di Francesco Battistini non è scorretto in sè, ma è monco. Mentre vengono evidenziati i rilievi al discorso di Obama fatti da Netanyahu e Anp, manca totalmente la bocciatura di Hamas, che rifiuta di riconoscere Israele. Un aspetto importante, soprattutto dopo che c'è stato l'accordo fra Hamas e Fatah. Ma Battistini ha preferito tacerlo ai suoi lettori. Perchè?
Passeggiando fra le 119 stanze della Blair House di Washington — dov’è ospite in attesa d’essere ricevuto domani alla Casa Bianca, dove ieri ha ascoltato il discorso di Obama — il premier israeliano Bibi Netanyahu aveva una sola preoccupazione: evitare sorprese. «Non ha nessuna ragione d'inquietarsi — l'ha rassicurato fino all’ultimo James Steinberg, segretario di Stato aggiunto — sarà un discorso che non spiazzerà Israele » . Non l'ha spiazzato, ma nemmeno gli è piaciuto: il punto principale fissato dal presidente americano, ovvero il ritiro ai confini del 1967, quindi da tutte le colonie della Cisgiordania e dai quartieri di Gerusalemme Est, erano stati anticipati lunedì dalla stampa israeliana. «Più o meno quello che ci chiedono da sempre» , aveva scritto un opinionista, citando le parole d’un collaboratore d'Obama: «Vi prego, poi a Gerusalemme non fate le vergini che si stupiscono...» . Tutto previsto. E tutto men che una verginella, all’ora del discorso Bibi ha la replica pronta, scritta da due giorni. La manda subito in rete: tornare alla risoluzione 242 dell'Onu, e alla Linea Verde del '49, sarebbe «disastroso» e «indifendibile» . C’è una lettera firmata Bush del 2004, ricorda Netanyahu, con una serie di rassicurazioni che contraddicono l’appello del successore. Cita una delle sue condizioni, che martedì declamerà anche al Congresso: «I palestinesi devono riconoscere Israele come Stato degli ebrei e ogni accordo di pace deve chiudere lo spazio a future richieste» . Bibi torna ad agitare anche una questione che da parte israeliana sembrava chiusa, almeno fino agli scontri di domenica ai confini siriano e libanese: «Senza una soluzione sui profughi del '48, nessuna nostra rinuncia territoriale porrà fine al conflitto» . E tanto per chiarire che si fa sul serio, proprio in contemporanea col discorso di Obama, ecco che da Gerusalemme arriva puntuale l'annuncio: nei quartieri Est di Pisgat Zeev e di Har Homa, occupati dal '67, verrà autorizzata la costruzione di 1.608 nuove abitazioni israeliane. «Obama ha fatto un discorso copiato da Arafat» , attacca la destra di governo Likud. «Netanyahu rilanci il negoziato o resteremo ancora più isolati» , invoca l'opposizione di Tzipi Livni. Voce a sé il ministro della Difesa, Barak, che riconosce «sincerità» ai palestinesi e invita il suo premier a «permettersi concessioni coraggiose» . Di negoziato, in realtà, non si parla. L'hanno capito i francesi, che la settimana scorsa hanno cancellato l'ennesima conferenza di pace. «Diamo alla pace la chance che si merita» , è il commento di Abu Mazen, pure lui gelato dal no di Obama all'autoproclamazione d'uno Stato palestinese in settembre. Nessuna grande prospettiva, riconosce lo storico negoziatore palestinese Saeb Erekat: «Siamo alla Road Map del 2002» . «Senza nemmeno una visione strategica sulle colonie» , è critico l'ex «ambasciatore» in Italia, Nabil Shaath. L'unica, inevitabile novità è la mezza bocciatura Usa dell'accordo Fatah-Hamas: «Obama parli coi fatti e non per slogan — liquida Sami Abu Zuhri, che per Hamas era al Cairo a firmare la riconciliazione palestinese —. I negoziati hanno dimostrato la loro assurdità. E'un discorso troppo schierato coi sionisti» . Quel che più o meno s'aspettava il capo di Gaza, Ismail Hanyieh. Che ha ascoltato Obama in tv, pure lui. Sdraiato su un divano. La gamba fasciata per un fallaccio mentre giocava a calcetto. I siti israeliani lo sfottono: «Ha sempre detto che la sua specialità era buttare la palla dalla parte di Netanyahu. Adesso come se la riprende?» .
La REPUBBLICA - Alberto Stabile : " La bocciatura di Netanyahu: Quelle frontiere indifendibili. Hamas: Niente riconoscimento "
ma in prima pagina era il seguente:Obama: Israele nei confini del ´67. Netanyahu e Hamas dicono no" Netanyahu e Hamas messi sullo stesso piano
Ismail Haniyeh, capo di Hamas
Il rifiuto di Israele deriva dal fatto che la proposta di Stato palestinese avanzata da Obama significa confini non sicuri e pericolo per la popolazione israeliana. Quello di Hamas per il fatto che non è prevista la cancellazione di Israele. L'opinione dei terroristi della Striscia ha la stessa legittimità di quella del premier di uno Stato democratico?
Ecco l'articolo di Alberto Stabile:
BEIRUT - L´Oracolo ha parlato. Ma quello che il presidente americano ha detto nel suo "major speech" a proposito del conflitto che oppone da 63 anni israeliani e palestinesi, non soddisfa né gli uni né gli altri. In misura diversa, ovviamente. Perché quello che spinge il presidente palestinese, Mahmud Abbas ad «apprezzare» il discorso - e cioè l´affermazione, inedita sulla bocca di un presidente Usa, secondo cui «i confini devono essere basati sulle linee del ‘67» - è esattamente quello che ha fatto infuriare Netanyahu. Quei confini sono «indifendibili», ha ribattuto il premier israeliano ai piedi della scaletta dell´aereo che lo porterà a Washington per l´ennesimo "chiarimento" tra i due super-alleati.
Barack Obama ha dunque fatto il gran passo, avallando la posizione dei palestinesi sulla spinosa questione dei confini. Questione chiave perché da lì discende la forma geografica e politica del futuro Stato palestinese. «Uno Stato - hanno sempre ripetuto a Ramallah - praticabile, entro i confini del ‘67 e con capitale Gerusalemme». Ora Obama di Gerusalemme non ha parlato, ma sui confini s´è sbilanciato, indicando chiaramente come base della trattativa «le linee del ‘67», quelle cioè che erano state stabilite nell´accordo di cessate-il-fuoco che pose fine alla guerra del 1947-‘48 e che furono travolte dalla guerra del ‘67 e dalla successiva occupazione israeliana.
Non è che Obama abbia intimato a Israele di ritirarsi: per facilitare l´accordo sui confini ha ipotizzato persino uno scambio di territori «reciprocamente concordato», qualcosa su cui il predecessore di Netanyahu, Ehud Olmert, aveva a lungo discusso con i palestinesi. Ma a Netanyahu le parole di Obama devono essere sembrate quantomeno stonate, perché quello che il premier israeliano s´aspetta è che Obama ribadisca l´impegno sottoscritto da George W. Bush in una lettera all´allora primo ministro Ariel Sharon, in cui gli Stati Uniti riconoscono i cambiamenti di fatto occorsi nei Territori occupati e, di conseguenza, il diritto d´Israele ad annettersi i grandi insediamenti.
Tutto questo suona in maniera profondamente diversa alle orecchie dei palestinesi. Ed infatti, Mahmud Abbas ha subito voluto esprimere apprezzamento, impegnandosi a convocare una riunione d´emergenza con non meglio precisate «parti arabe» e «palestinesi» (Hamas?) per discutere la novità. Poi, però a mente fredda, il ministro Nabil Shaat ha detto che non ci sono tracce concrete per far ripartire il negoziato e, soprattutto, che non si capisce, come Obama non chieda a Israele almeno il congelamento degli insediamenti. Ancora più netta la reazione di Hamas: «Un discorso schierato dalla parte d´Israele, non accettiamo la richiesta di riconoscere quello che Obama ha definito "Stato ebraico"».
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Ma lungo la strada di Barack l’altolà di Hamas e Israele".
Abu Mazen
Come Repubblica, anche l'Unità mette sullo stesso piano Hamas e Israele. Un'associazione terroristica vale quanto uno Stato democratico, le loro motivazioni hanno lo stesso peso? Anche l'Anp non è del tutto soddisfatta dal discorso di Obama, in particolare per quanto riguarda lo status di Gerusalemme (non menzionato nel discorso) e il congelamento delle costruzioni negli insediamenti. Ma nei titoli non c'è traccia delle perplessità di Abu Mazen, forse perchè la sua immagine di moderato che fa di tutto per i negoziati verrebbe minata?
Ecco l'articolo:
Il MANIFESTO- Michele Giorgio : " Obama, silenzi e promesse "
Michele Giorgio
Dopo aver letto il pezzo di Giorgio ci chiediamo se non l'abbia scritto sotto dettatura di Hamas. Secondo il quotidiano comunista, il principale difetto di Obama è di non essere abbastanza filo palestinese e di non essere stato duro a sufficienza con Israele.
Ecco l'articolo:
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