Riportiamo da LIBERO di oggi, 26/04/2011, a pag. 11, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Assad massacra i civili, nessuno interviene ", segue l'articolo non firmato dal titolo " L’Iran sta con Damasco contro i sauditi ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 8, l'articolo di Viviana Mazza dal titolo " Bashar come il padre Hafez. Torna l’incubo desaparecidos ", l'intervista di Ennio Caretto a Michael Walzer dal titolo " Ma rovesciare Assad è un salto nel buio ".
Sullo stesso argomento, invitiamo a leggere la Cartolina da Eurabia di Ugo Volli di oggi, pubblicata in altra pagina della rassegna.
Ecco i pezzi:
LIBERO - Carlo Panella : " Assad massacra i civili, nessuno interviene "
Carlo Panella
LIBERO - " L’Iran sta con Damasco contro i sauditi "
Bashar al Assad con Mahmoud Ahmadinejad
L’Iran ha respinto la richiesta fatta da Barack Obama di intervenire nella crisi siriana; «I funzionari di Damasco sono perfettamente in grado di amministrare da soli il proprio Paese », ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Ramin Mehmanparast; il quale ha aggiunto che «ascoltare le richieste popolari è l’unica soluzione per le dispute in corso nei Paesi della regione ». Citato dall’agenzia di stampa Isna, Mehmanparast ha detto che «la soppressione delle richieste, un trattamento ostile e l’inter - vento militare da parte di altri Stati non fa altro che approfondire le crisi», riferendosi anche all’interven - to dell’Arabia Saudita e degli Emirati arabi in Bahrain. Un no prevedibile: Damasco per Teheran è l’al - leato fondamentale: un regime dittatoriale laico ma vicino al mondo sciita che consente il raccordo fra il Libano di Hezbollah e l’Iraq sempre più vicino agli ayatollah. Assad è essenziale nello scontro per l’egemo - nia con il gigante saudita - e i suoi parenti vari, come i sovrani di Giordania e Bahrain. E proprio il Baharin è il problema principale per la politica estera del regime iraniano: Teheran deve svolgere «un ruolo diretto» a sostegno delle proteste nell’emirato: lo ha detto il comandante delle milizie dei volontari islamici iraniani, generale Mohammad Reza Naqdi, citato dall’agenzia Fars. «Se le condizioni attuali non ci permettono di essere coinvolti direttamente sul campo di battaglia, dobbiamo cambiare queste condizioni e svolgere un ruolo diretto sulla scena», ha affermato il generale. «Il nemico», ha aggiunto Naqdi, «sta cercando di creare instabilità in Iran per ostacolare un suo ruolo attivo nella regione », ma Teheran non deve rinunciare a questo ruolo perchè «la rivoluzione islamica dell’Iran appartiene a tutti i popoli musulmani e oppressi nel mondo». In una dichiarazione del 20 aprile Arabia, Kuwait, Oman, Emirati arabi uniti, Qatar e Bahrein, hanno accusato Teheran di ingerenze nelle sollevazioni popolari in Medio Oriente e Nord Africa, in particolare in Bahrein.
CORRIERE della SERA - Viviana Mazza : " Bashar come il padre Hafez. Torna l’incubo desaparecidos "
Hafez al Assad
«Nato nel 1991. Visto l’ultima volta ad Harasta, sobborgo di Damasco, venerdì 22 aprile» . Rida Radwan Al Gzouli indossa una maglietta azzurra e ha la barba incolta nella foto fornita al Corriere dal gruppo per i diritti umani Insan. Viveva con la madre, rimasta vedova un paio d’anni fa. Nessuno sa dove sia finito. Wissam Tarif, il 36enne direttore di Insan, ha altre 220 «schede» come quella di Rida. Sono le «sparizioni forzate» verificate dagli attivisti a partire da venerdì scorso. Sono un’altra delle armi usate dal regime per reprimere la rivoluzione, dice Tarif. «E’ spaventosa la concentrazione di sparizioni nelle zone dove sono avvenute le proteste» . Tarif era in Siria fino alla scorsa settimana. S’è rifugiato all’Aja, ma altri membri del gruppo restano in Siria. La repressione è attuata in diversi modi, spiega: con le uccisioni in piazza, con le detenzioni arbitrarie (inclusi quelle di noti attivisti) e con le sparizioni forzate. Chi «sparisce» viene rapito o ucciso segretamente. «Le famiglie non sanno se i loro cari sono vivi o morti» , dice Tarif. Spesso si tratta di giovani sconosciuti: nessuno lancia l’allarme. «Alcuni sono stati sequestrati mentre partecipavano alle manifestazioni anti regime, altri vicino casa da uomini della sicurezza o dai nuovi gruppi di vigilantes di quartiere del partito Baath, creati da poco» . Waled Midan, un altro studente nella lista di Tarif, si era visto confiscare il cellulare da agenti della sicurezza davanti all’Università di Damasco il 20 aprile. Nella notte del 21 è stato rapito, picchiato e costretto a salire su una macchina bianca nell’affollata zona di Baramke, a Damasco, secondo Insan. I familiari sono andati in molte stazioni di polizia e centrali della sicurezza, che hanno negato che il ragazzo sia stato arrestato. «Il regime siriano ha una lunga storia di sequestri e di detenzioni arbitrarie di oppositori, attivisti dei diritti umani e cittadini che non si mostrano abbastanza leali nei confronti del potere» , dice Tarif. «Durante il governo dell’ex presidente Hafez Assad, questi rapimenti erano frequenti. Molte persone sono scomparse per sempre» . I siriani svaniti tra il 1980 e il 1987 sarebbero 17.000, stima il capo del centro di Damasco per i diritti umani Radwan Ziadeh. «Ora siamo davanti ad una nuova ondata di sequestri» , dice Tarif. «I primi nove nomi sono arrivati ad uno dei nostri ricercatori via email da un attivista locale. Così abbiamo parlato con altri attivisti, abbiamo contattato i leader delle comunità, gli imam nelle moschee, i familiari, gli amici delle persone scomparse. I numeri hanno cominciato a crescere. Molte sparizioni forzate sono avvenute in sobborghi di Damasco: 86 a Saqba e Gisraien nella zona di Gota, 17 a Harasta, 9 a Madaya. Molti casi anche a Latakia, Homs (68) e nei villaggi del Sud: 41 a Deraa e dintorni» . Anche Abdel Aziz Kamal al-Rihawi, 18 anni, è scomparso ad Harasta, dove nelle rivolte del Venerdì Santo sono morte tre persone. L’ultima telefonata ai parenti dalla piazza: «Sparano a tutti. Torno a casa» . Tarif crede che diverse delle persone sparite siano morte.
CORRIERE della SERA - Ennio Caretto : " Ma rovesciare Assad è un salto nel buio"
Michael Walzer
«Gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite devono condannare la crudele repressione in Siria. Ma non credo che debbano appoggiare l’insurrezione. Noi non sappiamo chi siano i ribelli, e quale fazione prevalga. La situazione in Siria è molto diversa dalle situazioni in cui Mubarak cadde in Egitto e in cui intervenimmo in Libia. Usa, Ue e Onu devono premere quanto più possibile su Assad e sull’opposizione per una soluzione politica della crisi. Devono mediare, promuovere negoziati con tutti i mezzi, a loro disposizione, dalle sanzioni all’assistenza economica. Dalla stabilità della Siria dipende la stabilità di buona parte del Medio Oriente, a incominciare da Israele e Palestina» . Michael Walzer, il grande filosofo politico americano autore di «Guerre giuste e ingiuste» , non ha dubbi. A suo giudizio, al momento in Siria non esiste «alternativa visibile» al regime di Assad. Se venisse rovesciato, salterebbero i precari equilibri mediorientali, «una prospettiva che allarma l’Iran, il cui regime è sciita, come quello siriano, e cerca pertanto di preservarlo» . Non voglio apparire cinico, prosegue Walzer, «ma il nostro obbiettivo in una regione in preda a severe convulsioni non deve essere tanto la nascita delle democrazie ovunque, bensì la nascita di regimi migliori degli attuali, quelle che chiamavamo democrazie guidate, cioè in evoluzione, passibili di riforme democratiche, un percorso a tappe» . In che senso la crisi siriana le sembra diversa da quella egiziana? «Non mi sembra sia frutto di una sollevazione popolare, di massa, almeno non sinora. Mi sembra invece un moto frammentato. Ripeto: non si può condonare la repressione di Assad, ma non si può neanche contribuire a spodestarlo, sarebbe un salto nel buio. Bisogna essere cauti. Abbiamo tante speranze sull’Egitto, ma temo che là stia iniziando una controrivoluzione» . E qual è la differenza con la Libia? «In Libia l’opposizione ha ottenuto il controllo di una parte del Paese e ciò ci ha consentito di intervenire. Personalmente, ritengo l’intervento sbagliato. Di fatto ci siamo impegnati a rovesciare Gheddafi e ci troviamo coinvolti in una guerra di cui nessuno può predire la durata né l’esito, e che destabilizza il Nord Africa. Purtroppo la soglia per i nostri interventi in difesa dei diritti umani deve essere più alta» . Perché considera un’eventuale caduta di Assad un salto nel buio? «Il successore potrebbe essere peggio di lui. Ce lo dice l’incertezza sugli sviluppi in Egitto, Libia, Tunisia, ecc. Ce lo dice l’ansietà di Israele, che sa che senza l’Egitto un accordo sulla Palestina è molto più difficile, e sa che senza la Siria lo è un accordo sulle alture del Golan. Ce lo dice il nervosismo dell’Arabia Saudita, che ha paura che la rivolta si estenda al Golfo Persico, che è già in agitazione» . Come valuta la condotta dell’amministrazione Obama con la Siria? «Si sta muovendo con la necessaria prudenza. Obama si era aperto alla Siria dopo le misure di Bush del 2004, revocandone alcune, e mandando un ambasciatore a Damasco per la prima volta in sei anni. Adesso annuncia una stretta che non impedisce il dialogo. Ma deve mobilitare la Lega Araba, spingerla ad assumere il ruolo chiave che le compete per la pacificazione del Paese» . Non c’è qualcosa di comune tra le sollevazioni in Medio Oriente? La povertà, le violazioni dei diritti umani? «C’è. E la responsabilità è anche nostra, avremmo dovuto fare di più a favore delle popolazioni, avremmo dovuto chiudere meno gli occhi agli abusi dei vari regimi. Ma le sollevazioni rischiano di essere strumentalizzate da opposti gruppi di estremisti islamici, dagli odi tribali, dai militari, persino da Al Qaeda. E la nostra capacità di influire sul Medio Oriente potrebbe diminuire» . Non è troppo pessimista? «Sono più pessimista di un anno fa. Prendiamo l’Iraq. Gli eventi siriani avranno ripercussioni alle sue frontiere, se si aggraveranno. Tra poco, il premier iracheno Maliki potrebbe rimanere senza il nostro sostegno militare nel momento più difficile. Sarebbe costretto a prendere provvedimenti drastici, e avremmo un altro periodo di caos, persino la recrudescenza del terrorismo» . C’è una lezione per l’Occidente? «C’è da tempo. L’Occidente doveva prestare attenzione ai fermenti culturali e religiosi in Medio Oriente. Non è una regione da sfruttare per le sue risorse petrolifere, ma una regione dove prevenire le guerre di religione, favorire la crescita economica, coltivare una coscienza politica, migliorare la condizione giovanile e femminile. L’America in particolare deve capire che la democrazia non si esporta, che nasce sul posto e che può assumere forme diverse dalle sue. Lezione, incidentalmente, che dobbiamo tenere a mente anche in Afghanistan, se desideriamo davvero disimpegnarcene onorevolmente» .
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