Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 06/04/2011, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Una Ruby pachistana contro gli imam ". Dalla STAMPA, a pag. 14, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Il Pakistan deve abolire la legge sulla blasfemia".
Ecco i due articoli:
Il FOGLIO - " Una Ruby pachistana contro gli imam "
Veena Malik
La STAMPA - Francesca Paci : " Il Pakistan deve abolire la legge sulla blasfemia"
Shahbaz Bhatti
Prima d’essere assassinato il 2 marzo scorso, il ministro pachistano per le Minoranze Shahbaz Bhatti aveva visto germogliare alcuni dei semi piantati in vent’anni d’attività politica, la normativa che garantisce alle minoranze il 5% del pubblico impiego, l’apertura di luoghi di preghiera non musulmani nelle carceri, il giorno nazionale delle minoranze l’11 agosto. «C’è ancora molto da fare», ammette Paul Bhatti passeggiando nel cortile della Comunità di Sant’Egidio di Roma, dove ha appena ricordato il fratello insieme al ministro degli Esteri Franco Frattini e il grande imam di Lahore Syed Muhammad Abdul Khabir Azad. Qualche giorno dopo il funerale ha raccolto il testimone della lotta contro l’intolleranza religiosa accettando l’incarico di consigliere speciale del premier Yusuf Raza Gilani. La prima sfida è la maggiore, l’infame legge sulla blasfemia, quella per cui rischia la pena capitale Asia Bibi, la Sakineh del Punjab. Paul, un medico che ha vissuto a lungo in Italia, è convinto che le malattie avanzate vadano curate con gli antibiotici: «C’è speranza, dopo la morte di Shahbaz ho sentito perfino tra i partiti religiosi qualche voce favorevole a una modifica della legge». Prima la cura, poi la riabilitazione dell’organismo che ha accolto il virus.
Con 180 milioni di abitanti, di cui il 2% cristiani, l’1% indù e qualche migliaio di zoroastriani, buddisti, sikh e ahmadiyya, il Pakistan è una famiglia complessa. Il ministro Bhatti ne ascoltava paziente i borbottii per tenerla insieme, ricorda il fratello. Come faceva in casa propria: «Una notte, poco tempo fa, mi spazientii con mio padre che si lamentava per nulla: pover’uomo, ultimamente non stava bene, era mentalmente inquieto. Shahbaz mi rimproverò. Eppure era l’unico dei cinque fratelli che viveva con i nostri genitori a Islamabad, doveva essere il più stressato. Invece mi disse che non aveva mai alzato la voce con mio padre. Era fatto così già nella vita quotidiana, figurarsi in quella politica: la mano tesa al posto del pugno».
Paul non minimizza il nemico: «Il terrorismo che fronteggiamo in Pakistan lotta contro l’America, l’Europa, e bersaglia i cristiani pachistani perché li associa all’Occidente. I personaggi trasversali come mio fratello, che diventano portavoce di molte comunità, intralciano e vanno eliminati». Ma sa che a costruire ponti con Shahbaz c’erano molti musulmani, come il governatore del Punjab Salman Taseer, ucciso da un uomo della scorta poco prima di Bhatti, di cui era grande amico, per essersi pronunciato contro la condanna di Asia Bibi. «Più che nella teoria dello scontro delle civiltà, credo nello scontro delle inciviltà», insiste. L’esistenza stessa delle minoranze è in fondo un freno alla tentazione assolutista degli Stati islamici.
«Prendiamo per esempio la primavera araba», continua Paul Bhatti. Un processo da seguire anche da chi arabo non è: «Il Pakistan, in deficit di democrazia, guarda con simpatia le rivolte egiziana e tunisina. Ma c’è indubbiamente il rischio che i fanatici musulmani si avvantaggino dal crollo dei regimi. E’ già successo in Pakistan e Afghanistan: quando c’era il re non avevamo la libertà ma neppure il caos, poi sono arrivati i fondamentalisti». Come uscirne? Paul ha apprezzato il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, che ha definito martire non chi rischia la vita ma chi continua ad amare nonostante i rischi. Come Shahbaz Bhatti, la cui Bibbia è da ieri sera esposta nella basilica di San Bartolomeo all’Isola, sorta di talismano contro l’odio religioso del XXI secolo.
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