Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 30/03/2011, a pag. 3, due articoli titolati " La cupola dei “professori” che piace all’estero " e " Le “tracce” di al Qaida nella cantina della rivolta". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 1-50, l'articolo di André Glucksmann dal titolo " Le primavere dei popoli vanno difese ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 14, l'articolo di Christian Rocca dal titolo " Gratti Obama e in fondo trovi George W. Bush ".
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " La cupola dei “professori” che piace all’estero "
Mahmoud Jibril
Il FOGLIO - " Le “tracce” di al Qaida nella cantina della rivolta"
Muammar Gheddafi
CORRIERE della SERA - André Glucksmann : " Le primavere dei popoli vanno difese "
André Glucksmann
Le primavere dei popoli inciampano inevitabilmente nella forza delle armi. Fu così nel 1848, quando le insurrezioni europee dovettero piegarsi sotto il fuoco degli eserciti imperiali. Fu così nel 1956 per Budapest, nel 1968 per Praga, nel 1989 per Tien an Men. Oggi, la stessa sorte stava per toccare alle primavere arabe, quando Muammar Gheddafi ha deciso, per primo e per dare l’esempio, il ritorno all’ordine, qualunque sia il prezzo da pagare. Sono in gioco la sopravvivenza dei manifestanti libici, l’avvenire delle rivolte per la libertà a Sud del Mediterraneo e la sorte dei diritti dell’uomo in tutto il pianeta. Sappiamo che le autorità comuniste cinesi, inquiete, censurano qualsiasi riferimento al Cairo e a Tunisi in rivolta, mentre gli editorialisti russi si interrogano sulla possibilità di un contagio, che l’opposizione si augura, che Gorbaciov stima possibile e che il Cremlino curiosamente teme come la peste. L’intervento internazionale in Libia è cruciale, una parte del nostro futuro si rischia qui e adesso. Qualsiasi guerra è spietata. Un morto è un morto. Per chi non si attribuisce il potere di risuscitare i corpi, non esiste una guerra giusta. Ogni guerra è rischiosa: per quante precauzioni si possano prendere, i danni imprevisti sono moneta corrente e le azioni aeree, per quanto scrupolosamente mirate, non possono «santuarizzare» uno per uno i civili a terra. Provate a spiegare a una vittima «collaterale» che è giusto essere colpita! A meno che non si creda alla saggezza e all’onnipotenza di un Dio, nessuno può decretare che una guerra sia giusta, ci sono solo guerre necessarie o no. È per evitare il peggio che ci si autorizza il meno peggio. È per impedire il massacro annunciato di Bengasi e i «fiumi di sangue» promessi ai suoi 700 mila abitanti insorti che l’Onu, almeno stavolta, autorizza l’intervento aereo voluto dalla Francia di Sarkozy e dalla Gran Bretagna di Cameron. Primi a spiccare il volo, i piloti francesi hanno tolto l’assedio di Bengasi. Sì, non esistono attacchi «giusti» , ma alcuni sono necessari, riguardano la protezione di popoli in pericolo (Risoluzione dell’Onu 1973, marzo 2011). — alcuni fra cui io stesso, pensano: «finalmente!» . Quante ecatombe abbiamo lasciato che si perpetrassero per poi deplorare di non averle impedite? Quante Guernica, dopo il crimine franchista e nazista dipinto da Picasso? Ogni generazione può scandire le proprie vigliaccherie, da un non intervento all’altro. Enumerarle tutte è impossibile: ad esempio, dopo la caduta del Muro, per gli europei, c’è Srebrenica; per la comunità internazionale tutta intera, c’è il Ruanda, dove 10.000 tutsi al giorno furono giustiziati in tre mesi. La Risoluzione 1973 non garantisce affatto che questa pratica del laisser-tuer, lasciar-uccidere, non si produrrà più, ma soltanto che sarà più difficile accettarla. Che «in casa propria ciascuno è re» , non è più totalmente vero; il pretesto di sovranità assoluta, che lasciava ai tiranni le mani libere per sradicare, a loro piacimento, i cittadini dalle proprie terre, si è infranto. Ecco una Grande Prima geopolitica: il diritto universale di vivere e di sopravvivere si erge al di sopra del diritto sovrano di uccidere. Altri brontolano e fingono di non sentire. I russi e i cinesi, astenutisi insolitamente dal loro diritto di veto, non avendo quindi bloccato il Consiglio di sicurezza dell’Onu, attendono febbrilmente che il piano dei liberatori fallisca. Come al solito, il più irritato è Vladimir Putin: riprende parola per parola le affermazioni di Gheddafi; denuncia una «crociata medievale», » , poi versa come lui lacrime di coccodrillo sulle vite innocenti spezzate dalle bombe occidentali. Giudicando tale esagerazione nociva agli interessi internazionali di Mosca, l’altro pilastro della «tandem-democrazia» , il presidente Medvedev, disapprova il vocabolario usato da Putin che la vox populi russa, invece, approva al 70%. Mentre l’impostore del Kgb-Fsb raccomanda agli occidentali di «pregare per la salvezza delle loro anime» , la Ong «Memorial» , che non ha la memoria corta, gli consiglia con coraggio di preoccuparsi piuttosto della propria salvezza: «Putin, è chiaro, ha dimenticato completamente quel che ha fatto nel suo Paese e la responsabilità che ha in questi tragici eventi. Il Primo ministro dovrebbe, prima di tutto, pregare per la propria anima» . Non soltanto Putin è un intenditore in materia di crociate— alcuni pope andarono a benedire i carri armati che irrompevano nella Cecenia musulmana —, non soltanto eccelle in materia di bombardamenti (massicci, nel caso di Grozny, ridotta come Varsavia nel ’ 44), ma intuisce quanto la condanna di un Gheddafi possa infangare le proprie imprese caucasiche. Altri ancora sono recalcitranti e rifiutano di prendere posizione, preferendo contemplare da lontano il volo degli aerei. In testa, c’è la Germania, che dalla ex Repubblica federale di Bonn eredita la propria condizione di gigante economico e di nano politico. Ci si potrebbe accontentare di sorridere o di disinteressarsene, se la Germania, ormai riunificata e diventata la potenza prospera dell’Unione europea, non tendesse a imporre agli altri la norma della sua non-azione raziocinante: poiché ogni volta l’uso della forza comporta il rischio di sbandamenti o impantanamenti, lasciamo che gli sterminatori continuino a sterminare. Così l’Europa venderebbe armi ai despoti, ma si impegnerebbe a non usarle contro di loro. La morale sarebbe salva e il commercio anche. Si è dimenticata l’ironica saggezza di Clausewitz: colui che vuole stabilire o ristabilire il proprio dominio si ostenta «amico della pace» e stigmatizza come «guerrafondai» coloro che si oppongono alla tirannide e difendono la libertà. La posta in gioco della Risoluzione 1973 è tanto più fondamentale in quanto è delimitata molto precisamente. L’intervento armato mira soltanto a proteggere, non a invadere un Paese, a instaurare una democrazia o a costruire una nazione. Non si tratta di agire al posto di un popolo, ma solo di consentirgli di decidere, a suo rischio e pericolo, del proprio destino. Si tratta di ristabilire un equilibrio delle forze, di bloccare il potere devastatore che la tecnologia moderna degli armamenti conferisce a dittatori senza scrupoli davanti a manifestanti dalle mani nude. L’esempio libico è un caso particolare, il suo successo non è garantito né facilmente trasponibile. È giocoforza fare una distinzione fra i regimi polizieschi e corrotti come quelli di Ben Ali e di Mubarak e il potere terroristico, totalitario, grottesco, alla Gheddafi. Il secolo che viviamo non ha certo chiuso con i dittatori dalle mani insanguinate: costoro sappiano tuttavia che la «necessità di proteggere» le folle disarmate incombe come una spada di Damocle sui loro misfatti.
Il SOLE 24 ORE - Christian Rocca : " Gratti Obama e in fondo trovi George W. Bush "
Christian Rocca
Il gran discorso di Barack Obama sulla Libia, pronunciato lunedì sera alla National Defence University di Washington, elimina i dubbi sulla sua cangiante dottrina politica internazionale: «Alcune nazioni possono far finta di non vedere le atrocità commesse in altri Paesi. Ma gli Stati Uniti d'America sono diversi. Mi rifiuto, da presidente, di agire soltanto dopo aver visto le immagini di una carneficina e di fosse comuni». L'Obama che rifiutava il ruolo speciale dell'America nel mondo («Credo nell'eccezionalismo americano, esattamente come gli inglesi credono nell'eccezionalismo britannico e i greci in quello greco», diceva fino a poco tempo fa) ora loda la diversità etica e la superiorità morale del suo paese e spiega che, quando ci sono in gioco gli interessi e i valori americani, gli Usa riescono a superare la loro naturale riluttanza a usare le armi per assumersi la responsabilità di agire da difensori della sicurezza globale e da promotori delle libertà individuali: «Ecco che cosa è accaduto in Libia nelle ultime sei settimane».
Nelle ultime sei settimane è successo anche che Obama ha abbandonato la cautela da realpolitiker per abbracciare la Freedom Agenda di George W. Bush, curandosi di costruire prima le alleanze multilaterali. Il discorso di Obama è un manifesto filosofico, ha scritto il New York Times, a favore degli interventi militari a sostegno dei movimenti democratici del Medio Oriente, del Nord Africa e ovunque nel mondo. «Echi di Bush nel discorso di Obama», ha titolato il principale quotidiano liberal del mondo. Entusiastico anche il commento dei teorici neoconservatori, da Bill Kristol a Bob Kagan.
Da qualche parte, Bill Clinton e Tony Blair avranno sfoggiato un sorriso grande così, per non parlare di Bush. Obama è ufficialmente uno di loro, nonostante sia stato eletto con l'obiettivo di far dimenticare l'interventismo democratico del predecessore e dei suoi alleati.
L'America e l'Occidente, ha detto Obama nel discorso, hanno l'obbligo morale d'intervenire per fermare i massacri. Due anni fa, era un politico molto più cauto, più realista, più attento agli specifici interessi nazionali americani. Ovviamente, ha aggiunto lunedì, non si può intervenire sempre e ovunque un dittatore opprima il suo popolo, ma questo non vuol dire che sia sbagliato fare la cosa giusta quando si agisce per scongiurare un massacro.
Obama ha giustificato la guerra umanitaria preventiva e ha addirittura invocato il diritto all'uso unilaterale della forza. Prima di avviare le operazioni in Libia ha costruito un ampio consenso multilaterale, ma nel discorso di Washington ha detto che non esiterà mai «a usare l'esercito in modo rapido, risoluto e unilaterale se fosse necessario difendere il popolo, la nazione, gli alleati e gli interessi».
I ribelli libici hanno il vento della storia che soffia dietro le loro spalle e il mondo sarebbe certamente un posto migliore senza un tiranno come Gheddafi, ha detto Obama – di nuovo con echi bushiani. L'America «aiuterà l'opposizione e lavorerà con le altre nazioni per accelerare il giorno in cui Gheddafi lascerà il potere». Solo un mago riuscirebbe a individuare le differenze col passato.
A questo punto, formulata la dottrina libica, Obama ha dovuto attenuare lo shock dell'ala pacifista del suo schieramento giurando che la Libia non sarà un nuovo Iraq (su cui Obama però nutre grandi speranze), ribadendo che non invierà truppe di terra e promettendo, in modo meno convincente, che l'intervento armato non servirà a cambiare il regime libico.
C'è chi dice che la grandezza politica di Barack Obama sia proprio quella di sfuggire a qualsiasi catalogazione, di mostrarsi irriconoscibile, di posizionarsi sempre a metà strada tra due punti contrapposti. Non c'è argomento come la politica estera dove questa sua caratteristica sia più lampante. Infatti è il Nobel per la Pace che ha triplicato il numero delle truppe in Afghanistan, che ha avviato una campagna di bombardamenti sul Pakistan e che ha iniziato un'operazione bellica contro un dittatore arabo senza nemmeno chiedere l'autorizzazione al Congresso. Obama è stato eletto con una piattaforma di politica estera anti-bushiana, contraria all'ingerenza americana in giro per il mondo. Quell'Obama non c'è più.
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