Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 11/03/2011, a pag. 15, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Riad, si spara sulla folla ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'articolo dal titolo " E se i sauditi fanno una rivoluzione, ma non viene nessuno? ".
Ecco i pezzi:
La STAMPA - Francesca Paci : "Riad, si spara sulla folla "
Alla fine anche l’Arabia Saudita ha udito forte e chiaro il suono che in Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Libia, ha preceduto l’arrivo della primavera araba, l’eco sinistra degli spari nelle strade affollate di manifestanti. Ieri sera, a poche ore dalla Giornata della Rabbia organizzata via Facebook e sottoscritta da oltre 33 mila firme, la polizia ha aperto il fuoco contro alcune centinaia di persone che chiedevano la liberazione di nove detenuti sciiti nella cittadina di Al Qatif nell’Est del Paese. Secondo le prime testimonianze tre ragazzi sono rimasti feriti.
Da settimane la Casa reale alterna il bastone alla carota nella gestione del malcontento popolare, galvanizzato dalle turbolenze regionali. È vero che all’inizio di marzo l’87enne re Abdullah, di ritorno dalla convalescenza marocchina, ha concesso d’un fiato 37 miliardi di dollari in sussidi, borse di studio, aumenti di stipendio. Nel frattempo però, con la mano nascosta nella jallaba, s’è preoccupato di dispiegare 10 mila agenti nella regione di Qatif, la più ricca di petrolio ma anche quella in cui è concentrata la repressa minoranza sciita, tra le cui file agitate dalle proteste nel vicino Bahrein sono stati arrestati «preventivamente» 25 attivisti.
Tra la promessa di riforme e l’indice inquisitore paternalisticamente puntato a mo’ di monito, Riad gioca su due tavoli: ricorda ai sudditi irrequieti che la polizia è autorizzata a far rispettare il divieto di manifestare e ripete all’Occidente che la situazione è sotto controllo, la carenza di greggio verrà compensata, la voglia di democrazia a tutti i costi non contagerà il Golfo.
«Per capire se l’Arabia Saudita può davvero seguire l’esempio dell’Egitto basta sondare la paura dei Saud»: il mantra sibillino rimbalza ora da Facebook ai blog. Ieri, con l’ormai celebre tempestività, Twitter ha bruciato Al Jazeera nel riferire in diretta degli spari ad Al Qatif. Di più. Mentre ahmed aggiornava con video e post l’evolversi degli eventi («La polizia disperde la protesta», «Ingenti forze di sicurezza sono dispiegate al centro di Qatif», «La polizia usa bombe stordenti»), Rafah azzardava un retroscena: «L’ambasciata americana a Riad ha diffuso un messaggio d’allarme tra tutti i cittadini americani residenti in Arabia Saudita».
La domanda che corre oggi da Riad a Washington alle maggiori capitali d’Oriente e Occidente è quella sintetizzata nel twitt di @hhusaini: «Riusciranno miliardi di dollari a comprare la libertà e la dignità saudita?». Per quanto re Abdullah si affanni a sfilarsi dalla squadra dei cattivi condannando, come ieri, «l’illegittimo regime di Gheddafi», la temperatura del regno è tutt’altro che regolare. Dietro la rabbia popolare c’è la richiesta d’una riforma costituzionale della monarchia, l’emancipazione femminile, nuove opportunità professionali, ma anche un Paese con un’età media di 24 anni, un livello ufficiale di disoccupazione del 10%, un’emergenza suicidi passata dai 400 del ’99 ai 787 del 2010, in gran parte commessi da donne.
Gli esperti insistono nel notare che, a differenza dei Mubarak o dei Ben Ali, i Saud si sono mossi per tempo creando nella società «strutture partecipative» e puntando su quella natura saudita sospettosa dell’instabilità che le rivolte minacciano, per esempio nel confinante Yemen. Il mondo segue e palpita. Dopo gli spari di ieri la Casa Bianca ha ricordato a Riad che controllerà attentamente «il rispetto dei diritti umani dei manifestanti». L’appuntamento è per oggi, il primo.
Il FOGLIO - " E se i sauditi fanno una rivoluzione, ma non viene nessuno? "
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