Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 05/03/2011, a pag. 1-4, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Fratelli diversi ", l'articolo di Rolla Scolari dal titolo " Obama ancora cerca il suo uomo a Bengasi per rovesciare Gheddafi". Dalla STAMPA, a pag. 1-35, l'articolo di Vittorio Emanuele Parsi dal titolo " Il Colonnello non molla ". Da REPUBBLICA, a pag. 1-15, l'articolo di Gilles Kepel dal titolo " Le rivolte archiviano lo scontro di civiltà. Per gli arabi è un nuovo ingresso nella storia ", preceduto dal nostro commento.
Ecco gli articoli:
Il FOGLIO - Daniele Raineri : " Fratelli diversi "
Daniele Raineri
Il FOGLIO - Rolla Scolari : " Obama ancora cerca il suo uomo a Bengasi per rovesciare Gheddafi "
Rolla Scolari
La STAMPA - Vittorio Emanuele Parsi : " Il Colonnello non molla "
Vittorio Emanuele Parsi
Sono confuse e spesso contraddittorie le notizie che giungono dalla Libia, ma non su un punto. Sono chiare e univoche almeno sul fatto che la fine di Gheddafi è tutt’altro che imminente. Il colonnello non solo non molla, ma sfida come suo costume la comunità internazionale (ha appena nominato un nuovo ambasciatore all’Onu) e continua imperterrito a impiegare ogni mezzo a sua disposizione per reprimere la rivolta. Sa bene che il fattore tempo gioca a suo favore, che mentre il denaro gli consente di continuare a far arrivare mercenari e armi dai porosi confini meridionali (anche grazie all’appoggio di amici come Mugabe), i ribelli prima o poi esauriranno le scorte di armi sottratte ai lealisti e che, soprattutto, proprio il carattere spontaneo della ribellione rende difficile l’emergere di una leadership capace di fornire un progetto agli esasperati ed esausti cittadini libici. D’altronde, in una situazione di pressoché totale ignoranza su quali potrebbero essere i futuri eventuali leader del dopo-Gheddafi, la prospettiva di procurare armi ai ribelli appare ovviamente impraticabile.
I ribelli chiedono con crescente insistenza che la comunità internazionale intervenga per porre fine a una repressione che il prolungarsi della guerra civile rende sempre più violenta, mentre parimenti fa aumentare il nostro disagio di assistere inermi a quanto avviene. Eppure, proprio mentre Gheddafi accentuava la sua pressione sugli insorti, scemavano rapidamente le prospettive di un intervento militare occidentale diretto almeno a impedire l’impiego dei bombardieri contro la popolazione civile. Le ragioni tecniche e legali che rendono estremamente complicata l’attuazione di una no fly zone sui cieli della Libia sono state ampiamente spiegate in questi giorni. Sembra però opportuno sottolineare che proprio la capacità di resistenza mostrata dal colonnello modifica il quadro complessivo e rende l’ipotesi di intervento militare esterno ancora più implausibile. Non solo perché questo andrebbe incontro a difficoltà maggiori o a un numero di perdite prevedibilmente più alto. Ma per un fatto squisitamente politico. Sino a pochi giorni fa un intervento militare esterno sarebbe stato un modo per accelerare un destino segnato, allo scopo di limitare il sacrificio di vite umane. Si sarebbe cioè configurato come un intervento umanitario un po’ più «muscolare», una sorta di operazione «Restore Hope» (Somalia 1991), auspicabilmente di maggior successo. Oggi il medesimo intervento avrebbe il senso di far pendere la bilancia a favore di una parte contro un’altra in una situazione di guerra civile ancora molto fluida e dall’esito incerto. Sarebbe un intervento dal chiaro significato politico: ben più arduo da accettare non solo per Cina e Russia, ma anche per molti Paesi arabi e africani. Guadagnando tempo, resistendo, Gheddafi sa così di rendere molto più difficile che lo sdegno occidentale possa produrre ciò che in cuor suo più teme, l’escalation (anche militare) dell’internazionalizzazione della crisi.
La REPUBBLICA - Gilles Kepel : " Le rivolte archiviano lo scontro di civiltà. Per gli arabi è un nuovo ingresso nella storia "
Secondo Gilles Kepel le rivoluzioni del mondo arabo diumostrano che la teoria dello scontro di civiltà di Samuel Huntington è falimentare. Non ci sono fondamentalisti nelle piazze, o comunque sono una minoranza. Come se lo scontro di civiltà avesse a che vedere solo con i musulmani nei Paesi al di fuori dell'Occidente. Kepel non legge i giornali? Come può ignorare quello che sta succedendo in Pakistan, per fare un esempio? L'unico ministro cristiano del governo è stato assassinato perchè era cristiano e aveva osato mettere in discussione la legge sulla blasfemia. Anche un altro ministro, Salman Taseer (musulmano) era stato ammazzato per lo stesso motivo. Il suo assassino è stato acclamato dalla folla.
Kepel prende la Turchia come esempio di civiltà islamica democratica e scrive : " vi erano islamisti come l´Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia.". La Turchia sarebbe una democrazia? Una volta era un Paese laico. Ora, 'grazie' a Erdogan e alle sue leggi che limitano il potere di militari, non lo è più. Ecco l'articolo:
Gilles Kepel
Mi ricordo una colazione al Club dei Professori di Harvard con Samuel Huntington, qualche anno dopo la pubblicazione del suo famoso articolo, poi del suo libro, sullo Scontro delle civiltà. Avevo voluto vederlo perché, per elaborare il suo argomento, aveva usato fra l´altro il mio libro La rivincita di Dio. In quelle pagine spiegavo come, negli Anni Settanta, si fossero sviluppati i movimenti politici religiosi all´interno del Cristianesimo, l´Ebraismo e l´Islam.
Avevo voluto tracciare dei paralleli trans-religiosi fra quei fenomeni; dimostrare come, benché in modo diverso, ciascuno dei tre fosse nato in reazione alla crisi della modernità e del mondo industriale, all´indebolimento delle solidarietà sindacali e operaie dopo la scomparsa del lavoro in fabbrica, l´aumento della disoccupazione, e così via.
Paradossalmente, però, Huntington aveva attinto soltanto alla parte islamica del mio libro, usandola per argomentare il carattere eccezionale dell´Islam. Su questo aveva fondato una visione univoca dell´Islam senza capire che all´interno di quella fede si opponevano varie forze, si scontravano per controllarlo, o per imporre una divisione tra il riferimento laico e quello religioso nella lotta politica e nello spazio pubblico.
La discussione con lui quel giorno fu cortese, ma affiorarono posizioni radicalmente diverse.
Qualche anno dopo arrivò l´11 settembre 2001. Huntington conobbe un secondo trionfo: gli attentati di Al Qaeda, agli occhi di gran parte dei commentatori, convalidavano le sue tesi e il carattere assolutista dell´Islam; trasformavano la gran massa dei fedeli in seguaci di Bin Laden.
Dal canto mio, nel libro Jihad, ascesa e declino dell´islamismo, avevo cercato di spiegare che l´islamismo attraversava, appunto, un declino. Infatti, si era spaccato. Da un lato, vi erano i gruppi radicali destinati a usare sempre più la violenza, nella speranza che quella avrebbe svegliato le masse e innescato la rivoluzione islamica. Quei gruppi erano una versione musulmana delle Brigate rosse, o della Rote Armee Fraktion tedesca. Dall´altro lato, vi erano islamisti come l´Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia.
Il 12 settembre, mentre Huntington trionfava nei media, certi giornalisti francesi chiesero la mia rimozione dalla cattedra, tanto i miei scritti parevano a loro privi di senso.
Eppure oggi, che sono trascorsi 10 anni, quell´analisi mi sembra giusta. L´estremismo islamico, di cui Bin Laden era l´emblema, non è riuscito a trascinare le masse del mondo musulmano. Al Qaeda è ridotto a una setta priva di fecondità politica.
D´altro canto, i regimi autoritari e dittatoriali dei vari Mubarak e Ben Ali, ritenuti dagli occidentali "baluardi" contro l´estremismo islamico, sono anch´essi diventati obsoleti.
Oggi i popoli arabi sono emersi da quel dilemma - stretti fra Ben Ali o Bin Laden. Hanno fatto di nuovo ingresso in una storia universale che ha visto cadere le dittature in America Latina, i regimi comunisti nell´Europa orientale, e anche i regimi militari nei Paesi musulmani non arabi, come l´Indonesia e la Turchia.
Di conseguenza, gli islamisti che proponevano la partecipazione politica all´interno di un sistema pluralista sul modello turco, oggi prevalgono, anche se in Egitto non sono stati capaci di imporre il proprio vocabolario politico, e sono costretti - senza pregiudicare gli sviluppi futuri - a seguire le rivoluzioni democratiche arabe, anziché invocare la sovranità di Allah.
Perciò, credo che il sociologo politico abbia avuto ragione rispetto a certi studi che riducevano la società a dei testi ideologici.
Molti, con grande ingenuità, ora scrivono che l´islamismo è scomparso, che gli arabi assomigliano agli europei o agli americani. La realtà, però, è più complessa. Gli arabi, infatti, stanno costruendo una modernità, esitante. Non è un caso che la prima rivoluzione araba sia avvenuta in Tunisia, e che lo slogan più celebre sia stato espresso in francese: "Ben Ali dégage", "vattene", ripreso fedelmente dagli egiziani in un Paese dove quasi nessuno parla più il francese. Gli egiziani l´hanno ascoltato su Al Jazeera ed è divenuto uno slogan rivoluzionario.
In Tunisia vi è un vero pluralismo culturale franco-arabo. Questo ci fa capire la vera natura delle rivoluzioni in corso: radicate nelle culture locali, e al tempo stesso nelle aspirazioni universali, con tutte le difficoltà che ciò comporta.
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