Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 02/03/2011, a pag. 6, l'articolo di Francesco Grignetti dal titolo " Così è nata la rivoluzione. Per i soldi, non per l’islam ". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo dal titolo " Gheddafi è tutt’altro che sconfitto. Che succede se resta al potere? ", l'articolo di Paola Peduzzi dal titolo " Oltre le sanzioni ". Dall'OPINIONE l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Libia: il 18 marzo l'Onu vota la sua 'promozione' nel consiglio dei diritti umani ".
Ecco gli articoli:
La STAMPA - Francesco Grignetti : " Così è nata la rivoluzione. Per i soldi, non per l’islam "
Francesco Grignetti
Due settimane dopo la grande rivolta, sulle scrivanie del governo sono arrivati finalmente i rapporti che documentano quanto accaduto davvero in Libia. E sono sorprendenti. Innanzitutto viene una precisazione: la Libia è ricca, per entrate avrebbe il Pil della Norvegia, ma a Tripoli non è mai nato uno Stato moderno. Il potere come cent’anni fa resta articolato in clan, le «cabile», in perenne lotta tra loro per la divisione dei proventi del petrolio. Altro che islamisti, dunque. Il problema sono i soldi.
Sui clan per quarant’anni ha imperato Gheddafi, la sua famiglia e la sua tribù. Ma i rapporti tra le cabile della Cirenaica e il dittatore si erano deteriorati gravemente negli ultimi tempi. E il raiss con quelli di Bengasi, tradizionalmente ostili al suo potere, ha usato il pugno di ferro: 1200 morti per reprimere una rivolta nel 1996, altri 14 morti per i moti del 2006 quando fu incendiato il consolato d’Italia. Stessi i luoghi della repressione. Stessa la persona che fisicamente rappresenta le vittime bengasine (e le cabile di riferimento): l’avvocato Fethi Tarbel, noto attivista dei diritti umani, il quale da tempo porta avanti un’impegnativa causa di risarcimento a nome di oltre mille famiglie.
Il 15 febbraio, l’avvocato Tarbel è stato arrestato con una scusa. Agli occhi dei bengasini era l’ennesimo trucco di Gheddafi per evitare i risarcimenti ai parenti delle vittime. E così il giorno dopo, sull’onda dell’emozione per quanto accaduto a Tunisi e al Cairo, ecco la prima scintilla della rivolta: un centinaio di familiari si sono radunati davanti a un commissariato di Bengasi per chiedere la liberazione del loro avvocato.
Quel sit-in è finito malissimo, a notte fonda, con disordini e scontri di piazza. E il 17, data fatidica della rivoluzione, c’è stata la replica. Ma questa volta i bengasini si sono presentati armati. Alcuni reparti dell’esercito, più fedeli alle cabile che a Gheddafi, hanno appoggiato la rivolta. Ne è nato un assalto alla Guardia presidenziale, lo zoccolo duro dei gheddafiani e dei mercenari. Si è sparato con le armi pesanti. Si sono contati a centinaia i feriti e i morti. E da quel momento la Libia si è dissolta in un batter d’occhio.
Gheddafi ci prova, dunque, a presentare la rivolta come un complotto di Al Qaeda perché gli fa comodo spaventare una volta di più l’Occidente. Ma la questione è molto più semplice. Epperò più complicata al tempo stesso. Già, perché se a Bengasi c’è ora un abbozzo di governo alternativo, rappresentativo delle maggiori tribù del Paese, il clan di Gheddafi è ancora abbastanza unito nel sostenere il «suo» dittatore. Non solo. Il raiss, poco fidandosi delle forze regolari, e a ragione, negli anni ha lasciato deperire l’esercito. Come si ricorderà, la Libia è stata sottoposta a un embargo severo per quasi dieci anni. Dacché ha potuto ricominciare ad armarsi, però, tutto è finito alle quattro Unità d’élite che gli sono fedeli. E in pratica la forza militare è ancora saldamente nelle sue mani. Se Gheddafi decidesse di fare sul serio la guerra, la Libia rischia uno spaventoso bagno di sangue.
Ecco spiegate le enormi prudenze del governo italiano. Berlusconi e i suoi ministri sono diventati il bersaglio delle critiche più caustiche da parte dell’opposizione e anche in sede europea non mancano le puntualizzazioni. Eppure c’è una logica in tanta cautela.
Fino a ieri era la sorte dei nostri connazionali isolati nel deserto. Da oggi è la preoccupazione di non far finire un Paese tanto vicino, che è il perno della nostra politica energetica, e porta di accesso dall’Africa all’Europa, nel gorgo della guerra civile.
Intelligence e diplomazia italiana hanno fallito nel prevedere la dissoluzione del regime, ma ora, attivate le antenne, ritengono che la strada delle sanzioni, peggio ancora di qualche intervento armato, sarebbero il regalo migliore per Gheddafi, pronto a fare la vittima dei rapaci occidentali. Il consiglio è di muoversi con passo felpato e di inventare un’uscita di scena onorevole per il dittatore: tutto purché si eviti la carneficina e si possa subito negoziare con i nuovi potenti.
Il FOGLIO - " Gheddafi è tutt’altro che sconfitto. Che succede se resta al potere?"
Muammar Gheddafi
Il FOGLIO - Paola Peduzzi : " Oltre le sanzioni "
Paola Peduzzi
L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Libia: il 18 marzo l'Onu vota la sua 'promozione' nel consiglio dei diritti umani "
Dimitri Buffa
Questa storia della rivoluzione in Libia e della repressione sanguinaria ordinata da Gheddafi ha fatto venire alla luce molte contraddizioni. La più macroscopica delle quali riguarda l’Onu, non l’Italia. Il prossimo 18 marzo 2011 infatti il Consiglio per i diritti umani, da cui in teoria la Libia è stata sospesa per decisione unanime all’interno del Consiglio di sicurezza e del segretario dell’Onu Ban Ki Moon, ha al contrario all’ordine del giorno l’approvazione del rapporto sullo status dei diritti umani in Libia. Ed è un rapporto favorevolissimo, fatto di lodi ed encomi. Ad esempio raccomanda “la permanenza della Libia nel Consiglio” (composto di 47 stati) apprezzandone “la collaborazione fattiva”, e loda la Libia “per i grandi miglioramenti apportati al rispetto dei Diritti Umani al proprio interno “.
Le lodi alla Libia sono state firmate dai seguenti altri paesi membri del Consiglio: Iran, Algeria, Qatar, Sudan, Siria, Nord Corea, Bahrein, Autorità Nazionale Palestinese, Iraq, Arabia Saudita, Tunisia, Venezuela, Giordania, Cuba, Oman, Malesia, Egitto, Malta, Bangladesh, Marocco, Pakistan, Messico, Myanmar, Vietnam, Thailandia, Brasile, Kuwait.
Tutto ciò è stato segnalato ieri dall’organizzazione non governativa “UN Watch”, l’unica amica di Israele dentro le Nazioni Unite, che si batte da tempo per l’esclusione della Libia e dell’Iran dal Consiglio ONU per i Diritti Umani.
Il problema, nella burocrazia Onu, è che la risoluzione in agenda non è stata mai annullata e quindi il 18 marzo potrebbe essere votata come se niente fosse. Con il bel risultato che da una parte Gheddafi verrebbe cacciato o esiliato dal proprio paese e dall’altra il suo regime promosso davanti all’Onu. Così la ong “UN Watch”, che guida la Global Campaign ONG per rimuovere la Libia dal Consiglio dei diritti umani, ha invitato il Segretario di Stato Hillary Clinton e il ministro degli Esteri dell'Unione europea Catherine Ashton a sollecitare il segretario Ban Ki Moon per fare annullare la risoluzione prevista che loda il trattamento dei diritti umani in Libia e che dovrebbe essere adottata nella sessione in questione. Attualmente quindi la siutuazione “onusiana” è questa: da una parte il Consiglio di sicurezza ha votato per sospendere la Libia dal Consiglio dei diritti umani fintanto che la situazione con Gheddafi non sarà risolta, dall’altra il Consiglio stesso sta per approvare una mozione in cui il prossimo 18 marzo il regime di Gheddafi viene promosso per avere “implementato all’interno della Libia il rispetto dei diritti umani”. Una mozione che la stragrande maggioranza dei membri del Consiglio ha utilizzato per lodare in perfetta malafede il regime di Gheddafi per la sua presunta promozione dei diritti umani.
Ecco alcune perle dell’ultima riunione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu tenutasi il 4 gennaio scorso (quando le rivolte nel Maghreb erano tutte già in pieno svolgimento) in cui venne deciso di sentire tutti i rappresentanti degli stati (canaglia) membri.
Parla l’Iran e osserva che “la Libia ha attuato una serie di strumenti internazionali sui diritti umani e ha collaborato con gli organi trattato pertinente”. L’Iran “ha preso atto con soddisfazione dell'istituzione del Comitato nazionale per i diritti umani come istituto nazionale indipendente per i diritti umani, e della fornitura di un ambiente favorevole per le organizzazioni non governative.” La parola al rappresentante dell’Algeria che “fa notare gli sforzi della Libia per promuovere i diritti umani, cosa che riflette l'impegno del paese a rispettare i diritti umani e le risoluzioni del Consiglio di cooperazione con la comunità internazionale”. L’Algeria “ha accolto con favore il quadro istituzionale nazionale che era stato istituito, in particolare il Comitato Nazionale dei Diritti Umani e ha rilevato che il paese ha compiuto alcuni progressi nel settore dell'istruzione, così come il progresso sociale ed economico in conseguenza della revoca delle sanzioni”.
Parla il Sudan e nota “l’esperienza positiva del paese nel raggiungimento di un elevato tasso di scolarizzazione e il miglioramento della formazione delle donne”. Parla il rappresentante della Repubblica araba siriana che “elogia la Libia per il suo impegno serio e l’interazione con il Consiglio dei diritti umani e dei suoi meccanismi.” La Siria ha poi “lodato il Paese per il suo regime democratico basato sulla promozione dell’autorità del popolo, attraverso l'organizzazione di conferenze pubbliche, che migliora lo sviluppo e rispetto dei diritti dell'uomo, nel rispetto delle tradizioni culturali e religiose..”
Mettiamoci pure l’intervento del rappresentante nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu della Corea del Nord, che magari sennò si offende, e scopriamo che il suddetto ha “elogiato la Libia per i suoi successi nella tutela dei diritti umani, in particolare nel campo dei diritti economici e sociali, tra cui aumento del reddito, assistenza sociale, un sistema di istruzione gratuita, una maggiore fornitura di servizi di assistenza sanitaria, l'assistenza per le persone con disabilità, e gli sforzi per l'empowerment delle donne.”
Ecco, questo accade nell’Onu, il feticcio del famoso multilateralismo come approccio per risolvere le crisi internazionali. E queste allucinanti considerazioni da “mondo a parte” saranno votate e presumibilmente approvate il prossimo 18 marzo. Se qualcuno non chiama prima la Croce verde e manda a a prelevare i rappresentanti di quei paesi all’interno del Palazzo di Vetro.
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