Riportiamo da LIBERO di oggi, 04/02/2011, a pag. 1-17, l'articolo di Maria Giovanna Maglie dal titolo "Comunque finisca l’Occidente ha perso ", a pag. 17, l'articolo di Andrea Morigi dal titolo " adesso Abu Omar detta la linea alla rivolta". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 15, l'articolo di Ayaan Hirsi Ali dal titolo " L’America aiuti i laici alle elezioni per arginare i Fratelli musulmani ", preceduto dal nostro commento. Dal GIORNALE, a pag. 15, l'articolo di Souad Sbai dal titolo " Guai a chi sottovaluta il pericolo del fondamentalismo ". Da REPUBBLICA, a pag. 13, l'intervista di Christiane Amanpour a Hosni Mubarak dal titolo " Nel palazzo del raìs: Penso solo al mio paese basta scontri fra fratelli ".
Ecco i pezzi:
LIBERO - Maria Giovanna Maglie : " Comunque finisca l’Occidente ha perso "
Maria Giovanna Maglie
CORRIERE della SERA - Ayaan Hirsi Ali : " L’America aiuti i laici alle elezioni per arginare i Fratelli musulmani "
Ayaan Hirsi Ali
Nella sua analisi, Ayaan Hirsi Ali spiega grazie a quali meccanismi i Fratelli Musulmani hanno altissime probabilità di salire al potere dopo Mubarak.
A stupire è il nome della persona che lei individua come possibile leader da appoggiare, quello di el Baradei. El Baradei non è un moderato, il suo titolo di Premio Nobel per la pace, sempre ricordato dai giornalisti, non ha nessun significato. Anche il terrorista Yasser Arafat aveva il Nobel per la Pace.
El Baradei gode dell'appoggio dei Fratelli Musulmani e, soprattutto, dell'Iran, riconoscente del suo silenzio sul programma nucleare ai tempi della sua presidenza dell' AIEA.
Ecco il pezzo:
Nel 1985, quando ero adolescente e vivevo in Kenya, ero anch’io una fervente seguace della Fratellanza musulmana. Diciassette anni dopo, nel 2002, ho partecipato a una campagna elettorale a favore del partito conservatore in Olanda. Grazie a entrambe queste esperienze, nel valutare l’attuale crisi egiziana, sono portata a supporre sia altamente probabile, ma non inevitabile, che la Fratellanza musulmana vincerà le elezioni indette in Egitto per settembre. Nel lavoro svolto in campagna elettorale, ho imparato alcune lezioni fondamentali. 1. Il partito deve adottare un programma politico, sottoscritto dai membri, per delineare la linea di governo del Paese fino alle successive elezioni. Il dissenso in seno al partito è il modo più sicuro per perdere le elezioni. 2. I candidati devono dichiarare esplicitamente non solo ciò che intendono fare per il Paese, ma anche perché ritengono che il programma degli avversari sarà catastrofico per la nazione. 3. Il partito deve penetrare nel tessuto della popolazione, a prescindere da classe sociale, religione e opinioni politiche. 4. I candidati devono ricordare incessantemente agli elettori i passati successi del partito e i fallimenti dei rivali. I gruppi democratici laici e i sostenitori dei diritti umani in Egitto e nel resto del mondo arabo mostrano scarsa comprensione di questi meccanismi basilari. La Fratellanza musulmana, invece, ha già adottato tre dei quattro punti sopraindicati. Non è mai stata al potere, ma ha un programma politico e una visione di lungo raggio che si spinge ben oltre le prossime votazioni, puntando fino all’Aldilà. E’ bravissima nel ricordare agli egiziani in che modo le politiche degli avversari non rispettano i dettami della fede e pertanto si riveleranno catastrofiche per l’Egitto. Ma soprattutto, è riuscita a penetrare fin nelle pieghe più nascoste della società egiziana, e questo potrebbe rivelarsi cruciale. Quando avevo 15 anni e mi consideravo seguace del movimento dei Fratelli musulmani a Nairobi (...) i Fratelli musulmani, con l’appoggio finanziario dell’Arabia Saudita e di altri Paesi petroliferi, avevano fondato cellule nelle scuole e in tutte le istituzioni del mio quartiere. Grazie a loro, i ragazzi svolgevano varie attività dopo l’orario scolastico. C’erano incontri di canto e di preghiera, la lettura del Corano. Ci incoraggiavano ad aiutare i bisognosi, fondavano società di beneficienza alle quali potevamo versare la Zakat (la decima destinata ai poveri), per mettere in piedi strutture sanitarie e centri formativi. La Fratellanza forniva l’unica rete bancaria davvero funzionante, fondata sulla fiducia. Recuperavano gli adolescenti da una vita di tossicodipendenza. A ciascuno di noi si chiedeva di trovare nuovi adepti. Le moschee e i centri islamici erano le sedi principali di incontro, ma ci venivano a trovare anche a casa. Il loro messaggio andava al di là dell’appartenenza etnica, della classe sociale e persino del livello di istruzione. È vero che il movimento predicava metodi violenti, ma in Occidente tendiamo a sottovalutare la capacità della Fratellanza di adattarsi alla realtà. Esistono oggi due scuole di pensiero nel movimento, ma entrambe si ispirano ai precetti del Profeta Maometto. I fautori della Jihad immediata prendono spunto dall’epoca in cui il Profeta disponeva di piccoli eserciti che riuscirono a sconfiggere armate ben più possenti. Il ramo non violento mette l’accento sulla perseveranza e la pazienza del Profeta. Costoro ribadiscono la necessità di far ricorso alla Da’wa (la persuasione tramite la predicazione e l'esempio), ma soprattutto invocano un processo graduale e multi-generazionale per raggiungere le posizioni di potere e mantenerle. La strategia in questo caso è la Taqiyyah, che suggerisce di collaborare con i nemici finché i tempi non saranno maturi per annientarli o convertirli all’Islam. Perché le forze democratiche laiche in Egitto sono talmente più deboli della Fratellanza musulmana? Le ragioni sono molteplici. Si tratta di amalgami di elementi disparati: capi tribali, esponenti liberali a favore del libero mercato, socialisti, marxisti, e attivisti dei diritti umani. Manca il collante ideologico che costituisce la spinta dietro la Fratellanza. Ed esiste il timore radicato che ogni opposizione alla Fratellanza, il cui fine ultimo è di instaurare la Sharia, sarebbe vista dalle masse come un rifiuto dell’Islam. I gruppi laici non sono ancora riusciti a lanciare un messaggio che dica «sì» all'Islam, ma «no» alla Sharia — che ribadisca la separazione tra religione e Stato. Se l’Egitto e le altre nazioni arabe vorranno sfuggire alla tragedia tanto della dittatura che della Sharia, ci dev’essere una terza via in grado di separare la religione dalla politica, e di stabilire un governo di rappresentanza popolare, che tuteli la legalità e promuova le condizioni favorevoli al commercio, agli investimenti e all'occupazione. (...) La prossima sfida dei democratici laici è la Fratellanza. Non dovranno perder tempo per convincere l’elettorato che un governo fondato sulla Sharia sarebbe una catastrofe. A differenza degli iraniani nel 1979, gli egiziani hanno davanti agli occhi l'esempio di una nazione che ha accettato la Sharia e che da allora rimpiange quella decisione. ElBaradei e i suoi dovranno spiegare al popolo che un regime basato sulla Sharia sarà repressivo in patria e aggressivo all'estero, e che se le masse lamentano disoccupazione, aumento dei prezzi e corruzione, un governo basato sulla Sharia aggraverebbe quelle difficoltà. La Fratellanza musulmana ribadisce che il voto a suo favore è un voto per la legge di Allah. Ma gli incarichi di governo non saranno ricoperti da Dio e dai suoi angeli, bensì da uomini tanto arroganti da voler usurpare il posto di Dio. E come gli iraniani hanno appreso a loro spese nel 2009, quel voto che è servito a eleggerli si rivela impotente per sbarazzarsi di loro. Il governo Obama può aiutare i gruppi laici fornendo risorse operative per fare la campagna elettorale e presentare istituzioni economiche e civili concorrenziali, in grado di battere la Fratellanza nell’urna elettorale. Sono poche le cose inevitabili in democrazia. Ma senza un’efficace organizzazione, le forze laiche e democratiche che hanno spazzato via questa tirannide rischiano di lasciarsi sottomettere dalla prossima.
Il GIORNALE - Souad Sbai : " Guai a chi sottovaluta il pericolo del fondamentalismo "
Souad Sbai
Molto spesso, davanti alle manifestazioni di piazza che in questi giorni infiammano il Cairo, sale una strana sensazione. Contemporaneamente alla riflessione, costante e preoccupata, sul futuro egiziano, spontaneamente, ci si rivolge alla memoria passata e rivedo i prodromi di quello che è già successo in Iran e in Afghanistan. Si, perché non posso fare a meno di osservare, con spirito fortemente negativo, l’atteggiamento della Clinton e di Obama rispetto alle vicende egiziane.
L’interesse obamiano per il futuro dell'Egitto è ossessivo, costante, quasi morboso. Ma tardivo, evidentemente, visto che le riforme e la democrazia sono attese da decenni e non da oggi. È singolare come l'amministrazione americana sia però straordinariamente attenta alla voce di chi vuol rovesciare Mubarak con la forza della piazza e invece colpevolmente sorda verso chi teme l'ascesa dei Fratelli Musulmani. Nessuno ha sostenuto Mubarak nel momento più difficile, per lui e per il paese. L'analogia con l'Iran e l'Afghanistan è evidente, soprattutto quando si pensi ai mujaheddin utilizzati per cacciare i sovietici e poi abbandonati ad un drammatico destino contro i talebani, piuttosto che alle manifestazioni contro Ahmadinejad represse nel sangue. Risiede proprio in questo squilibrio fra le voci in campo il rischio più grave che corrono l'Egitto e tutto il quadrante mediorientale: spianare la strada al fondamentalismo, di cui i Fratelli Musulmani sono la più fervida espressione moderna.
Ciò cui stiamo assistendo, si badi bene, non è solo un fenomeno a macchia di leopardo, ma qualcosa di più serio e pericoloso. Ormai è evidente che trattasi di una rivoluzione «forzata», «manovrata dall'esterno» e non naturale e di carattere culturale come in Tunisia. I Fratelli Musulmani non hanno interesse alla Presidenza dell'Egitto, ma al cuore del Paese, al Parlamento, con tutta la sua forza creatrice. Vogliono agguantare la capacità di modificare tutto senza stare davanti ai riflettori, così da eroderne le radici con maggiore tranquillità.
E poi El Baradei. Come può, un uomo che manca dalla sua terra da oltre venticinque anni, pensare di tornare e mettersi a capo di una piazza che vuole destituire Mubarak? Più è evidente la sua debolezza politica, più si materializza il suo accordo con i Fratelli Musulmani. Un accordo che sa di pericolo anche solo a parlarne sottovoce.
Gli americani non hanno mai nemmeno guardato alla classe dirigente interna, ad esempio alla figura di Tarek Heggy e altri, che hanno sempre lavorato contro il fondamentalismo islamico e per la crescita dell'Egitto. Heggy da tempo denuncia il fatto che in Egitto non si può avere stabilità senza la partecipazione del 65% della popolazione (donne e copti)e che il Paese debba voltare pagina, ma che non può farlo con un Islam dogmaticamente regressivo e xenofobo contro i valori del progresso.
I Fratelli Musulmani, che incarnano questi due principi nefasti, non possono garantire al Paese un avvenire democratico, improntato alla crescita e allo sviluppo e occorre combattere con tutte le forze possibili per strappar loro di mano la possibilità di utilizzare l'Egitto come base per la conquista fondamentalista del quadrante mediorientale.
LIBERO - Andrea Morigi : " Adesso Abu Omar detta la linea alla rivolta "
Abu Omar Andrea Morigi
La REPUBBLICA - Christiane Amanpour : " Nel palazzo del raìs: Penso solo al mio paese basta scontri fra fratelli "
Hosni Mubarak, Christiane Amanpour
Ho appena lasciato il palazzo presidenziale del Cairo, dove ho incontrato il presidente Hosni Mubarak per un´intervista esclusiva di mezz´ora.
Mi ha detto di essere turbato dalle violenze a cui abbiamo assistito a piazza Tahrir negli ultimi giorni, ma che il suo governo non ne è il responsabile. Al contrario, ha incolpato i Fratelli Musulmani, un partito che qui in Egitto è fuorilegge.
Ha detto che è stufo di essere presidente e che gli piacerebbe lasciare ora l´incarico. Ma non può farlo - sostiene - perché ha paura che il paese sprofonderebbe nel caos.
Ho chiesto al presidente Mubarak di parlarmi della violenza scatenata dai suoi sostenitori a piazza Tahrir contro gli oppositori del governo. «Sono molto dispiaciuto - mi ha detto - di quel che è successo ieri (mercoledì, ndt). Non voglio vedere gli egiziani che si combattono a vicenda».
Quando gli ho domandato cosa pensi nel vedere la gente che urla insulti al suo indirizzo e vuole vederlo andare via, ha risposto: «Non m´interessa quel che la gente dice sul mio conto. In questo momento m´importa del mio paese, m´importa dell´Egitto».
Gli ho chiesto come si sia sentito dopo aver pronunciato il suo discorso di lunedì sera, nel quale ha detto che non si sarebbe ricandidato alla presidenza. Mi ha detto di essersi sentito sollevato.
Per il momento Mubarak resta insieme alla sua famiglia al palazzo presidenziale, protetto da militari, carri armati e filo spinato. Ci ha raggiunti suo figlio, Gamal, che un tempo era considerato da molti come il suo successore. Mubarak mi ha detto che non è mai stata sua intenzione insediarlo al suo posto.
E ha giurato fedeltà all´Egitto. «Non fuggirei mai», ha ribadito, «morirò su questa terra». Ha anche difeso la sua eredità storica, rammentando i molti anni spesi alla guida del paese.
Mentre descriveva il presidente Obama come una bravissima persona, ha esitato quando gli ho chiesto se riteneva che gli Stati Uniti lo abbiano tradito. E quando gli ho chiesto come intendesse rispondere agli inviti americani di farsi da parte al più presto, mi ha rivelato di aver detto a Obama: «Tu non capisci la cultura egiziana, né cosa succederebbe se mi dimettessi ora».
Poi mi ha detto: «Non ho mai avuto intenzione di ripresentarmi. E non ho mai pensato che Gamal diventasse presidente dopo di me». Mentre lo diceva, Gamal era seduto nella stanza insieme a noi.
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