Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 29/12/2010, a pag. 1-4, l'articolo dal titolo "Assalto ad Ahmadinejad, la nomenclatura iraniana assedia il suo presidente". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 15, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Armi e droga: la pista che porta ai mullah iraniani ", l'articolo di Cecilia Zecchinelli dal titolo " Gli ayatollah impiccano un uomo perché 'spiava per Israele' ". Dal MANIFESTO, a pag. 8, l'intervista di Marina Forti a Mohammad Mostafei, avvocato di Sakineh, dal titolo " Sakineh? Ne fanno un caso esemplare ", preceduta dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " Assalto ad Ahmadinejad, la nomenclatura iraniana assedia il suo presidente "
Mahmoud Ahmadinejad
CORRIERE della SERA - Cecilia Zecchinelli : " Gli ayatollah impiccano un uomo perché 'spiava per Israele' "
Ali Akhbar Siadat
E’ una strana tradizione, in Iran, accelerare l’esecuzione delle condanne a morte nelle feste di fine anno. Forse, come sostengono alcuni oppositori, perché in questo periodo l’Occidente è distratto. Ma se i sette impiccati del giorno di Natale sono passati in effetti inosservati, ha fatto invece rumore la doppia esecuzione annunciata ieri da Teheran. Ali Akhbar Siadat, ucciso perché «spia confessa del regime sionista» , leggi Israele. Ali Saremi, perché membro dei Mujahedin del Popolo, la più nota e controversa organizzazione antiregime, guidata dall’altrettanto discussa Maryam Rajavi in esilio dal 1982. Entrambi sono stati impiccati a Evin, il tristemente noto carcere della capitale dove ha avuto luogo la maggior parte delle 169 esecuzioni «ufficiali» del 2010. E dove restano sepolti vivi moltissimi intellettuali, giornalisti e studenti, protagonisti o anche solo sostenitori del Movimento Verde ormai messo a tacere. Tra i tanti: Jafar Panahi, il regista da poco condannato a sei anni. Siadat, ha annunciato ieri l’agenzia ufficiale Irna, ha confessato di aver spiato per Israele dal 2004. In cambio ha ricevuto 60 mila dollari e altri 7 mila a ogni incontro con gli agenti israeliani, durante «viaggi di lavoro» in Turchia, Thailandia e Olanda fino al 2008, quando fu arrestato mentre tentava di lasciare il Paese. L’accusa («ammessa dall’imputato» ) è di aver passato informazioni al Mossad su aerei da combattimento e basi aeree militari in Iran, sui voli di addestramento e i sistemi di navigazione in dotazione dei Pasdaran, le forze armate create da Khomeini, parallele e poi diventate enormemente più potenti di quelle regolari. Non è dato sapere se Siadat avesse accesso reale a tale informazioni e in passato casi di spionaggio sono davvero successi in Iran. Ma l’intero iter processuale, come sempre, è per lo meno opaco. Le «confessioni » estorte sono la norma. L’ossessione del presidente Ahmadinejad per il «Piccolo Satana» è nota. L’accusa di spiare per i «sionisti» spesso usata per mandare a morte gli oppositori). E i dubbi sull’intera vicenda sono quindi più che leciti, anche perché Israele (ovviamente) tace. Ha invece confermato l’appartenenza (o almeno la vicinanza) di Ali Saremi al suo gruppo Maryam Rajavi. La «presidente eletta» dei Mujahedin del Popolo, per anni ospiti di Saddam in Iraq e suoi alleati nella guerra contro l’Iran, accusati di terrorismo con alterne vicende dalle democrazie occidentali, ritenuti da molti gruppi umanitari internazionali una setta di islamici marxisti fanatici, ha condannato l’ «atto ignobile» e presentato le sue condoglianze alla famiglia. Saremi, 63 anni, «ha passato un totale di 24 anni nelle prigioni iraniane, è stato sottoposto alle torture e alle pressioni più brutali, sua figlia è stata arrestata fuori dal carcere di Evin mentre stata protestando» , ha aggiunto Rajavi, secondo la quale Saremi è un «eroe» e non certo un «monafiq» , un ipocrita, come Teheran definisce ogni membro del gruppo della superattiva presidente, arrivata nel 2009 a farlo riconoscere come movimento di resistenza non violenta dall’Unione Europea. La notizia delle doppia esecuzione ha così ridotto almeno in parte l’effetto «buonista» che Teheran sperava di ottenere con la concessione di una visita natalizia delle famiglie ai due giornalisti tedeschi arrestati in ottobre a Tabriz mentre intervistavano il figlio di Sakineh Mohammadi Ashtiani, dopo essere entrati in Iran con solo visto turistico. Ripreso dalla tv di Stato, l’incontro si è svolto in un hotel ed è durato 12 ore. Poi le famiglie sono tornate in Germania, i due giornalisti in cella.
CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Armi e droga: la pista che porta ai mullah iraniani "
WASHINGTON— A Teheran osservano con interesse e preoccupazione quanto sta avvenendo in questi giorni nei Paesi dell’Africa Occidentale. L’interesse è legato alle iniziative lanciate dai mullah nella regione: forniture d’armi a gruppi ribelli, sostegno a fazioni radicali nigeriane (a cominciare dai sanguinari del Boko Haram), campi d’addestramento per militanti. La preoccupazione è invece causata dai guai diplomatici sorti proprio per l’aggressività mostrata dagli ayatollah. Il Gambia e poi il Senegal hanno tagliato i rapporti con l’Iran mentre la Nigeria ha denunciato all’Onu le attività clandestine dei khomeinisti. Una frattura determinata da un doppio «scandalo» . Il primo riguarda la scoperta di un colossale traffico d’armi organizzato dall’Armata Qods, l’apparato clandestino dei pasdaran. Tonnellate di materiale chiuse in 13 container e scoperte nel porto di Lagos. Come abbiamo rivelato alcune settimane fa fucili, esplosivi e munizioni rappresentavano un «regalo» per diverse organizzazioni guerrigliere: dal Mend, che opera nel delta, ai separatisti senegalesi della Casamance, senza dimenticare i «talebani» nigeriani. Una partita consistente doveva finire in Gambia, Paese che negli ultimi anni si è prestato a fare da sponda al «Piano Africa» di Teheran. Tanto è vero che i pasdaran, con complicità di altissimo livello, volevano aprire un centro d’addestramento dove far confluire volontari da impiegare poi in altri scacchieri. Progetto adesso accantonato. Alla storia delle armi — piuttosto imbarazzante — si è aggiunta quella della droga. Sempre l’apparato Qods ha curato l’invio verso Gambia e Nigeria di ingenti quantitativi di eroina afghana e cocaina. Un sistema per far soldi con i quali finanziare le attività degli insorti. Ma quando le autorità hanno intercettato i carichi di stupefacenti, Teheran è stata costretta a fermarsi. Anche perché i due uomini chiave del contrabbando sono stati individuati dalla polizia nigeriana. Akbar Tabatabai — secondo nostre informazioni — dopo essersi rifugiato nell’ambasciata iraniana in Nigeria è potuto tornare in patria. Un «fuga» resa possibile dalla mediazione condotta dal ministro degli Esteri Mottaki: di fatto la sua ultima missione, visto che è stato poi sollevato dall’incarico dal presidente Ahmadinejad. Tabatabai non era una pedina qualsiasi. Per l’intelligence occidentale è il responsabile del settore Africa dell’Armata Qods. Altrettanto rilevante il grado del suo complice, Azim Aghajani, arrestato e tornato libero su cauzione pochi giorni fa. E’ stata questa coppia a mantenere i rapporti con esponenti ribelli, sono stati sempre loro a mettere in piedi la filiera che ha portato armi e droga nella regione. Per Teheran era indispensabile tirarli fuori dalla trappola in cui si sono infilati, ma l’intervento ha inevitabilmente creato frizioni con i governi locali, che pur ben disposti verso i mullah— in particolare il Gambia— non potevano fare a meno di reagire. Tanto più se alcune delle fazioni che hanno ricevuto aiuti dall’Iran si sono macchiate di stragi. Proprio ieri gli estremisti del Boko Haram— sia pure con una nuova denominazione («Popolo devoto agli insegnamenti del Profeta» ) — hanno rivendicato i massacri di Natale. E in Senegal, invece, il comando militare ha rivelato che i ribelli della Casamance hanno impiegato in recenti scontri «nuovi equipaggiamenti» arrivati dall’estero. Un riferimento ai traffici che hanno usato il Gambia come snodo ed hanno visto gli iraniani impegnati in modo diretto. La perdita — forse solo temporanea — degli avamposti ha costretto l’Armata Qods a studiare alternative. I pasdaran devono infatti rimpiazzare i loro agenti di influenza. Molti sono stati scoperti — sembra — grazie alle «confessioni» di Azim Aghajani. Inoltre hanno bisogno di punti di appoggio per far affluire uomini e materiale. Informazioni raccolte in ambienti diplomatici di Washington segnalano che Teheran vuole ampliare il network creato da tempo in Sudan. Fino ad oggi è servito per muovere armi sull’asse Egitto-Sinai-Gaza (in favore di Hamas) ma da domani potrebbe diventare una piattaforma per sostenere l’ambizioso
«Piano Africa» .
Il MANIFESTO - Marina Forti : "Sakineh? Ne fanno un caso esemplare "
Mohammed Mostafei
Ogni tanto si accende la lampadina del buonsenso anche al Manifesto.
Chissà che Marina Forti non assimili le informazioni sull'orrore del regime di Ahmadinejad e non le dimentichi durante la stesura dei suoi futuri articoli sull'Iran. Ma, viste le due domande poste sulla lapidazione ("Già, il parlamento nazionale iraniano sta discutendo una riforma del codice penale che tra l’altro esclude la lapidazione: è così? " e "Ma questo significa che in Iran c’è un dibattito su questo tema ") è meglio non farsi troppe illusioni.
Ecco l'intervista:
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