Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 24/11/2010, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Ahmadinejad sfugge per un soffio all’impeachment dei suoi ". Da REPUBBLICA, a pag. 36, l'articolo del regista Jafar Panahi dal titolo " Non uccidete le mie idee faccio film per il vero Iran ".
Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " Ahmadinejad sfugge per un soffio all’impeachment dei suoi"
Ali Khamenei, Mahmoud Ahmadinejad
La REPUBBLICA - Jafar Panahi : " Non uccidete le mie idee faccio film per il vero Iran "
Jafar Panahi
Negli ultimi giorni ho rivisto i miei film preferiti, ma alcuni, tra i più belli della storia del cinema, non ho avuto modo di vederli. La sera del 1° marzo sono penetrate in casa mia, mentre io e il collega Rasoulof eravamo intenti a girare quello che doveva essere un film socialmente impegnato, persone che si sono identificate come agenti dei Servizi di intelligence e che hanno arrestato me, Rasoulof e altri membri della troupe senza mandato. Hanno confiscato la mia collezione di film e non me l´hanno più restituita. Di questi film ha parlato soltanto il procuratore incaricato che mi ha chiesto: «Che cosa sono questi film osceni che colleziona?».
Ho imparato a fare cinema ispirandomi a questi film straordinari, che il procuratore giudicava osceni. Mi risulta difficile capire come possano essere definiti osceni quei film e come sia possibile definire un reato l´attività per la quale sono stato arrestato. Mi state processando per aver girato un film che all´epoca del mio arresto era completo solo al trenta per cento. Avrete sentito dire che la dichiarazione di fede dell´islam, «Non c´è dio all´infuori di Allah», può trasformarsi in blasfemia se uno recita la prima parte e omette la seconda. E allora come potete stabilire se sia stato commesso un reato visionando il 30 per cento di girato per un film che ancora non è stato montato?
Non comprendo l´accusa di oscenità rivolta ai classici della storia del cinema e non comprendo di quale reato mi si accusa. Se queste accuse sono vere, non siamo solo noi a essere processati in questa sala, ma tutto il cinema iraniano artistico, umanistico e socialmente impegnato, un cinema che cerca di andare oltre il bene e il male, un cinema che non giudica e non si arrende al potere o al denaro, ma cerca di offrire con sincerità un´immagine realistica della società.
Una delle accuse contro di me è quella di voler incoraggiare con questo film manifestazioni e proteste. Durante tutta la mia carriera ho ripetuto più volte che sono un cineasta impegnato socialmente, non politicamente. A me interessano principalmente le problematiche sociali, e i miei film sono drammi sociali, non dichiarazioni politiche.
Sono stato accusato di aver preso parte a manifestazioni. Nessun regista iraniano ha ricevuto l´autorizzazione a usare la sua telecamera per riprendere gli eventi, ma non si può proibire a un artista di osservare! Sono stato accusato di realizzare un film senza autorizzazione. È necessario che faccia notare che il Parlamento non ha mai promulgato nessuna legge che imponga di avere un´autorizzazione per girare un film?
Sono stato accusato di aver firmato una dichiarazione. È vero, ho firmato una lettera aperta, sottoscritta da 37 illustri cineasti che esprimono inquietudine per la piega degli eventi nel nostro Paese. Invece di dare ascolto alle preoccupazioni, ci hanno accusati di tradimento. Ma questi cineasti sono gli stessi che in passato hanno espresso preoccupazione per ingiustizie commesse in ogni parte del mondo. Come ci si può aspettare che rimangano indifferenti alla sorte del loro stesso Paese?
La storia dimostra che la mente di un artista è la mente analitica della sua società. Imparando la cultura e la storia del suo Paese, osservando gli eventi che si svolgono intorno a lui, egli vede, analizza e presenta alla società, attraverso la sua arte, tematiche di attualità.
Come si può accusare qualcuno di un crimine solo per quello che gli passa per la mente? L´assassinio delle idee e la sterilizzazione degli artisti di una società produce solo un risultato, quello di uccidere le radici dell´arte e della creatività. Arrestare me e i miei colleghi mentre giravamo un film ancora incompiuto non è nient´altro che un´aggressione da parte del potere a tutti gli artisti di questa terra. Questo è il messaggio che manda, chiarissimo quanto triste,: «Se non la pensate come noi, ve ne pentirete».
Vorrei ricordare alla corte un altro elemento paradossale della mia incarcerazione: lo spazio riservato nel Museo del cinema ai premi ricevuti da Jafar Panahi nei festival cinematografici è molto più ampio di quello della sua cella. Detto questo, nonostante tutte le ingiustizie commesse nei miei confronti, io, Jafar Panahi, dichiaro ancora che sono un iraniano, che resto nel mio Paese e che amo lavorare qui. Amo il mio Paese e ho pagato un prezzo per questo amore, e sono disposto a pagarlo ancora se necessario. Come dimostrano i miei film, dichiaro di credere nel diritto dell´"altro" a essere differente, dichiaro di credere nella comprensione e nel rispetto reciproci, e nella tolleranza, quella tolleranza che impedisce di giudicare e di odiare.
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