Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 21/10/2010, in prima pagina, l'articolo dal titolo " La Nato protegge i capi talebani per paura che siano uccisi dal Pakistan ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 15, l'intervista di Lorenzo Cremonesi al mullah Abdul Salam Zaeef dal titolo " Attenti, c’è chi vuole solo il ritiro ", a pag. 1-50, l'articolo di Franco Venturini dal titolo " Giusto trattare con il nemico? ", preceduto dal nostro commento.
Ecco gli articoli:
Il FOGLIO - " La Nato protegge i capi talebani per paura che siano uccisi dal Pakistan"
Nato
CORRIERE della SERA - Lorenzo Cremonesi : " Attenti, c’è chi vuole solo il ritiro "
Abdul Salam Zaeef
KABUL — «Dialogo con i talebani? Ci credo molto poco. Se è vero, tanta pubblicità lo rende solo più difficile. Se è falso, rende più complicato avviare contatti concreti». Nella sua casa a Kabul, il mullah Abdul Salam Zaeef (42 anni) torna a godere un’ora di notorietà. Ex ambasciatore talebano a Islamabad fino al 2001, prigioniero a Guantánamo fino al 2005, è stato poi uomo del dialogo con Karzai. «Non sono talebano da molto tempo. Ma so come ragionano», dice. La sua biografia appena uscita in inglese ( La mia vita con i talebani) è fondamentale per capire gli ultimi trent'anni di storia afghana. Come legge le notizie dei contatti? «Non escludo che qualche militante secondario abbia aperto un qualche dialogo con gli Usa e il governo Karzai. Ma non è nuovo. Avviene da 9 anni. Nego però che siano cominciati seri negoziati con i veri alti dirigenti che fanno capo al mullah Omar a Quetta».
Come può affermarlo?
«Basta osservare come le notizie sono diffuse, sembrano mirate solo a dividere i talebani. Quando la gente si accorgerà che non è vero, Karzai e gli americani saranno ancora più screditati. Se fosse vero, Karzai, Petraeus e i loro portavoce non ne parlerebbero. Ma se fosse un trucco per trovare qualche contatto sarebbe un autogol. Non capisco perché agiscano così. Forse Obama cerca di guadagnare punti in vista delle elezioni di metà mandato».
Che pensa dei leader talebani che per i media sono coinvolti?
«Il mullah Baradar mi pare assurdo. Era importante ma ora è nelle celle pakistane, è bruciato. Il mullah Abdel Kabir era importante ma per questo non credo sia coinvolto». E se i talebani fossero in crisi? «Chi diffonde questa leggenda non sa nulla dei talebani. Se uccidono tuo fratello devi morire pur di vendicarlo, morire nella jihad è un privilegio. Nel mio villaggio conosco almeno 5.000 giovani pronti a immolarsi contro gli Usa. Petraeus ha lanciato un'offensiva massiccia ma ha rilanciato la guerriglia. Siamo fatti così. La guerra è parte della nostra cultura. Più ci ammazzano e più diventiamo coriacei».
Che condizioni ha posto il Mullah Omar a Quetta per negoziare?
«Non sono mai cambiate. Per i talebani l’Afghanistan è dal 2001 sotto occupazione: non riconoscono Karzai, il governo, la costituzione, le elezioni. E quindi prima la coalizione si ritira. Poi ci penseranno i talebani a trattare con il resto del Paese».
CORRIERE della SERA - Franco Venturini : " Giusto trattare con il nemico? "
Franco Venturini
Sulla necessità e sulla possibilità di avviare il dialogo con i talebani, riteniamo che l'intervista di Lorenzo Cremonesi al mullah Abdul Salam Zaeef (pubblicata in questa pagina della rassegna di IC) sia la risposta migliore. Il mullah Zaeef specifica chiaramente che è impossibile che il dialogo sia stato avviato sul serio ed è scettico anche sul futuro.
Ecco l'articolo di Franco Venturini
E’ con il nemico che serve negoziare. La formula non è nuova e a riciclarla ha provveduto di recente, non a caso, il segretario di Stato, Hillary Clinton. Accade, infatti, che in Afghanistan stia entrando nel vivo il tentativo del presidente Karzai di intavolare trattative con i talebani. E accade, soprattutto, che gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato (Italia compresa) appoggino lo sforzo di Karzai, riducano le loro precondizioni, provvedano persino alla sicurezza dei delegati talebani che si recano a vedere cosa c’è sul tavolo. Eppure i talebani sono sempre quelli. Quelli che dettero generosa ospitalità a Osama bin Laden prima dell’11 settembre, quelli che continuano a trescare con i terroristi in Pakistan, quelli che tenevano le donne lontane dalle scuole e se necessario le lapidavano (in verità lo fanno ancora). Provare a raggiungere con loro un accordo, allora, è un tradimento dei valori occidentali, un insulto ai morti dell’11 settembre e ai caduti di nove anni di guerra? A noi pare che si tratti piuttosto di una ipocrisia necessaria, di un poco nobile pragmatismo come tanti ne ha visti la Storia.
Non è particolarmente arduo trovare le radici di questa cattiva coscienza priva di alternative. Tutti i capi politici della Nato, a cominciare da Barack Obama, hanno capito che la guerra in Afghanistan non può essere vinta. E sanno bene, tutti costoro, che una fuga tipo Saigon avrebbe questa volta conseguenze assai più gravi sugli equilibri mondiali. Serve, dunque, una terza via. Che è stata individuata in tre mosse teoricamente complementari: l’arrivo di rinforzi, per ammansire militarmente i talebani; l’offerta di negoziati in vista di una partecipazione al potere a Kabul; l’addestramento di un esercito afghano capace di sostituirsi alle truppe Nato nel 2014 o giù di lì.
I politici preferiscono parlare di «transizione», ma in realtà si tratta di una vera e propria exit strategy che tiene conto del tempo che le opinioni pubbliche occidentali e i rispettivi governi eletti pensano ancora di avere per uscire onorevolmente da quella che più che mai merita di essere chiamata la tomba degli imperi. Risulta percepibile un senso di disperazione e di impotenza, in tutto questo. Ma se la nuova strategia è indice del fallimento della strategia precedente, è anche necessariamente un male? Eccolo il problema chiave: quanto si può concedere ai talebani, se non si vuole che patti scellerati siano ancor peggio di un ritiro precipitoso?
Karzai voleva il rispetto della Costituzione in vigore e il disarmo dei talebani presi a bordo, oltre a una serie di garanzie riguardanti tra l’altro il trattamento delle donne. I talebani volevano semplicemente il previo ritiro dal Paese delle truppe straniere. Essendo ovvio a entrambe le parti che su queste basi nessun dialogo era possibile, si è entrati rapidamente nella fase, definita «preliminare», degli aggiustamenti reciproci. Dei talebani sappiamo poco. Degli occidentali sappiamo che, in aggiunta agli auspici di equità sociale, esiste una linea rossa invalicabile: i talebani cooperanti dovranno rompere ogni legame con Al-Qaeda (che peraltro nel frattempo ha esteso la sua rete dal Pakistan allo Yemen e all’Africa e potrebbe dunque mostrarsi più discreta in Afghanistan).
Funzionerà, il binario negoziale? Non sono in molti a crederci. Perché dovrebbero, i vertici talebani, trattare seriamente ora che sentono profumo di ritiro Nato tra pochi anni? E il Pakistan favorirà davvero un accordo con il poco amico Karzai dovendo tenere d’occhio a oriente l’eterno nemico indiano? Eppure, tentare è ragionevole. Come è ragionevole lavorare nell’addestramento degli afghani, pur sapendo che senza la Nato il nuovo esercito «nazionale» rischierebbe di sfaldarsi in poco tempo. Vedremo: tra luci verdi e linee rosse il gioco è appena cominciato. Ma resta quel problemino ricordato da Hillary. È giusto trattare con Ahmadinejad, unico capo di Stato al mondo che minacci l’esistenza di un altro Stato? È giusto trattare con la Corea del Nord, che l’atomica l’ha già? È giusto immaginare che si potrebbe un giorno trattare con Hamas, se invece di sparare sui negoziati israelo-palestinesi peraltro già in crisi scegliesse la politica e partecipasse in buona fede a un dialogo il cui primo traguardo dovrebbe essere il riconoscimento dello Stato di Israele?
Piuttosto che di giustizia preferiamo ancora parlare di pragmatismi imposti da circostanze presenti o future. Circostanze che per prima cosa devono esistere. Ed è questo che Hillary ha voluto dirci: in Afghanistan l’ipocrisia necessaria è opportuna ed è anche urgente.
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