Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 15/10/2010, a pag. 16, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " Ahmadinejad come Hitler. Marcia choc sul Libano ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Così Hezbollah e l’Iran spingono il Libano al fallimento di stato ". Dalla STAMPA, a pag. 1-21, l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Ahmadinejad ai confini di Israele ", preceduto dal nostro commento.
(nella foto a destra Mahmoud Ahmadinejad con Hassan Nasrallah)
Tg1 ore 20, 14/10/2010, il Tg più seguito in Italia, nell'edizione di massimo ascolto. Diversamente da altri Tg- Tg5, Tg Sky, per esempio- non ha dato la notizia di Ahmadinejad a Beirut, del suo incontro con Nasrallah, e delle nuove, violente, minacce contro Israele. Una decisione inspiegabile, soprattutto tenendo conto del fatto che a Beirut la Rai ha un corrispondente, mentre a Gerusalemme c'è Claudio Pagliara, al quale si poteva chiedere almeno un commento. Invece niente.
chiediamo ai nostri lettori di protestare con il direttore,Augusto Minzolini, scrivendo a:augusto.minzolini@rai.it
NOTA AGGIUNTIVA delle ore 14,oo,oggi, 15/10/2010:
Il TG1 delle 13,30, ha mandato in onda un servizio di Claudio Pagliara, esaustivo ed accurato, come sempre. Ringraziamo i lettori di IC che hanno telefonato e fatto arrivare la loro protesta al direttore Minzolini per il mancato servizio di ieri sera. 
Claudio Pagliara
Ecco gli articoli:
Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Ahmadinejad come Hitler. Marcia choc sul Libano "
Fiamma Nirenstein
Shimon Biton guarda sconsolato nella sera, che in Medio Oriente arriva prima, le luci rutilanti che il villaggio di Maroun a Ras spara per fare onore a Ahmadinejad in visita sul confine del Libano con Israele. Il villaggio è a pochi centinaia di metri, dalla guerra del 2006 gli agricoltori libanesi ostaggio degli hezbollah, non sono più venuti, spiega Biton. Shimon con la sua maglietta a striscia insieme ai suoi compagni del moshav (una specie di kibbutz) di Revivim cerca di lanciare nel vento qualche pallone bianco e blu: ha beccato sulla testa insieme alla sua famiglia e i suoi compagni, con orti e feriti, le aggressioni missilistiche degli hezbollah per decenni. Adesso guarda da lontano le luci, e non può credere che esse stiano illuminando proprio colui che progetta e proclama ogni giorno la distruzione di Israele, lo sterminio degli ebrei, che nega lo shoah; è stupefatto che sia venuto quasi in casa sua di fatto a ispezionare l’avamposto meglio armato dell’Iran il Libano di Nasrallah, con i suoi 40mila missili: «Io non l’ho visto, se lo vedessi gli direi complimenti, hai ucciso il Libano». Che ne pensa dell’idea di un deputato di estrema destra di tentare con qualche cecchino? Scuote la testa: «non dimentichiamoci, dice come cominciò la prima guerra mondiale».
Ma qui viene da pensare non alla prima, ma alla seconda guerra, a Hitler e alla sua marcia di conquista che cominciò con l’Anschluss dell’Austria. Non ha usato mezze parole Arieh Eldad, deputato del partito dell’opposizione di destra Unione Nazionale, che ha proposto di approfittare della visita per assassinare Ahmadinejad. «Alla vigilia della seconda guerra mondiale, se un uomo avesse ammazzato Hitler, avrebbe cambiato il corso della storia», ha commentato.
Ed è stata davvero una triste Anschluss la marcia trionfale che Ahmadinejad ha compiuto in questi due giorni fino a Bid d’jebel a Maroun a Ras e a Kfar al Khana sul confine di Israele con i suoi tremila guardiani della rivoluzione al fianco degli Hezbollah. Tutti i leader libanesi moderati e onorevoli, quelli che dovrebbero semplicemente schivare, spingere lontano Ahmadinejad per avere preso il Libano prigioniero, invece sotto la minaccia costante delle armi di Nasrallah, lo hanno in questi giorni incontrato, dal presidente Michel Suleiman al primo ministro Sa’ad Hariri. Le foto li mostrano contratti, tristi. Ahmadinejad, che ha ripetuto di sentirsi proprio a casa sua facendo impallidire Suleiman, ha chiesto a Hariri di bloccare l’Alta Corte che a dicembre altrimenti dichiarerà che suo padre Rafik è stato ucciso dagli Hezbollah. Ad Hariri Ahmadinejad ha chiesto di dichiarare che il tribunale è corrotto e che Israele ha tramato contro Hariri. La scena di Ahmadinejad nel sud del Libano è paradossale per la facilità con cui una evidente rappresentazione di violenza e antisemitismo genocida può oggi avere luogo senza che nessuno batta ciglio. A sessanta anni dalla shoah il leader di un grande Paese come l’Iran, fra la folla plaudente di un Paese straniero ha urlato verso Israele, a duecento metri di distanza: «i sionisti sono responsabili per la crisi economica e l’inquinamento nel mondo»; «i sionisti non dureranno a lungo»; che «gli uomini di Dio stanno arrivando e l’ingiustizia finirà» dato che «i sionisti sono i nemici dell’umanità» e la lotta dei palestinesi può essere vinta solo con la forza. La mattina mentre gli assegnavano una laurea honoris causa, Ahmadinejad accusava l’Occidente di aver bloccato gli altri Paesi dall’accesso alla tecnologia nucleare pacifica, di uccidere civili innocenti in Afghanistan con la scusa di combattere il terrorismo, e ha aggiunto che «investire speranze in Inghilterra, Usa e altri paesi è inutile, perché hanno aiutato a fondare il sionismo».
Un gruppo di 250 politici, avvocati, attivisti in questo terribile panorama ha trovato il notevole coraggio di mandare una lettera aperta a Ahmadinejad: «Il tuo discorso che invita le forze di resistenza in Libano a spazzare via Israele dalla mappa fa sembrare che la tua visita sia quella di un comandante alla linea del fronte». Eh già, la linea avanza, altrimenti a che serve un’Anschluss?
www.fiammanirenstein.com
Il FOGLIO - " Così Hezbollah e l’Iran spingono il Libano al fallimento di stato "
Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah, Mahmoud Ahmadinejad
La STAMPA - Francesca Paci : "Ahmadinejad ai confini di Israele "
Francesca Paci
Ci chiediamo per quale motivo Francesca Paci, inviata in Libano, abbia ascoltato solo la campana filo iraniana. Non ci sono, nel suo articolo, dichiarazioni della parte di Libano filo occidentale e contraria ad Hezbollah.
Ecco l'articolo:
Correva l’anno 2006 la prima e ultima volta che gli abitanti di Bint Jbeil si erano sentiti al centro della Storia seguendo da protagonisti la ritirata dell’esercito israeliano dalle alture brulle punteggiate di ulivi e muretti a secco. Adesso arriva Ahmadinejad e pur facendosi attendere due ore e mezzo dai circa sessantamila stipati dentro e fuori lo stadio che nel 2000 incoronò il leader di Hezbollah Nashrallah, porta in dono il riscatto.
La compensazione morale, un bene più prezioso dei figli in questo villaggio del Libano meridionale privo di tutto fuorché dell’orgoglio d’essersi battuto per «la resistenza».
Quel ritardo che al proprietario del ristorante al Hadi non fa che accrescere il desiderio al punto da fischiettare l’inno nazionale iraniano mentre affetta lo shawarma, insospettisce però gli analisti attenti ai dettagli. Perché mentre il popolo sciita boccheggiava nella calura impastata di polvere, il suo paladino s’intratteneva in un lungo e amichevole pranzo con il premier libanese Saad Hariri, principale rivale politico di Hezbollah e sodale di Riad assai più che di Teheran.
La tanto sospirata sfida muscolare iraniana si è risolta forse in un sobrio esercizio diplomatico? Prima di lasciare il Libano, Ahmadinejad ha incontrato, in una località segreta, il leader degli Hezbollah Hasrallah, che gli ha regalato una mitraglietta presa come trofeo a un militare israeliano. Ma l’annunciato lancio di pietre contro Israele non c’è stato? Secondo il direttore della Samir Kassir Foundation Saad Kiwan, il tour libanese assegna un punto importante all’erede di Khomeini ma ne rivela tutte le difficoltà: «L’Iran sta accusando i colpi dell’embrago più di quanto dichiari, la Siria flirta sottobanco con gli americani, la Turchia concorre sfacciatamente alla leadership della regione al punto da mandare a Beirut il premier Erdogan. Cosa può fare Ahmadinejad? Il fatto stesso di venire in visita innervosendo Washington è un successo da sbandierare anche se, a sorpresa, ha sfruttato l’occasione per buttarsi addosso a Hariri, prenderlo per mano, definire il padre assassinato “un grande amico” e magnificare l’unità libanese». Certo, c’è sempre il tribunale dell’Onu prossimo ad attribuire la morte dell’ex premier Rafiq Hariri a Hezbollah, ma nel condannarne la faziosità il presidente iraniano è stato bene attento ad attribuirla interamente Israele.
L’ostilità verso lo Stato Ebraico è collante collaudato. «Il mondo deve sapere che i sionisti sono destinati a scomparire, non hanno altra scelta che arrendersi e tornare nei loro Paesi di origine» tuona Ahmadinejad sfidando il rombo dei caccia libanesi che pattugliano il confine distante meno di 5 chilometri. Tre donne svengono e concludono il pomeriggio al pronto soccorso dell’ospedale Sheik Salah Gandur, distrutto durante la guerra e ricostruito con i soldi di Teheran. Ma è colpa dell’afa mista all’eccitazione. Mamme, mogli e figlie sono le più esaltate: hanno occupato il settore femminile con una foga da far sembrare timidi gli uomini. Mahomoud, 17 anni, maglietta Gucci, è tornato sudato dalla Porta di Fatima dove ha sperato invano nell’intifada estemporanea, ma non ha recriminazioni: «Ahmadinejad è il nostro comandante e ci guiderà a liberare la Palestina». Le parole pesano quanto e più delle pietre.
«A chi si aspettava che venisse per dividere, il presidente iraniano ha dimostrato l’opposto appellandosi all’unità libanese e dell’intera regione» osserva il leader libanese di Hamas Osama Hamdan spingendosi a vagheggiare gli «Stati Uniti del Medioriente», una santa alleanza musulmana più che araba aperta all’Iran ma anche alla Turchia.
Se Ahmadinejad voleva conquistarsi sul campo la laurea honoris causa in scienze politiche concessagli ieri ha fatto, a suo modo, il possibile. Il punto non è l’approccio premoderno alla scienza che, ha ripetuto agli studenti, «non esiste al di fuori di Dio». Di fatto, nella prassi diplomatica, si è comportato come il più navigato dei negoziatori a cominciare dalla duplice telefonata fatta alla vigilia della partenza al re giordano Abdallah e al sovrano saudita Abdullah, irriducibili nemici di ieri buoni oggi a volgere taoisticamente la propria debolezza in forza.
«Abbiamo partecipato a un momento storico» nota Ali Fayad, analista e membro dell’ufficio politico di Hezbollah. La preoccupazione israeliana che si percepisce nel movimento dei blindati al di là della frontiera e nelle dichiarazioni del premier Netanyahu sulla nascita d’Israele come «la migliore risposta alle aggressioni verbali» lo galvanizza. Molto meglio la mano tesa verso le altre potenze regionali che sul confine per uno sterile lancio di pietre: «Chi pensava che Ahmadinejad venisse a fomentare le nostre divisioni interne deve ricredersi, pur avendo un rapporto speciale con Hezbollah ha aiutato l’economia firmando 17 contratti a beneficio nazionale e ha anche richiamato tutti i governi dell’area alla compattezza contro il comune nemico israeliano». In Medioriente, chiosa Fayad, non manca certo lo spazio: «Se davvero arriverà il premier turco Erdogan ci troverà qui a dargli il benvenuto perché guardiamo con favore a qualsiasi ruolo turco nella regione».
Quanto Ahmadinejad apprezzi l’idea d’una poltrona per due da spartire con Ankara non è difficile immaginarlo. Ma, a giudicare dai toni tutto sommato contenuti di questa sortita libanese l’alternativa al momento sarebbe rimanere in piedi.
«L’Iran sarà sempre con voi, fino alla fine» conclude Ahmadinejad, per una volta direttamente in arabo, congedandosi dagli abitanti di Qana, il villaggio pochi chilometri a nord di Bint Jbeil pesantemente colpito dai bombardamenti israeliani nel 1996 e nel 2006. Alle spalle si lascia una coda di aspettative ideali più che materiali lunga quanto la lista dei villaggi sulla frontiera, Iarin, al Boustan, Marwhien, Ramia, la terra del comandante di Hezbollah Imad Mughniyeh ucciso a Damasco nel 2008. Davanti, sulla stessa strada, l’attende non solo il comando di un Iran alla deriva ma il confronto con la Turchia nella sfida per la leadership del mondo arabo e la sentenza che pende sulla testa degli amici di Hezbollah, pronti a dare battaglia in caso di condanna.
«Ahmadinejad è il nostro futuro» afferma estatico il trentunenenne disoccupato Khalil guardando la tv e fumando il narghilè sotto la veranda di zinco del chiosco Abu Ali Juni, a Bint Jbeil. E’ proprio questo che preoccupa la studentessa di giurisprudenza Mariam Atiyyah seduta con gli amici alla caffetteria Atlas di Ashrafieh, il quartiere cristiano della Beirut bene: «Se il tribunale condannerà Hezbollah i suoi uomini metteranno a ferro e fuoco la città, c’è da temere una nuova guerra civile». La variabile è se Teheran giocherà in attacco o in difesa, ma di certo non starà in panchina.
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