Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 28/09/2010, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Se negli insediamenti le ruspe sono già ferme e Abu Mazen è in stand by ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 1-39, l'articolo di Antonio Ferrari dal titolo " Una tregua sulle colonie per sperare l'impossibile ", a pag. 15, l'intervista di Francesco Battistini a Benny Morris dal titolo " I colloqui non porteranno a nulla. Troppi capi ideologizzati nelle colonie ". Da LIBERO, a pag. 23, l'articolo di Antonio Spampinato dal titolo " Il mondo chiede a Netanyahu di bloccare ancora gli insediamenti ". Dall'UNITA', a pag. 27, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Danny Dayan dal titolo " Pronti a costruire. Lo dice la Torah, quella è la nostra terra ", preceduta dal nostro commento. Dal SOLE 24 ORE, a pag. 8, l'intervista di Ugo Tramballi a Ghassan Khatib, ministro portavoce e consigliere del premier Salam Fayyad, dal titolo " L'Occidente ha capito ma faccia presto ", preceduta dal nostro commento.
Ecco gli articoli:
Il FOGLIO - " Se negli insediamenti le ruspe sono già ferme e Abu Mazen è in stand by "
Bibi Netanyahu, Abu Mazen
CORRIERE della SERA - Antonio Ferrari : " Una tregua sulle colonie per sperare l'impossibile "
Antonio Ferrari
Nel Medio Oriente, dove tutto è paradossale e dove talvolta ci si affida all’empirismo più estremo, la decisione più importante è che israeliani e palestinesi hanno deciso di non decidere, regalando un’altra settimana di tempo alla diplomazia, e così scongiurando una possibile catastrofe. In realtà qualche decisione era stata presa, ma entrambe le parti hanno per ora fatto finta che non fosse stata presa. Potremmo definirla ipocrisia della sopravvivenza politica. Israele si è rifiutata di prolungare la moratoria sugli insediamenti, e i coloni già si preparano ad attivare le ruspe per riprendere le costruzioni di case in terra araba. Ma se da una parte il governo ha accontentato i suoi estremisti, dall’altra il premier Benjamin Netaniahu non ha lanciato proclami e ha risposto con sussurri imbarazzati, lasciando intendere di avere gravi difficoltà interne ma non volendo irritare oltremisura gli americani (già infastiditi, per la verità) e non volendo umiliare il «mio partner», cioè il presidente dell’Anp Abu Mazen.
Sul fronte palestinese l’atteggiamento è quasi simmetrico. Abu Mazen aveva detto che se non vi fosse stato il prolungamento della moratoria, scaduta alla mezzanotte di domenica, avrebbe abbandonato subito i colloqui diretti con la controparte, voluti fortemente dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Ma ieri, quando il rischio di veder crollare tutto è diventato reale, ha deciso di prendere e concedere tempo, sostenendo che la reazione ufficiale verrà presa il 4 ottobre, dopo un vertice della Lega araba e dopo la riunione del comitato esecutivo palestinese.
In sostanza, il risultato è che le parti non hanno voluto smantellare la paziente tessitura dell’Amministrazione americana. I colloqui sono ovviamente sospesi ma non tutto è perduto. Una settimana è poco più del tempo di qualche sospiro, tuttavia si sa che nella tribolata regione mediorientale i problemi non si risolvono, ma qualche sorpresa per far rinascere la speranza è possibile, anche all’ultimo momento. Almeno si è capito che sia Netaniahu sia Abu Mazen hanno ben presenti i rischi di un collasso e cercano, come possono, di scongiurarlo.
Abu Mazen ha almeno un vantaggio su Netaniahu. Non voleva andare ai colloqui perché non si fidava della controparte, ed è stato convinto a cambiare idea non soltanto dalla volontà del presidente Obama ma dall’incoraggiamento di due leader arabi moderati come l’egiziano Hosni Mubarak e il re giordano Abdallah, e della stessa Lega araba. Alla quale, appunto, potrebbe essere riservata la responsabilità dell’ultima parola. C’è di più. L’Egitto, che teme non soltanto il fallimento dei negoziati, ma anche la radicalizzazione dell’estremismo islamico a Gaza, che i più moderati di Hamas non riescono a controllare, sta tentando una vera rappacificazione tre i laici del Fatah e i fondamentalisti. La visita alla Mecca, dopo il Ramadan, del potente capo dell’intelligence del Cairo Omar Suleyman, e l’incontro con il falco di Hamas Khaled Meshal, che vive a Damasco, è il primo passo di una convinta strategia egiziana: aiutare Abu Mazen, riavvicinare le due anime palestinesi, scongiurare il collasso di Gaza e impedire gravi turbative alle sue frontiere ormai a ridosso dalle elezioni presidenziali, nelle quali Mubarak potrebbe passare il testimone al figlio Gamal.
Netaniahu, cui non fanno certo difetto doti di equilibrista, stavolta corre il rischio di venir travolto dai suoi stessi (e imbarazzanti) alleati: sia l’estrema destra di Lieberman sia i religiosi. Per rendersi credibile, soprattutto con l’irrinunciabile alleato americano, deve compiere passi e accettare compromessi, anche contro la sua stessa coalizione.
Ecco perché in questa partita tripla o quadrupla entrano tutti, anche la Siria. Ed ecco perché accanto a chi ha deciso di non decidere, la diplomazia si muove a tutto campo. In Medio oriente. Negli Stati Uniti. E in Europa. Nella speranza di dilatare la settimana, e di evitare che la parola torni alle armi.
LIBERO - Antonio Spampinato : " Il mondo chiede a Netanyahu di bloccare ancora gli insediamenti "
Hillary Clinton
Israele non ha esteso la moratoria sulle nuove costru- zioni in Cisgiordania: il congelamento imposto da Gerusalemme ai coloni è scaduto l’altro ieri e la ripresa dei lavori è stata accompagnata da balli e feste. Com’era prevedibile, questo ha creato una profonda crepa sul tavolo della pace. I palestinesi trovano inaccettabile che si parli della costitu- zione di uno stato autonomo con le betoniere israeliane che gli ronzano nelle orecchie. Il via alle costruzioni viene vissu- to come un’inaccettabile pro- vocazione. La pensano, di fatto, allo stesso modo sia Bruxelles che Washington. Ieri il telefono del premier israeliano Netanyahu è stato più rovente del solito. Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton da un lato e l’Alto commissario europeo per la politica estera Catherine Ashton dall’altro gli hanno fat- to presente il loro rammarico. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, si è detto deluso dalla decisione di Gerusalemme. Il presidente francese Sarkozy, che ieri a Parigi ha incon- trato il leader palestinese Abu Mazen, è andato oltre chie- dendo un allargamento del processo di pace ad altre parti come l’Ue e Unione per il Mediterraneo. Dopo averlo fatto diventare un tavolo per due, ora rischia di tornare una tavo- lata da osteria. Un posto lo vuole persino Hamas dopo aver sventolato un pezzo di carta che accenna a una specie di tregua. Dal canto suo Netanyahu subisce le pressioni dell’ala du- ra del suo governo: visto che la data di scadenza della morato- ria era fissata da tempo, non può essere accusato di boicot- tare proprio nulla. Anche per- ché la volontà di raggiungere un accordo che garantisca la sicurezza di Israele è più sua che della controparte. Ma è fondamentale che non si perda questa occasione di trovare un accordo che sanci- sca lo Stato palestinese; occasione che dà l’impressione di essere più unica che rara. La polveriera mediorientale ha micce accese da più fronti e spegnere almeno questa sarebbe una vittoria enorme per tutti. Israele e l’Anp (l’Autorità Nazionale Palestinese) hanno deciso di dedicare un’altra settimana al tentativo di trovare un compromesso per non far naufragare i colloqui di pace. Estremisti permettendo.
CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : " I colloqui non porteranno a nulla. Troppi capi ideologizzati nelle colonie "
Benny Morris
GERUSALEMME — «Non so se in questa storia sia stato più stupido Obama, a porre la condizione degli insediamenti, o Netanyahu a non dargli retta». È totale lo scetticismo di Benny Morris, lo storico israeliano: «Ora quei due sono in una situazione ridicola: si sforzano di far sopravvivere negoziati che non porteranno a nulla».
Fin dov’è capace di spingersi il movimento dei coloni?
«I coloni dipendono dall’aria che tira in Israele. Se l’opinione pubblica è scettica sul processo di pace, si sentono forti e fanno quel che vogliono. Altrimenti, stanno buoni. Ora prevale la prima opzione».
Quali sono le colonie su cui Israele non cederà mai?
«Il famoso 3 per cento dei territori contesi. Tutta l'area di Gerusalemme e Gush Etzion resteranno per sempre israeliane: troppo popolose, con una crescita demografica enorme. Impossibile spostare tutta quella gente. Lo sanno anche i palestinesi, che nel 2000 accettarono da Clinton di scambiarle con altra terra. Su Hebron e Betlemme, invece, credo che Netanyahu dovrà mettersi il cuore in pace».
Non ci sono leader dei coloni più flessibili?
«La maggioranza dei settler, non si stupisca, è pragmatica e perfino moderata. Gente disposta anche a dialogare. Il problema sono i loro capi, tutti ideologizzati, che credono ancora nella Grande Israele. Non è un caso che negl’insediamenti non si faccia mai un referendum: uscirebbe una linea meno dura». Il modello però è Lieberman... «Perché vive lì. Anche la destra Shas è vicina ai settler, ma i coloni non si fidano troppo: sanno che li venderebbe, in cambio di qualche privilegio per le scuole religiose. Questo non toglie che, nelle colonie, Israele e Torah restino indivisibili».
Che egoisti, però: esistono loro e null’altro.
«Hanno un solo scopo nella vita: restare lì. E chi ha uno scopo solo, è molto più forte. Ma sui media li vedo rappresentati in modo un po’ colorito, mentre c’è anche gente che legge e studia molto. Temi come l’educazione e la solidarietà sono discussione quotidiana». Chi li paga? «Si pagano da soli, con quel che risparmiano vivendo in zone meno care. E poi ricevono molti soldi dalla diaspora. Che li sostiene molto più di quanto credano in America».
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Pronti a costruire. Lo dice la Torah, quella è la nostra terra "
Danny Dayan
Non potendo attaccare Netanyahu per la sua gestione dei negoziati, Udg ha scelto un'altra tattica, quella di intervistare Danny Dayan "presidente di Yesha, il Consiglio degli insediamenti in Giudea e Samaria, l’organismo che rappresenta i 300mila coloni di Cisgiordania", una persona che, per ovvie motivazioni, non era d'accordo nemmeno con il congelamento provvisorio delle costruzioni, figurarsi con il prolungamento della moratoria.
A Udg consigliamo di leggere l'intervista di Francesco Battistini a Benny Morris sui coloni e i loro capi. Danny Dayan non rappresenta Israele e non ha voce in capitolo per quanto riguarda le scelte di governo sui negoziati. Le sue previsioni e la sua opinione sullo Stato palestinese non sono coincidenti con quelle del governo israeliano.
L'intervista, però, contribuisce a fornire un'immagine oltranzista di Israele e a far credere al lettore che il governo faccia le sue scelte seguendo gli ordini di Danny Dayan. Una visione distorta che non corrisponde al vero.
Ecco l'intervista:
Il SOLE 24 ORE - Ugo Tramballi : " L'Occidente ha capito ma faccia presto "
Ghassan Khatib
Ecco i negoziati visti dall'Anp : "Il congelamento era già il frutto di un compromesso. Era una moratoria parziale ed escludeva diversi punti delle nostre richieste. È vero: ogni negoziato richiede un compromesso. Ma congelare le colonie ebraiche era un punto essenziale chiesto già dalla "road map": loro fermavano gli insediamenti e noi le violenze e l'anarchia in Cisgiordania. Noi abbiamo fermato le violenze, ora sono loro che devono fermarsi.". Netanyahu ha congelato le costruzioni negli insediamenti per 10 mesi. Le violenze non si sono mai fermate. Che cos'ha fatto l'Anp in merito ? Niente. E' rimasta a guardare, la solita tattica. Rifiutare i compromessi e opporre secchi rifiuti a qualunque proposta. Pretendere come precondizione di un negoziato quello che dovrebbe essere il risultato non è una tattica vincente e il fatto che non esista ancora uno Stato palestinese ne è la dimostrazione.
Tramballi, come del resto il suo intervistato, glissano su una questione fondamentale e irrisolta, quella delle divisioni tra le diverse fazioni palestinesi. Khatib e Tramballi descrivono così l'Anp " Abbiamo un governo, istituzioni, forze di sicurezza che garantiscono l'ordine, un'economia che funziona. Ma col tempo, non tanto tempo, il consenso di cui ora godono Abu Mazen e Fayyad si eroderà a favore degli estremisti. Non tenete mai conto che anche noi abbiamo un mondo politico e un'opinione pubblica.". Un governo? Le elezioni avrebbero dovuto esserci due anni fa, ma non ci sono state, chissà perchè. Il fatto che Khatib sia convinto che la linea dura ai negoziati sia l'unico modo per mantenere saldo il consenso di Abu Mazen fra gli arabi della Cisgiordania (Gaza non è mai presa in considerazione perchè ostaggio di Hamas) rende l'idea di quanto scritto sopra: uno dei fattori che mina i negoziati di pace, oltre alle posizioni dell'Anp, sono le lotte intestine fra le diverse fazioni palestinesi.
Ma Tramballi preferisce incolpare Netanyahu e la sua decisione di non rinnovare la moratoria sugli insediamenti.
Ecco l'intervista:
È difficile dire che qui si stia aspettando qualcosa di definitivo. Questo non è uno spartiacque, anche se sulle colonie si gioca il destino del processo di pace e una buona parte di quello dei protagonisti. «Forse il congelamento degli insediamenti continuerà senza che nessuno venga ad annunciarlo. Forse resterà tutto tranquillo», dice altrettanto tranquillamente Ghassan Khatib.
Negoziatore del processo di pace, ministro del Lavoro e poi della Pianificazione, vicepresidente dell'Università Birzeit e ora ministro portavoce e consigliere del premier Salam Fayyad. Khatib, 56 anni, moderato per definizione, è fiducioso. Moderatamente. «Per i palestinesi c'è qualcosa di nuovo: americani ed europei condividono la nostra posizione sulle colonie. In una visione più profonda capiscono che gli effetti negativi del nostro conflitto si ripercuotono sulla stabilità della regione e sui loro interessi».
Ma è anche vero che vi chiedono di essere flessibili, di accettare che gli israeliani continuino a costruire in quei blocchi di colonie vicino alla frontiera che l'accordo di pace annetterà a Israele.
Sono l'80-90% degli insediamenti: sarebbe come riconoscere l'occupazione israeliana prima dei negoziati, una forma di legittimazione. Siamo noi ad avere le spalle al muro, non loro.
Tuttavia dovrete mettere anche voi una quota di flessibilità.
Il congelamento era già il frutto di un compromesso. Era una moratoria parziale ed escludeva diversi punti delle nostre richieste. È vero: ogni negoziato richiede un compromesso. Ma congelare le colonie ebraiche era un punto essenziale chiesto già dalla "road map": loro fermavano gli insediamenti e noi le violenze e l'anarchia in Cisgiordania. Noi abbiamo fermato le violenze, ora sono loro che devono fermarsi.
Che problema c'è a concedere che costruiscano dove un giorno sarà Israele, sapendo che avrete in cambio altri territori?
Noi non sappiamo ancore se e quali territori avremo in cambio. Se accettiamo, loro possono costruire, noi no. Non ci è concesso farlo nemmeno in gran parte della Cisgiordania che Israele continua a controllare. Facciamo l'accordo e poi costruiamo.
Se non ci fosse congelamento né processo di pace, scoppierà la terza Intifada?
No, le cose sono cambiate. Abbiamo un governo, istituzioni, forze di sicurezza che garantiscono l'ordine, un'economia che funziona. Ma col tempo, non tanto tempo, il consenso di cui ora godono Abu Mazen e Fayyad si eroderà a favore degli estremisti. Non tenete mai conto che anche noi abbiamo un mondo politico e un'opinione pubblica. Quando ci chiedete elasticità non abbiamo meno problemi di Bibi Netanyahu.
L'economia funziona. Potrebbe essere una via alternativa verso la pace?
Gli israeliani hanno sempre tentato di riempire lo stomaco dei palestinesi pensando di neutralizzarne la resistenza. Non ha mai funzionato. Non c'è correlazione fra crescita economica e rinunce politiche.
Per inviare la propria opinione a Foglio, Corriere della Sera, Libero, Unità e Sole 24 Ore, cliccare sulle e-mail sottostanti
lettere@ilfoglio.it; lettere@corriere.it; segreteria@libero-news.eu; lettere@unita.it; letterealsole@ilsole24ore.com