Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 01/09/2010, a pag. 16, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Obama volta pagina: 'Via dall’Iraq, pensiamo all’economia' ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'editoriale dal titolo " Le parole di Obama sull’Iraq".
Ecco i due articoli:
Il FOGLIO - " Le parole di Obama sull’Iraq "
George W. Bush
CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Obama volta pagina: 'Via dall’Iraq, pensiamo all’economia' "
WASHINGTON — «Né proclami di vittoria e niente giri d’onore». Barack Obama, nell’annunciare la fine delle operazioni di combattimento per le truppe americane in Iraq, ha scelto il realismo, perché questa «pietra miliare» non può nascondere le insidie che restano.
Nell’atteso discorso dallo Studio Ovale alle 20 locali (l’alba in Italia) — e il cui testo è stato anticipato ai media —, il presidente ha ri marcat oil «prezzo enorme» pagato dagli Stati Uniti nella campagna dei 7 anni ed ha poi sottolineato come l’obiettivo principale della Casa Bianca sia rimettere in piedi l’economia. Un chiaro messaggio ai cittadini: con i soldi che potremmo risparmiare a Bagdad cercheremo di creare posti di lavoro. «E’ il momento di voltare pagina — ha aggiunto Obama — L’Operazione Iraqi Freedom è terminata, ora è il popolo iracheno ad avere la responsabilità della sicurezza».
Ieri per l’America e il suo presidente è stato l’Iraq Day. Una lunga giornata apertasi con la visita di Obama nella base di Fort Bliss, in Texas, e chiusasi con il discorso alla nazione. Una maratona dedicata alle guerre — Iraq e Afghanistan — senza dimenticare i guai dell’economia.
A Fort Bliss, punto di transito per migliaia di soldati, Obama ha ringraziato i veterani per il loro sacrificio ma ha subito avvertito: «Non ci saranno canti di vittoria». Questo perché se in Iraq i 50 mila soldati rimasti avranno un ruolo d’appoggio, la situazione resta complessa e c’è «molto lavoro da fare». A Bagdad, infatti, non riescono a formare un governo, i ribelli restano in agguato, le istituzioni sono fragili. E sarà ancora più dura in Afghanistan, che diventa il fronte numero uno e dove il presidente prevede «combattimenti difficili».
Lasciando da parte i trionfalismi e insistendo sul «grazie» agli uomini in divisa, Obama ha voluto evitare di ripetere l’errore compiuto dal suo predecessore, George W. Bush quando sul ponte della portaerei Lincoln annunciò nel 2003 «missione compiuta». Ma, secondo alcuni osservatori, Obama avrebbe fatto meglio a non intervenire del tutto in quanto l’Iraq può riservare sempre brutte sorprese.
Scegliendo, però, per la seconda volta la tribuna dell’Ufficio Ovale — la prima era per la marea nera — il presidente ha voluto dare solennità al momento. Per tre ragioni. E’ la conferma della promessa fatta in campagna elettorale di un ritiro «in modo responsabile»: «L’ho mantenuta» ha rimarcato Obama. E’ un tentativo di riconquistare consensi in vista del voto di medio termine che vede favoriti i repubblicani (sono a più dieci nei sondaggi). E’ il modo per chiudere — almeno sulla carta — una guerra lasciatagli in eredità da George W. Bush.
E nell’Iraq Day l’ombra del predecessore è tornata. Obama, durante il volo verso Fort Bliss, ha telefonato dall’Air Force One a George Bush. Un gesto che molto repubblicani si aspettavano. Se in Iraq il quadro è migliorato — hanno polemizzato in queste ore — lo si deve al famoso «surge», l’aumento di truppe americane voluto dall’allora presidente e contestato da Obama, accusato dagli avversari di volersi appropriare del successo: «Questo giorno appartiene alle nostre truppe».
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