Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 18/08/2010, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Nuove istruzioni per al Qaida in Iraq ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 16, l'articolo di Lorenzo Cremonesi dal titolo " Iraq un grave vuoto di potere. Colpa di Obama che ci abbandona ". Dall'UNITA', a pag. 27, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Lucio Caracciolo dal titolo " La guerra mai vinta. Così nasce la strategia della fuga degli Usa ", preceduta dal nostro commento.
Ecco gli articoli:
Il FOGLIO - " Nuove istruzioni per al Qaida in Iraq"
CORRIERE della SERA - Lorenzo Cremonesi : "In Iraq un grave vuoto di potere. Colpa di Obama che ci abbandona "
Hoshyar Zebari
BAGDAD — «Si sta creando un pericoloso vuoto di potere in Iraq. Se ne vanno gli americani, arrivano iraniani, turchi, siriani e tanti altri. Si moltiplicano le interferenze destabilizzanti, ognuno dei nostri vicini vuole dire la sua. È un problema gigantesco per il nostro futuro e non solo per il nostro. Ho cercato di comunicarlo tante volte negli ultimi tempi a Washington: se perdono l'Afghanistan è un Paese solo, se perdono l'Iraq perdono il Medio Oriente. Ma non credo abbiano capito». Hoshyar Zebari non nasconde la sua preoccupata delusione nei confronti della politica americana nella regione. Ministro degli Esteri nei diversi governi che dalla guerra del 2003 hanno guidato il «nuovo Iraq», non ha mai celato la sua radicata identità curda (nato nel 1953 nella zona di Erbil, è stato portavoce del Partito Democratico Curdo) ed è cugino di Babaker Zebari, il generale di Stato maggiore che negli ultimi giorni ha creato scompiglio e non poche tensioni con Washington a causa delle sue dichiarazioni pubbliche molto scettiche sulla capacità di tenuta del nuovo esercito nazionale a fronte del ritiro delle truppe americane. Per quasi un'ora ci ha ricevuto nel suo ufficio.
Anche lei ritiene necessari almeno altri 10 anni alle forze di sicurezza nazionali per essere in grado di controllare l'Iraq?
«Esercito e polizia sono molto cresciuti. Lo sviluppo è stato impressionante quanto ad addestramento, numero di uomini e mezzi. Ma ritengo che le dichiarazioni di mio cugino Babaker non siano state capite. Lui si riferiva alla capacità di controllare i nostri confini. Un conto è combattere l'eversione interna e un altro essere preparati nell'eventualità di un attacco da parte di un nemico esterno. Nel primo caso penso che davvero esercito e polizia siano pronti. Ma non nel secondo. Abbiamo bisogno di aviazione, aerei da combattimento, di una marina militare in grado di pattugliare in modo efficiente le acque del Golfo e i terminali petroliferi. Necessitiamo di radar, di capacità di coordinamento tra forze terrestri e aeree. Il vuoto lasciato dalle truppe Usa in queste aree resta grave e ci vorrà tempo prima che noi si riesca a colmarlo». Preferiva Bush a Obama? «Bush era un decisionista: decideva e agiva. Anche a costo di commettere errori, anche se sapeva di essere impopolare. Con Obama invece le iniziative si fermano a metà strada. Non procede nel negoziato israelo-palestinese, non in Libano, va male in Afghanistan e Pakistan. Non vedo successi, nonostante il grande impegno».
Teme che gli Stati Uniti siano troppo passivi, pensa stiano abbandonando l'Iraq?
«Gli Stati Uniti non abbandoneranno l'Iraq. I loro interessi qui sono troppo forti. Hanno una delle loro più grandi ambasciate proprio a Bagdad e hanno appena aperto i consolati di Bassora ed Erbil, oltre agli uffici di Kirkuk e Mosul. Ma è vero che la loro nuova politica ci condiziona in modo profondo. Poche settimane fa sono stato a Washington proprio per suonare un campanello d'allarme: attenzione, dovete fare di più, rischiate di restare a metà dell'opera, qui avete un ruolo da sostenere, dovete operare in modo più energico. Per esempio la loro passività sta ritardando la formazione del nostro governo. Alle elezioni del 2005 i problemi furono molto minori, le interferenze straniere quasi nulle. Oggi invece è l'opposto. Turchi, iraniani, siriani, sauditi e tanti altri si mettono di mezzo. Se l'amministrazione Obama fosse stata più attiva nel lavorare per una mediazione, oggi probabilmente avremmo già un nuovo governo a Bagdad e saremmo molto meno deboli».
Ma sono trascorsi oltre cinque mesi dal-
Hoshyar Zebari Curdo, 57 anni, ha studiato sociologia in Gran Bretagna e Giordana, ha rappresentato all’estero il Partito democratico del Kurdistan. Ministro degli Esteri iracheno dal 2003 le elezioni parlamentari del 7 marzo. Gli iracheni accusano la loro classe politica di egoismo e cecità. Pochi puntano il dito contro gli americani. Non pensa sia una vostra precisa responsabilità trovare la formula di compromesso per la nuova coalizione?
«In verità solo a maggio sono giunti i risultati definitivi del voto ed è da allora che i negoziati sono entrati nel vivo. Il problema è che nessuno vuole stare all'opposizione. E comunque è evidente: il ritardo nella formazione del governo non può che lasciare spazio alle forze dell'eversione. Al Qaeda, il terrorismo, il settarismo prolificano in questa situazione di stallo. Direi che gli iracheni sono stati anche troppo pazienti».
Pensa che l'Iran potrebbe intervenire contro gli interessi Usa in Iraq in caso di attacco contro i suoi reattori nucleari? «Mi sembra un pericolo remoto. La presenza Usa dal primo di settembre sarà limitata a 50.000 soldati restati ad addestrare le nostre forze di sicurezza».
E come giudica la crescita delle componenti islamiche in Turchia?
«Un problema serio. Negli ultimi tempi i turchi interferiscono con aggressività crescente in Libano, Siria, a Gaza e in Iraq. I risultati sono stati scarsi. Però il loro attivismo è senza precedenti e sinceramente ritengo vada controbilanciato».
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " La guerra mai vinta. Così nasce la strategia della fuga degli Usa"
Lucio Caracciolo
Il commento di Caracciolo su Obama, sulla sua debolezza e sulla sua inettitudine in politica estera, specialmente in Medio Oriente è sostanzialmente corretto. Non si può scrivere altrettanto delle sue 'analisi' sull'Iran e i suoi rapporti con Israele e su Netanyahu e Obama.
Caracciolo dichiara : " Il problema è che Netanyahu è anche un politico americano, oggi collocato all’opposizione insieme ai suoi amici repubblicani estremisti ". Come al solito spunta la teoria complottista della lobby ebraica potentissima e in grado di controllare la politca estera degli Stati Uniti. Se fosse così, di sicuro Obama non si sarebbe mosso come ha fatto da quando è Presidente degli Stati Uniti. Non è ben chiaro perchè i repubblicani debbano venire definiti 'estremisti'.
Per quanto riguarda l'Iran e un possibile attacco di Israele per neutralizzare il suo programma nucleare, Caracciolo dichiara : " È una ipotesi certamente realistica, come è realistico immaginare che non risolverebbe la questione del nucleare iraniano, mentre ne aprirebbe molte altre, non ultima quella del nucleare israeliano ". Che cosa c'entra il nucleare israeliano ? Prima di accusare Israele di possedere un arsenale nucleare, Caracciolo dovrebbe averne le prove. Il fatto che Israele non abbia mai nè confermato nè smentito di averlo non è una prova. In ogni caso, se anche Israele avesse delle testate nucleari, esse non sono una minaccia per nessuno. Non è Israele a dichiarare un giorno sì e l'altro pure di voler cancellare qualche Paese dalla carta geografica. Il nucleare iraniano è un pericolo per il mondo intero, mentre Obama tentenna e continua con la sua fallimentare politica della mano tesa, Ahmadinejad prosegue la strada verso l'atomica. Se Israele deciderà di attaccare per impedirglielo, ben venga.
Ecco l'intervista:
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