Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 23/07/2010, a pag. 15, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " L'America si è stancata di Kabul ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'editoriale dal titolo " Tagliare la testa al talebano ", l'articolo dal titolo " L’uomo che sussurrava ai droni promosso ai vertici della Cia". Dal GIORNALE, a pag. 11, l'articolo di Fausto Biloslavo dal titolo " Posta dai talebani: donne, a casa o morirete ".
Ecco gli articoli:
La STAMPA - Maurizio Molinari : " L'America si è stancata di Kabul "
Maurizio Molinari
Al Congresso i democratici sono restii ad approvare nuovi fondi alla guerra contro i taleban, gli alleati olandesi e canadesi hanno deciso le date del ritiro delle truppe dentro il 2011, il britannico Cameron vuole farlo nel 2014, nei sondaggi il consenso per la campagna militare è sceso al 43 per cento e adesso anche il presidente Barack Obama comincia ad avere dubbi sull’andamento delle operazioni in Afghanistan.
A svelare quanto sta maturando dentro la Casa Bianca è il «New York Times», secondo cui «il presidente è sempre meno circondato da consiglieri e strateghi che sostengono i benefici di continuare l’attuale corso delle operazioni» basato sulla scelta compiuta nel marzo 2009 di aumentare le truppe sul terreno. Allora Obama fece prevalere la tesi del generale Stanley McChrystal su quella di Joe Biden, favorevole a ridurre le truppe per affidare la lotta ad Al Qaeda all’Intelligence, ma adesso con McChrystal defenestrato e le operazioni militari in stallo torna a riaffacciarsi l’opzione del vicepresidente.
A farlo intendere è John Kerry, il capo della commissione Esteri del Senato, che la scorsa settimana ha espresso in ripetuti colloqui privati i «dubbi sull’attuale strategia» ricordando di «aver sostenuto Biden». La carenza di risultati nell’Helmand, dove la cattura di Marjah non ha portato all’espulsione dei taleban, e lo stallo delle operazioni a Kandahar, con l’attesa offensiva estiva della Nato non ancora iniziata, lasciano intendere che l’arrivo dei rinforzi non sta cambiando l’equilibrio di forze sul terreno.
«È tempo di ridurre le nostre ambizioni e la nostra presenza» ha scritto Richard Haass, presidente del «Council on Foreign Relations», su «Newsweek», descrivendo l’opinione che si sta facendo spazio a Washington, dove se la Camera ha bocciato un emendamento della maggioranza per un calendario del ritiro è solo perché 98 democratici hanno votato con l’opposizione repubblicana. Rivedere la strategia ad appena 16 mesi dalla decisione si annuncia una scelta ad alto rischio per Obama ma l’impressione è che la Casa Bianca voglia saggiare la resistenza di chi potrebbe opporsi a una consistente riduzione di truppe: il ministro della Difesa Robert Gates e il nuovo comandante David Petraeus. Se ciò sta avvenendo ora è perché la Casa Bianca punta ad arrivare ad una decisione entro il vertice Nato di Lisbona, in novembre.
Il FOGLIO - " Tagliare la testa al talebano"
Gurkha
Il FOGLIO - " L’uomo che sussurrava ai droni promosso ai vertici della Cia"
John D. Bennett
Il GIORNALE - Fausto Biloslavo : " Posta dai talebani: donne, a casa o morirete"
Talebani
«Devi finirla di insegnare, altrimenti taglieremo la testa ai tuoi figli e daremo fuoco alla tua bambina» è la minaccia dei talebani ad una maestra afghana, colpevole di fare il suo mestiere in una scuola femminile. Uccise senza pietà perché lavorano per le organizzazioni umanitarie occidentali o minacciate di venir sfregiate con l'acido per innocenti richieste musicali alle radio locali, le donne del disgraziato Paese al crocevia dell'Asia sono di nuovo sotto tiro. E temono che andrà sempre peggio se il governo Karzai aprirà le braccia ai talebani nella speranza di chiudere il conflitto.
Lo denuncia un'inchiesta di Human rights watch, che ha raccontato la drammatica storia di 90 donne afghane vessate o uccise nei distretti che si trovano sotto pesante influenza talebana. I loro nomi sono quasi sempre di fantasia per evitare ritorsioni.
Il 13 aprile Hossai, una giovane afghana di 22 anni, è stata imbottita di proiettili all'uscita degli uffici di una Ong americana a Kandahar. Pur avendo ricevuto le lettere minatorie, che i talebani appiccicano di notte all'uscio di casa delle loro vittime, non voleva crederci. E tantomeno lasciare il lavoro umanitario che dava da mangiare a lei e alla sua famiglia. È morta per le ferite.
Subito dopo altre donne, come Nadia N., sono state minacciate. «I servi dell'Islam ti ordinano di non lavorare più per gli infedeli - si legge nella lettera pubblicata da Human rights watch -. Se continui ti uccideremo come abbiamo fatto con Hossai. Il tuo nome, come quello di altre donne, è nella nostra lista» delle esecuzioni.
I talebani hanno già "giustiziato" donne famose come la pacifista Sitara Achakzai, il comandante della polizia Malalai Kakar, la giornalista Zakia Zaki e la funzionaria per gli Affari femminili Safia Amajan. I colpevoli non sono mai stati portati davanti ad un tribunale.
Lo scorso febbraio Fatima K., rea solo di essere una impiegata pubblica, ha ricevuto questa lettera su carta intestata dell'Emirato talebano: «Ti uccideremo in una maniera brutale. Servirà da lezione per quelle donne che ricevono soldi haram (proibiti dall'Islam, nda), che arrivano dagli infedeli».
Lo scorso anno Jamila W. ha preso il coraggio a quattro mani arruolandosi come osservatrice elettorale durante le presidenziali. I talebani le hanno subito recapitato una lettera minatoria: «Lavori per il voto con i nemici della religione. Devi abbandonare subito questo incarico o ti staccheremo la testa dal corpo». Jamila ha resistito per un po', ma suo padre è stato assassinato per ritorsione.
Nel mirino dei talebani ci sono soprattutto le insegnanti delle scuole femminili. Asma A. faceva la maestra in una provincia meridionale dell'Afghanistan. Per convincerla ad andarsene gli estremisti in armi le hanno minacciato la prole: «Taglieremo la testa ai tuoi figli e daremo fuoco alla tua bambina se non lasci il primo possibile il tuo posto».
Nella provincia settentrionale di Kunduz il "governatore" ombra degli insorti ha emesso un editto che proibisce di mandare a scuola le ragazze dopo la pubertà.
Da febbraio si sono ripetuti gli avvelenamenti, in alcuni casi con agenti chimici e gas, nelle scuole femminili. Almeno sette istituti sono stati colpiti in varie parti del Paese. In un solo episodio a Kunduz, lo scorso aprile, un centinaio fra studentesse ed insegnanti sono finiti all’ospedale.
Le minacce talebane riguardano anche le ragazze che chiedono la canzone preferita alle radio locali. Nel distretto di Kohistan, provincia di Kapisa, è stato affisso sull'uscio di numerose case il divieto di fare richieste alle emittenti. Quando erano al potere i talebani avevano proibito musica e televisione. «In caso contrario sarete decapitate o sfregiate con l'acido», si legge nell'ordinanza firmata dal "Gruppo della fratellanza islamica".
Il 2 giugno scorso il presidente afghano Hamid Karzai ha aperto le braccia ai nemici in occasione della Loya Jirga di pace organizzata a Kabul. «Ripeto ai miei cari fratelli talebani che questa è la loro terra - ha dichiarato Karzai davanti l'assemblea tribale -. Tornate a casa. Non verrete incolpati se avete compiuto degli errori.
Le vittime intervistate nel rapporto di Human rights watch sono convinte che sia necessaria una soluzione negoziale del conflitto, ma hanno paura che venga ottenuta sulla pelle della popolazione femminile. «Le donne vogliono la fine della guerra - si legge nel rapporto dell'organizzazione per i diritti umani - ma con l'avvicinarsi dei negoziati con i talebani temono che saranno loro a pagare il prezzo più alto per la pace».
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