Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 23/06/2010, a pag. 1-39, il commento di Maurizio Molinari dal titolo "Lascia il generale che ha fatto tremare Obama " . Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Il generale di troppe parole". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 13, l'articolo di Christian Rocca dal titolo " Tutte le colpe del presidente ".
Ecco i pezzi:
La STAMPA - Maurizio Molinari : "Lascia il generale che ha fatto tremare Obama "

Maurizio Molinari
La convocazione del generale Stanley McChrystal nello Studio Ovale serve oggi a Barack Obama per riaffermare la propria autorità di presidente e allontanare dalla Casa Bianca lo spettro della debolezza.
L’articolo del magazine «Rolling Stone» nel quale i collaboratori di McChrystal adoperano l’espressione «femminucce alla Casa Bianca» per descrivere il team della sicurezza nazionale guidato da Obama lascia intendere che anche i vertici militari alla guida delle operazioni in Afghanistan sono stati contagiati dalla sfiducia nella presidenza che tiene banco a Washington, nei centri studi di Massachusetts Avenue come nei ristoranti del Penn Quarter. A evidenziare questa atmosfera è una miriade di eventi su più fronti che va ben oltre le critiche a Obama per i mancati risultati su occupazione, marea nera e guerra ai taleban. Se gli americani sentono, e temono, di avere un leader debole è perché Peter Orszag, capo dell’ufficio Bilancio della Casa Bianca e garante dei conti pubblici, abbandona il prestigioso incarico per sposarsi con una star della tv Abc mentre il capo di gabinetto Rahm Emanuel è obbligato smentire le voci di dimissioni da lui stesso alimentate. Senza contare che un tribunale federale boccia la moratoria delle trivellazioni ordinata da Obama nel Golfo del Messico, Pechino annulla all’ultimora una visita del ministro della Difesa Gates negando l’atterraggio al suo aereo e Mosca riguadagna influenza in Asia Centrale e Europa dell’Est. Che si tratti di gestione del proprio team, dell’emergenza della marea nera o di politica estera Obama appare ovunque sulla difensiva, bersagliato da dissensi e smacchi sempre più evidenti. Incluso quello avvenuto la sera precedente al Memorial Day, quando in una strada di Hyde Park a Chicago gli uomini del suo servizio segreto hanno ripiegato davanti agli insulti provenienti dalle guardie del corpo di Louis Farrakhan, leader della Nazione dell’Islam, riuscendo a cavarsela solo grazie all’intervento provvidenziale di un prete battista di Detroit, Gary Hunter, che ha telefonato a Farrakhan chiedendogli di ritirare i suoi gorilla.
L’immagine che Obama trasmette è quella dell’uomo più potente del mondo incapace di tappare una falla a 1500 metri di profondità, del leader del Paese più ricco che continua a sommare disoccupati, del presidente che perde i migliori collaboratori e del capo dell’ultima superpotenza innocuo al punto da essere irriso in tribunale dal kamikaze pakistano di Times Square che gli promette «altri cento attacchi» jihadisti. È una china che spiega la popolarità precipitata al 42-44 per cento e fa sognare ai repubblicani la riconquista del Congresso e della Casa Bianca.
Da qui l’importanza della resa dei conti con il comandante delle truppe in Afghanistan autore di critiche che sconfinano nell’insubordinazione. A prescindere dalla disponibilità di McChrystal a lasciare l’incarico, Obama deve riuscire a trasformare la tempesta innescata nell’opportunità di dimostrare, non solo ai vertici militari, che non è una «femminuccia». La difficoltà del compito sta nel fatto che McChrystal è stato nominato da Obama alla guida delle operazioni, sta applicando con successo la strategia afghana ordinatagli dal presidente, è in procinto di lanciare l’offensiva di Kandahar contro i taleban ed è considerato uno dei migliori soldati americani. Sostituirlo potrebbe rivelarsi più difficile che graziarlo. È di fronte a tale difficile bivio che il «Commander in Chief» delle forze armate è chiamato a compiere una scelta che può risollevare o pregiudicare la sua autorità. Forse proprio per questo il veterano John Kerry, che lanciò Barack Obama alla convention democratica di Boston del 2004, gli suggerisce prudenza.
Il FOGLIO - " Il generale di troppe parole "

Obama, McChrystal
Il SOLE 24 ORE - Christian Rocca : " Tutte le colpe del presidente "

Christian Rocca
Barack Obama ha un problema con i suoi generali. E i suoi generali hanno una capacità incredibile di cacciarsi nei guai. L'intervista a Rolling Stone del comandante delle truppe americane in Afghanistan, Stanley McChrystal, non è il primo né l'unico esempio di insubordinazione soft dei generali di Obama alle indicazioni del comandante in capo. McChrystal si è fatto un nome per aver guidato le forze speciali in Iraq ai tempi di Bush, le attività coperte in Afghanistan e quella che Newsweek ha definito «l'ala più segreta dell'esercito americano». Forse è per questa sua predispozione ad agire nell'ombra che poi si comporta da imbranato quando qualcuno gli piazza un microfono davanti o è costretto ad avere a che fare con la stampa.Ma magari c'èaltro.
McChrystal aveva già litigato rumorosamente con l'ambasciatore a Kabul, l'ex generale Karl Eikenberry, sulla strategia da seguire in Afghanistan. E i dettagli sono finiti sui giornali. Quando «il rapporto McChrystal» sulla nuova strategia da seguire a Kabul è giunto alla stampa, probabilmente per influenzare le decisioni di Obama, sono stati in molti a immaginare una responsabilità diretta dello staff del generale, anche se poi è stato proprio Obama ad ammettere di aver gestito «stupidamente» il dossier.
Ogni volta che McChrystal parla scatena grandi polemiche, una volta per le critiche alle idee del vicepresidente Joe Biden, un'altra per i tentennamenti di Obama. È successo quando ha chiacchierato con i giornalisti di 60 Minutes, quando il New York Times magazine gli ha dedicato una copertina e quando ha concesso un'intervista a Newsweek. Anche al generale David Petraeus - l'uomo della svolta in Iraq promosso da Obama alla guida del Central Command e gran protettore di McChrystal - è capitato di esprimere i dubbi sul lento processo decisionale del presidente. Jonathan Alter ha raccontato in The Promise che l'anno scorso Obama ha avviato il processo di ridiscussione strategica dell'Afghanistan sottolineando che «negli otto anni precedenti i militari hanno ottenuto qualsiasi cosa chiedevano» e che invece il suo compito sarebbe stato di «frenare le richieste ». Alla fine, in realtà, ha concesso ai militari ciò che volevano e ha addirittura triplicato il numero dei soldati rispetto a quanti ne aveva lasciati Bush.
McChrystal questa volta l'ha combinata grossa. Ha chiesto scusa, ma probabilmente non basterà. Obama non può permettere che la sua autorità di "commander in chief" sia messa in discussione. Il generale è stato convocato d'urgenza a Washington ( «tutte le opzioni sono sul tavolo» ha detto il portavoce del presidente, neanche stesse parlando di Iran) e in serata pare abbia offerto le dimissioni. La sinistra ha chiesto la sua testa, ma la prova che il guaio sia irreparabile è arrivata dalla presa di distanza di John McCain, Joe Lieberman e Lindsey Graham, i tre politici più pro militari del Senato.
Non si può però liquidarel'episodio come la leggerezza di un generale incapace di gestire la sua immagine. Nella catena di comando di Washington un problema c'è.TregiornifailcapodelPenta-gonoBobGateshasmentitolepa-rolediBidensecondocuientrolu-gliodelprossimoannolagranpar-tedelletruppeame icanesaràfuori dall'Afghanistan. Non è la prima volta che gli uomini di Obama si contraddicono pubblicamente. La responsabilità di questo caos è del comandante in capo. È stato lui a tollerare la faida interna, a cambiare idea su quasi tutto e a rendere impossibile la pianificazione di una coerente strategia politica e militare.
Obama e McChrystal non hanno fatto una bella figura. Ma il problema non è di immagine. Il problema è di sostanza. Entrambi guidano una guerra delicata, necessaria e decisiva. Una guerra che non può essere combattuta, e magari persa, sulle colonne di una rivista di musica.
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