Pacifiti/armati, le cronache di oggi 04/06/2010: dal FOGLIO, Giulio Meotti, dal GIORNALE Fausto Boloslavo, Gian Micalessin, da REPUBBLICA le 'memorie' di Angela Lano:
Il Foglio- Giulio Meotti:" Visto dagli attivisti "
Roma. Prima di salire sulla nave Mavi Marmara alla volta di Gaza, gli organizzatori turchi avevano chiesto ai partecipanti della missione “umanitaria” di lasciare scritti i propri testamenti. Tre dei militanti turchi rimasti uccisi avevano espresso alle famiglie il desiderio di essere “shahid”, martiri per Allah. L’esercito israeliano, secondo cui la nave turca diretta a Gaza era controllata da un gruppo terroristico vicino ad al Qaida, ieri ha postato su YouTube un video in cui si vede uno dei passeggeri che dice: “Voglio essere uno shahid”. “Prima di imbarcarsi mi ha ripetuto più volte di voler diventare un martire, lo desiderava tanto”, racconta al quotidiano Milliyet Sabir Ceylan, amico di Ali Haydar Bengi, proprietario di un negozio di cellulari a Diyarbakir e inserito nell’elenco dei quattro morti turchi. “Aiutava gli oppressi. Da anni desiderava andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire”, conferma la moglie rimasta sola con quattro figli. Bengi aveva studiato alla venerabile Università di al Azhar al Cairo, uno dei principali centri di insegnamento religioso dell’islam sunnita. Anche Ali Ekber Yaratilmis, padre di cinque figli e volontario dell’organizzazione islamica Ihh che ha organizzato le navi su Gaza, “desiderava da sempre una morte da martire”, spiegano gli amici al quotidiano turco Sabah. Una terza vittima turca, il 61enne Ibrahim Bilgen, militante di un partito legato al fondamentalismo islamico, viene descritto dalla famiglia come “un filantropo esemplare, il martirio gli si addiceva proprio. Allah gli ha concesso la morte che desiderava”. Ma su quelle navi non c’erano soltanto sconosciuti e ferventi islamisti. Tra i condannati per terrorismo c’era anche il vescovo Hilarion Capucci, che nel 1974 poco dopo essere stato nominato massimo vescovo della chiesa melkita (legata al rito latino) a Gerusalemme, fu arrestato dalle truppe israeliane sul ponte di Allenby mentre stava trasportando sulla sua lussuosa Mercedes armi e bombe per gli attivisti dell’Olp, per fare strage di civili israeliani. Sulla Mavi Marmara, l’imbarcazione dove si è consumato lo scontro mortale con i commando israeliani, c’erano anche due membri dei Fratelli musulmani in Egitto, Muhammad Al Baltaji e Hazem Farouq. Al Baltaji ha detto che “non riconosceremo mai Israele, non abbandoneremo mai la resistenza per salvare Gerusalemme, restaurare l’onore arabo e prevenire che la Palestina diventi una seconda Andalusia”. Fra i libanesi c’era Hani Suleiman, avvocato dell’unico terrorista uscito vivo dall’attentato all’aeroporto di Tel Aviv del 1972, Kozo Okamoto. Suleiman è stato anche un apologeta degli attacchi suicidi in Iraq. A bordo c’era poi Abu al Shuhada, che in arabo vuol dire “il padre dei martiri” e che a Gaza voleva andare per “incontrare i miei martiri”, i parenti rimasti uccisi nella guerra libanese del 2006. Non mancava l’ex capo dei Fratelli musulmani in Giordania Salam al Falahat, il quale ha detto che “vediamo la Palestina come parte della terra arabo islamica che va liberata”. C’era la siriana Shadha Barakat, autrice di una pièce teatrale sullo sceicco Yassin, il fondatore e leader di Hamas assassinato dagli israeliani. Dal Kuwait è arrivato Osama al Kandari, studioso e militante filo Hamas, che ha parlato della spedizione navale contro i “nemici ebrei”. Lo sceicco Jalal al Sharqi, a capo dell’Associazione degli studiosi dell’islam del Golfo persico, ha detto di essersi imbarcato assieme ai “combattenti di Gaza” per fare jihad “contro gli ebrei”. Il giorno prima del confronto tra la flottiglia e la marina israeliana, al Jazeera aveva documentato l’atmosfera da battaglia a bordo della flotta. I militanti intonavano un noto grido di battaglia islamico che si riferisce all’uccisione degli ebrei. Era stata intervistata anche una donna che aveva detto che l’obiettivo dei partecipanti della flottiglia era “uno dei due lieto fine: il martirio o raggiungere Gaza”.
IL Foglio-Ariel David: " Visto dai soldati "

Tzahal
Gerusalemme. Dopo il blitz israeliano sulle navi degli attivisti filopalestinesi, in Israele non passa giorno senza manifestazioni e contromanifestazioni. Nelle piazze, nelle strade, nelle università, spesso separati soltanto da cordoni di poliziotti, sfilano opposti schieramenti di studenti e attivisti: bandiere israeliane e striscioni che dichiarano “appoggiamo Tsahal” da una parte; kefieh, bandiere turche e palestinesi, denunce contro “i criminali di guerra israeliani” dall’altra. E’ raro vedere cortei a sostegno dell’azione di un governo in Israele. Come in molte moderne e smaliziate democrazie, la maggioranza silenziosa dello stato ebraico scende raramente in strada, mentre la piazza è in genere territorio di chi denuncia eventuali responsabilità di politici o militari. E’ stato così per i fallimenti nella guerra in Libano e per le polemiche sulle vittime civili nell’operazione “Piombo fuso” a Gaza. Ma sul blitz dei commando della marina, finito con nove morti a bordo della nave turca Mavi Marmara (otto turchi e un americano di orgine turca), il paese intero si mobilita e si divide, come ha spiegato ieri in un’intervista all’Unità l’ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir: qualcosa è andato storto, tutti si chiedono “come si è potuti cadere in una trappola del genere? Si tratta di un corpo scelto, lo Shayetet 13, il sale delle Forze armate israeliane”. Molte delle critiche si concentrano sui vertici, che hanno mandato i soldati, che inizialmente impugnavano armi con proiettili di vernice, in mezzo a una folla di attivisti armati di coltelli, spranghe e altri oggetti. Il governo sostiene che i soldati abbiano dovuto sparare per difendersi dopo essere finiti sotto il fuoco di due pistole strappategli dai manifestanti, ma gli organizzatori del movimento “Free Gaza” insistono nello smentire un attacco. “La maggior parte degli israeliani è sconvolta dalle critiche ipocrite che arrivano dal mondo, perché appare chiaro dalle immagini che i nostri soldati sono stati attaccati – dice Alon, studente di destra all’Università ebraica di Gerusalemme – Ognuno qui ha i propri ricordi del servizio militare e si identifica con quei soldati che sono stati presi a sprangate, gettati fuori bordo e poi condannati per essersi difesi”. Dall’altra parte della barricata, letteralmente, si trova la ragazza di Alon, Liora, anche lei studentessa a Gerusalemme: “L’operazione non si doveva fare, in passato altre navi sono state fatte passare. Il modo in cui è stata gestita la situazione è un simbolo delle politiche israeliane su Gaza, che non soltanto affamano una popolazione intera, ma finiscono per ritorcersi contro Israele”. Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv, due terzi degli israeliani ritengono che il governo avrebbe dovuto fronteggiare diversamente la sfida portata dal convoglio di sei navi bloccato dal raid di lunedì notte. Allo stesso tempo, la stragrande maggioranza non vorrebbe le dimissioni del premier, Benjamin Netanyahu, o del ministro della Difesa, Ehud Barak. Infine gli israeliani sono spaccati a metà sull’opportunità di nominare una commissione d’inchiesta nazionale sull’accaduto. “Il pubblico ritiene che ci sia stato un fallimento nelle modalità del blitz e nel lavoro di intelligence, che ha fatto credere ai soldati che al massimo avrebbero dovuto affrontare azioni di disobbedienza civile – sostiene Yehuda Ben Meir, ex viceministro degli Esteri israeliano ora ricercatore presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale a Tel Aviv – Ma l’azione stessa è considerata giustificata da molti israeliani che continuano a sostenere la legittimità e la necessità dell’embargo per bloccare il flusso di armi verso Hamas”. “Una pessima figura” Molti commentatori sono stupiti dalla scarsa preparazione del blitz nonostante i legami tra alcuni degli organizzatori della flottiglia e gruppi terroristici come Hamas e al Qaida. Su Yedioth Ahronoth, il giornale più letto in Israele, l’opinionista Avi Trengo ha chiesto le dimissioni di Barak, sostenendo che il timoroso approccio iniziale dell’abbordaggio abbia incoraggiato l’esplosione di violenza. “Ordinare ai soldati di agire in maniera sensibile ha l’effetto opposto, facendo perdere a Israele il suo potere deterrente. Le truppe israeliane sono viste come deboli e quando poi si ritrovano nei guai il loro utilizzo della violenza ci fa fare una pessima figura”. Gli fa eco un altro editoriale, che accusa il governo di “aver fatto il gioco di Hamas in un modo amatoriale e patetico”. Ancora più dure le critiche di Haaretz, su cui Yossi Sarid, leader veterano della sinistra israeliana, parla di un “gabinetto di sette idioti”, riferendosi al ristretto gruppo di ministri con cui Netanyahu prende le decisioni più importanti. L’incertezza e la divisione che appare sulle strade e sulle pagine dei giornali sembra coinvolgere anche il governo. Ieri il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, ha detto che Israele dovrebbe stabilire una commissione d’inchiesta, supervisionata da investigatori stranieri, perché il paese “non ha nulla da temere”. Ma poche ore dopo, fonti dell’ufficio di Netanyahu hanno fatto sapere che non ci sarà un coinvolgimento internazionale nell’inchiesta, malgrado richieste in questo senso siano venute anche dalla Casa Bianca.
IL Giornale- Fausto Biloslavo: " La beffa di Hamas, non vuole più gli aiuti "
Fausto Biloslavo, a destra bambino pacifista a Gaza
E adesso Hamas non vuole gli aiuti della flottiglia, che doveva rompere il blocco navale attorno a Gaza. Ai valichi di passaggio israeliano, verso la striscia palestinese, è in coda da mercoledì una colonna di Tir. Non solo: si scopre che l’intero carico di aiuti trasportati via mare dai pacifisti a senso unico riempirà fra i 70 e gli 80 camion. A Gaza l’esercito israeliano ne fa entrare ogni giorno un centinaio. Una beffa, che dimostra come l’intera operazione umanitaria via mare fosse solo una mossa politica e propagandistica per «liberare» Gaza.
I giornali israeliani hanno rivelato che da mercoledì ben 22 camion, caricati con gli aiuti della flottiglia sotto sequestro nel porto di Ashod, erano pronti ad entrare nella striscia. La colonna doveva passare per il valico di Kerem Shalom, ma Hamas aveva negato l’autorizzazione all’ingresso. I pacifisti giuravano che gli aiuti erano urgenti. Sembrava che i palestinesi morissero di fame ed invece Hamas ha bloccato tutto. Ahmed Kurd, ministro del Welfare nella striscia ha messo in chiaro, che «si rifiuta di ricevere gli aiuti fino a quando tutti i detenuti (della flottiglia, nda) non saranno rilasciati». Israele li ha già rimandati a casa quasi tutti, ma Hamas punta i piedi anche per altri motivi.
Il primo carico della flottiglia in arrivo via terra a Gaza comprende un certo numero di sedie a rotelle per i mutilati o gli anziani. I palestinesi accusano gli israeliani di aver levato le batterie che muovono le carrozzelle. Alcuni materiali che potrebbero venir usati per scopi guerriglieri o per costruire bunker sono proibiti, ma i dirigenti della striscia non vogliono gli aiuti a metà. O tutto o niente, è la linea ufficiale di Kurd. Poi è saltato fuori che nessuno sa a chi devono andare questi aiuti, perché sarebbero stati gli uomini di Hamas ad attendere la flottiglia in porto. Il maggiore Guy Imbar, portavoce del Cogat, l’ufficio dell’esercito che autorizza il passaggio dei carichi nella striscia osserva: «Per anni la popolazione di Gaza ha denunciato una crisi umanitaria. Mi risulta difficile credere che non sanno a chi consegnare cibo, medicine, vestiti e coperte».
Alla fine il ministro Kurd ha accusato Israele di voler inviare via terra gli aiuti della flottiglia, «per spostare l’attenzione dal massacro» avvenuto in alto mare. Per il maggiore Imbar è l'ennesima prova «che l’intera vicenda fosse una provocazione, una mossa propagandistica, che aveva ben poco a cuore i reali bisogni della gente di Gaza».
Soprattutto se teniamo conto della vera portata degli aiuti della flottiglia. Secondo il Cogat riempiranno «fra i 70 e gli 80 camion al massimo. Noi ogni giorno ne facciamo passare un centinaio». A questo sono serviti i morti e la tempesta diplomatica internazionale. Secondo i dati ufficiali, solamente dal 25 aprile al 2 maggio gli israeliani hanno fatto passare 15.151 tonnellate di aiuti umanitari. Nella prima settimana di maggio sono transitati per i valichi di Gaza 619 camion con quasi un milione e mezzo di litri di diesel, 44.707 di benzina e 919 tonnellate di gas. Settantasei camion trasportavano frutta e verdura, 34 la carne, 45 prodotti quotidiani, 50 vestiti e scarpe, 16 zucchero. Gaza rimane comunque blindata e la gente si sente in una prigione a cielo aperto. Però, nella sola prima settimana di maggio, sono passati verso Israele 378 malati e parenti al seguito.
Adesso è in arrivo una seconda nave «pacifista». A bordo c’è un premio Nobel per la pace e un ex vice segretario generale dell’Onu. Israele vuole evitare un nuovo assalto in alto mare. Si spera che la Rachel Corrie accetti di sbarcare il carico umanitario nel porto di Ashdod. L’arrivo della nave è previsto nel fine settimana. L’obiettivo politico è sempre lo stesso: rompere il blocco attorno a Gaza con una manciata di aiuti.
Il Giornale- Gian Micalessin: " I 'pacifisti' turchi collaboravano con Al Qaida dall'inizio "

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