E la Turchia ? Apriamo con l'analisi di Danielle Sussmann, lunga ed accurata sui rapporti internazionali dopo Gaza, segue Davide Frattini sul CORRIERE della SERA di oggi, 03/06/2010, a pag. 2. Dal GIORNALE Gian Micalessin racconta quello che tutti dovrebbero sapere se i giornaloni non fossero caduti, loro si, nella trappola sentimentale che si associa alla parola "pacifista".
Ecco gli articoli:
Informazione Corretta- Danielle Sussmann: " Il boomerang della trappola islamista turca "

Addio Turchia laica di Ataturk !
Il boomerang della trappola islamista turca Sembrava difficile, a caldo, vedere uno spiraglio di luce nel tragico sviluppo causato dai ‘pacifisti’ del movimento “Free Gaza” e della guerriglia criminale pianificata sulla Mavi Marmara. Scoramento per quella che appariva ancora come essere una spaventosa sconfittta politica per Israele.Corriere della Sera- Davide Frattini: " Quei droni israeliani usati da Ankare contro i ribelli curdi"
ISTANBUL— I politici minacciano, i generali si telefonano. In nome di un’intesa strategica che (per ora) i due Paesi non vogliono vedere affondare al largo di Gaza. La crisi diplomatica non ha fermato i contatti tra Ilker Basbug, capo di stato maggiore turco, e il parigrado israeliano Gabi Ashkenazi, che si sono sentiti a poche ore dall’arrembaggio delle forze speciali. Perché la relazione è proficua: le industrie israeliane vendono, il ministero della Difesa ad Ankara compra. Tecnologia avanzata, armi, istruttori.
L’accordo di cooperazione militare firmato nel 1996 sembra blindato, anche se ieri il parlamento ha approvato (per alzata di mano) un documento che chiede al governo di Recep Tayyip Erdogan la revisione di tutti i rapporti con Israele. Il valore dei tredici progetti condivisi in questi anni ha toccato i due miliardi di dollari. Sei sono ancora da completare e Vecdi Gonul, ministro della Difesa, si è affrettato a precisare lunedì che la Turchia attende la consegna degli ultimi droni prenotati e pagati. «Il piano va avanti, non può essere fermato dai contrasti e dalle divisioni».
L’esercito ha aspettato a lungo di poter far decollare gli aerei senza pilota prodotti dalle Israel Aerospace Industries e dalla Elbit, valore del contratto 185 milioni di dollari. Ordinati nel 2005, i primi velivoli (sei su dieci) sono arrivati così in ritardo che tra i due Paesi si era aperta anche allora una crisi. Gli israeliani hanno offerto come risarcimento di dare in affitto i droni (per 10 milioni di dollari) e di «prestare» i loro aviatori per aiutare le forze armate turche. I consiglieri della Iai— ha rivelato il Turkish Daily News tre anni fa — avrebbero affiancato le missioni dei jet telecomandati contro i ribelli curdi nel nord dell’Iraq.
I droni Heron sono gli stessi che Tsahal usa sopra i cieli della Striscia di Gaza. Di quarta generazione, decollo e atterraggio automatici, i sistemi a bordo possono fornire intelligence in tempo reale giorno e notte, l’autonomia è di ventiquattro ore. Sono disarmati: in battaglia servono per monitorare i movimenti del nemico e i turchi li usano per recuperare informazioni sulle postazioni e i leader del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan.
«I progetti più importanti tra i due Paesi sono conclusi— commenta Ozgur Eksi, analista per il quotidiano Hürriyet — e il nostro stato maggiore è preoccupato che gli israeliani rallentino la cooperazione, perché in questo settore saremmo noi a perderci di più». Per un miliardo di dollari in totale, le società israeliane hanno appena finito di modernizzare i tank M60 e i jet F4 turchi. Stanno concorrendo nelle gare d’appalto per un sistema missilistico a corto raggio e a un radar di sorveglianza costiera. Anche le relazioni (e gli scambi di dossier) tra i due servizi segreti sono robusti e dovrebbero reggere agli scossoni geopolitici.
Dopo l’assalto alla Flotta della libertà, Ankara ha cancellato tre manovre militari congiunte. «Non è una grande ritorsione, una mossa più d’immagine che strategica. Possono trovare un altro partner», spiega Eksi. Nell’ottobre 2009, il governo aveva escluso Israele dalle esercitazioni aeronautiche Nato (operazione Aquila dell’Anatolia) in risposta ai ventidue giorni di offensiva contro Gaza. «Com’è possibile che voli nei nostri cieli chi ha bombardato i palestinesi?», chiedeva nell’editoriale un giornale turco. Eppure gli stessi droni volano sopra le sabbie della Striscia a caccia dei miliziani di Hamas e tra le montagne all’inseguimento dei combattenti
Il Giornale-Gian Micalessin: " Volevano fare i martiri, in Turchia lo sapevano tutti "

Erdogan, il regista
Ora è tutto chiaro. Ora anche l’ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l’intelligence indaga sull’identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca qualche migliaio di dollari in biglietti dello stesso taglio, a Istanbul i giornalisti hanno già la risposta. Quei cinquanta uomini senza nome catturati a bordo dell’ammiraglia della spedizione per Gaza sono probabilmente - come le nove vittime dell’incidente (quattro dei quali turchi) - militanti islamici reclutati dall’organizzazione “umanitaria” turca Ihh (Insani Yardim Vakfi”, - “Fondo di aiuto umanitario”) proprietaria della nave ammiraglia e di due mercantili utilizzati per la spedizione su Gaza.
Un’organizzazione sospettata, come già scritto dal Giornale, di pesanti collusioni con Hamas e con i gruppi dell’internazionale jihadista. Un’organizzazione umanitaria pronta sin dalle prime ore a trasformare la tragedia in opportunità, come spiega al Giornale Menachem Genz, l’inviato del quotidiano israeliano Yediot Ahronot arrivato a Istanbul lunedì mattina. «Il clima nella sede dell’Ihh era surreale, nessuno sembrava sconvolto, nessuno si preoccupava, come sarebbe umano, di sapere chi e quanti fossero i morti... l’unico obbiettivo era usare al meglio l’opportunità mediatica, concedere interviste, ripetere gli stessi slogan e amplificare al massimo la portata dei fatti. Sembrava quasi un film... nulla succedeva per caso.... tutta quella gente recitava una parte studiata a lungo e preparata accuratamente». L’incontro con Isat Yilmanz, un militante dell’organizzazione convinto che suo fratello Ilyas fosse morto sulla nave, contribuisce a rafforzare l’impressione del giornalista. «Io gli chiedevo perché ne fosse così certo e lui continuava a spiegarmi che suo fratello era partito con la precisa intenzione di morire martire per la Palestina». Il racconto di Genz è confermato anche da altri parenti delle vittime turche, tutti concordi nello spiegare ai giornali locali che i loro cari «cercavano il martirio».
«Prima di imbarcarsi mi ha ripetuto più volte di voler diventare un martire, lo desiderava tanto», racconta al quotidiano Milliyet Sabir Ceylan, amico del 39enne Ali Haydar Bengi, proprietario di un negozio di cellulari di Diyarbakir inserito nell’elenco dei quattro morti turchi. «Aiutava gli oppressi. Da anni desiderava andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire», conferma la moglie di Bengi rimasta sola con quattro figli. Anche Ali Ekber Yaratilmis, 55 anni, padre di cinque figli e volontario dell’Ihh, «desiderava da sempre una morte da martire», spiega al quotidiano Sabah l’amico Mehmet Faruk Cevher. Una terza vittima turca, il 61enne Ibrahim Bilgen, originario del sud est del Paese e militante di un partito legato al fondamentalismo islamico viene descritto dal cognato Nuri come «un uomo e un filantropo esemplare... il martirio gli si addiceva proprio... Allah gli ha concesso la morte che desiderava».
Sulla base di queste dichiarazioni riprese dai quotidiani turchi anche il mistero dei cinquanta uomini senza nome nelle mani degli israeliani risulta più chiaro. La somma di qualche migliaio di dollari in biglietti dallo stesso taglio trovata nelle tasche di ciascuno di loro era la ricompensa riconosciuta dall’Ihh alla punta di lancia della spedizione. Una sorta di paga anticipata destinata a chi aveva il compito di mettere a repentaglio la propria vita per innescare una reazione israeliana e costringere i soldati di Tsahal ad aprire il fuoco. Quell’avanguardia “kamikaze” strutturata come la punta di lancia della spedizione aveva visori notturni per individuare i movimenti degli israeliani, giubbotti antiproiettile per sopravvivere alle prime fasi dello scontro, spranghe, biglie d’acciaio e coltelli per massacrare i soldati scesi sulle navi e indurre i loro colleghi ad aprire il fuoco per salvarli. Un film scritto in anticipo e trasformato in realtà all’alba di lunedì.
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