Riportiamo da LIBERO di oggi, 18/05/2010, a pag. 1-21, l'analisi di Carlo Panella dal titolo " Altri due caduti ma bisogna restare ". Dalla STAMPA, a pag. 1-45, l'editoriale di Maurizio Molinari dal titolo " Un attacco contro la trattativa ". Ecco i due articoli:
LIBERO - Carlo Panella : " Altri due caduti ma bisogna restare "

Carlo Panella
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Un attacco contro la trattativa "

Maurizio Molinari
L’attentato nel quale sono morti due militari italiani dimostra la volontà dei taleban di tenere sotto pressione la Nato nell’incombere dei due eventi che possono decidere le sorti dell’Afghanistan: l’assemblea dei capi tribali e l’offensiva di Kandahar in estate.
Per il 29 maggio il presidente Karzai ha convocato la tradizionale Loya Jirga sulla quale conta per coinvolgere nell’apparato di governo i taleban pronti a voltare le spalle al Mullah Omar, a Osama bin Laden e alla lotta armata. La scelta è di Karzai, ma Washington la sostiene come è emerso dal summit della scorsa settimana nello Studio Ovale e come confermano episodi come quello che ha visto il colonnello dell’Us Army Robert Brown scrivere di proprio pugno una lettera al capo guerrigliero Mullah Sadiq - ricercato dalla Cia dal 2005 e nascosto ai confini con il Pakistan - per invitarlo a partecipare alla ricostruzione dell’Afghanistan. La mano tesa ai taleban punta a ridurne la resistenza quando McChrystal darà il via libera all’offensiva di Kandahar - in una finestra di tempo che si apre a giugno - puntando a eliminare le roccaforti dei guerriglieri irriducibili, alimentate da armi, volontari e rifornimenti che arrivano dalle aree tribali del Pakistan.
Questa strategia fatta di offerte di pace e preparativi di guerra punta a «modificare la situazione sul terreno», come dice il presidente americano Barack Obama, per arrivare al luglio 2011 in una condizione di sicurezza tale da consentire l’inizio del passaggio delle consegne di singoli distretti territoriali fra militari Nato e truppe regolari afghane.
Ma a questa direzione di marcia, che Obama condivide con Karzai e la Nato, i taleban oppongono la loro. Tornano a piccoli gruppi a Marjah, la città riconquistata dai marines a febbraio, per terrorizzare di notte gli agricoltori che al mattino salutano i soldati americani. Bersagliano Kabul di attentati preferendo gli obiettivi governativi per palesare la debolezza di Karzai, obbligato a muoversi protetto da nugoli di guardie del corpo. Effettuano incursioni nei distretti a ridosso della capitale ripetendo la strategia con cui i mujaheddin islamici sconfissero l’Armata Rossa. Consolidano le basi nel Waziristan pakistano evadendo la caccia dei droni della Cia e beffandosi dei militari di Islamabad. E adoperano i potenti ordigni «Ied» lasciati lungo il ciglio delle strade contando di uccidere più soldati Nato possibile, ostacolando i movimenti di mezzi fra le diverse basi per paralizzare le operazioni.
Se l’Alleanza Atlantica ha una strategia che punta ad accelerare i tempi della ricostruzione civile, i taleban puntano invece alla guerra infinita consapevoli che le opinioni pubbliche dei Paesi occidentali non riescono neanche a immaginare un simile scenario. Il paradosso è che a decidere chi prevarrà potrebbero essere un pugno di comandanti taleban. «Ci troviamo in un momento di passaggio - riassume Stephen Biddle, veterano della guerra al terrorismo che adesso indossa giacca e cravatta dietro una scrivania del Council on Foreign Relations di Washington - nel quale quanto avverrà dipende dalle decisioni che saranno prese da un ristretto numero di capi taleban». Si tratta di guerrieri delle montagne che vivono isolati con i propri uomini, dei quali in Occidente si ignorano anche i nomi, fedeli a nessuno, sempre pronti a cambiare alleato per sfruttare l’opzione migliore ma molto legati al territorio e capaci di sfuggire ai droni passando giorni interi senza muoversi, parlando a monosillabi per non farsi identificare dai sensori più sofisticati. Karzai è convinto di riuscire a convincerne una buona parte a venire alla Loya Jirga in cambio della promessa di condividere il potere e l’intelligence britannica crede che abbia qualche possibilità di riuscirci davvero, ma a Washington c’è più cautela e, comunque andrà l’assemblea tribale, McChrystal si prepara a dar luce verde all’assalto a Kandahar. Nella convinzione che la fine del conflitto non è ancora vicina.
E’ un’orizzonte di guerra che preannuncia per la Nato un delicato summit a Lisbona: la riunione autunnale immaginata per concordare il nuovo concetto strategico, imperniato sulla necessità di affrontare le nuove minacce del XXI secolo, potrebbe doversi confrontare con la perdurante sfida di una guerriglia medioevale capace di resistere per quasi dieci anni all’armata più potente del Pianeta. Forse non è un caso che in queste settimane i diplomatici al lavoro sull’agenda del vertice sono tornati a discutere di Afghanistan, dopo aver tanto trattato di lotta alla proliferazione.
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