Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 05/05/2010, a pag. 3, l'articolo di Toni Capuozzo dal titolo "Come distinguere una buona missione umanitaria da una così così". Dal GIORNALE, a pag. 27, l'articolo di Carlo Lottieri dal titolo "La carità uccide l’Africa, il mercato la salverà ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 21, l'articolo di Dambisa Moyo dal titolo " Il fabbricante di zanzariere e gli aiuti che lo fanno fallire ". Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - Toni Capuozzo : " Come distinguere una buona missione umanitaria da una così così "

Emergency, una 'missione così così'
Il GIORNALE - Carlo Lottieri : " La carità uccide l’Africa, il mercato la salverà "
Dambisa Moyo, La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo Mondo (edito da Rizzoli, 260 pagine, 18,50 euro)
In principio fu Peter Bauer, un economista inglese (di origine ungherese) che nel 1983 Margaret Thatcher portò alla camera dei Lord per i suoi studi controcorrente in tema di economia dello sviluppo. A Bauer - di cui IBL Libri ha di recente pubblicato un’antologia, Dalla sussistenza allo scambio (con prefazione di Amartya Sen) - si devono i primi pionieristici studi contro gli aiuti che inondano di denaro pubblico il Terzo Mondo, causando gravissimi danni. Ma ora la lezione di Bauer inizia a dare frutti, come attesta l’emergere di intellettuali africani che vanno proponendo una via liberale alla prosperità: proponendo uno sviluppo dal basso. La ricetta, insomma, è meno aiuti e più investimenti esteri, più micro-credito, più opportunità per chi vuole esportare.
Una tra le espressioni migliori di questa nuova Africa vogliosa di mercato è una ricercatrice originaria dello Zambia, Dambisa Moyo, che dopo gli studi a Harvard e Oxford ha lavorato alla Goldman Sachs e ora ha pubblicato un volume intitolato La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo Mondo (edito da Rizzoli, 260 pagine, 18,50 euro), che punta il dito anche contro le star dell’assistenzialismo planetario.
La Moyo, che lunedì sarà a Milano su invito dell’Istituto Bruno Leoni per presentare il proprio libro e difendere la sua visione di un’Africa aperta al capitalismo, non a caso ha dedicato il testo a Bauer, che per primo ebbe il merito di denunciare come il sistema degli aiuti rafforzi i regimi dispotici, affievolisca gli incentivi a intraprendere e ad ampliare gli spazi di mercato, proietti le economie più povere verso una totale passività. Senza considerare che in genere il trasferimento prende la forma del prestito di favore e in tal modo trascina le nazioni più derelitte nella spirale perversa di un indebitamento destinato a crescere esponenzialmente. Quasi senza accorgersene, ci si trova intrappolati e senza futuro.
La Moyo non teme di mettere in discussione molti miti: a partire da quello dello Stato democratico. Quando in Occidente si parla dei Paesi in via di sviluppo sembra che la prima urgenza non consista nel radicarvi la proprietà privata e il mercato, ma invece nel trapiantare a quelle latitudini un modello politico che è stato il frutto di un’evoluzione tipicamente europea e durata molti secoli. In altre parole, per la studiosa zambiese in Africa c’è primariamente bisogno di meno Stato, e non già di più democrazia: soprattutto se si considera che le nostre istituzioni sono limitate nella loro capacità di fare danni da un complesso di relazioni economiche e da una rete di istituzioni sociali le quali impediscono al potere di assorbire in sé ogni cosa.
In Africa, però, la società è molto più frammentata: per ragioni etniche, ma anche per le caratteristiche dell’economia e dei sistemi di comunicazione. Paracadutare lì lo Stato di tradizione francese ha posto le premesse per regimi spesso criminali. D’altra parte, nemmeno gli stessi programmi di aiuto hanno ignorato la Liberia di Samuel Doe, lo Zimbabwe di Robert Mugabe, l’Uganda di Idi Min o la Repubblica Centrafricana di Bokassa, a cui Werner Herzog vent’anni fa dedicò un film eccezionale, in cui compaiono formidabili sequenze su quell’incoronazione del 1977 che costò la bellezza di 22 milioni di dollari. Naturalmente la Moyo non demonizza gli aiuti privati. La sua attenzione, invece, è tutta per i programmi degli Stati occidentali e delle organizzazioni internazionali, che hanno l’effetto di rafforzare ulteriormente quel potere politico che già controlla tutto. Perché i finanziamenti da Stato a Stato consolidano proprio i regimi che sbarrano la strada a chi vuole intraprendere: si pensi che, in Africa, molto spesso ci vogliono due anni per ottenere una semplice licenza necessaria a lavorare.
All’assistenzialismo di Europa e Nord America, la Moyo contrappone lo spirito imprenditoriale dei cinesi, che stanno percorrendo in lungo e in largo l’Africa sub-sahariana non certo per distribuire regali, ma solo spinti da concretissimi interessi. Essi investono nella convinzione di fare profitti, ritenendo che in Africa ci siano non soltanto quelle materie prime di cui hanno bisogno, ma anche interlocutori interessanti e business attraenti.
Mentre i politici caritatevoli dell’Occidente hanno fallito, gli investitori cinesi (ma ormai anche indiani, turchi, brasiliani...) stanno aprendo strade nuove. Significativo è il caso del Botswana, che ha compiuto una netta liberalizzazione economica, ridotto la quota di aiuti e attirato investimenti stranieri. Come rileva la studiosa africana, questo Paese «ha perseguito con determinazione numerose opzioni economiche di mercato, che sono state la chiave del suo successo» e ha raggiunto tale risultato «smettendo di dipendere dagli altri».
Nell’Africa contemporanea la Moyo rappresenta un’avanguardia, ma non è sola. Di questa pattuglia fanno parte Thompson Ayodele (della Nigeria), June Arunga (del Kenya), Mamadou Koulibaly (della Costa d’Avorio), Franklin Cudjoe (del Ghana) e altri ancora, tutti persuasi che l’Africa debba tornare agli africani e che questi ultimi debbano essere attori, e non semplici spettatori. Fino ad oggi, tale continente è stato spesso una realtà passiva: di cui si occupano cantanti rock irlandesi come Bono o politici statunitensi come Al Gore. Non ha una voce propria, perché solo di rado ha saputo esprimere un dinamismo creativo tutto suo.
Solo spezzando la catena degli aiuti si può aiutare l’Africa a crescere: come sottolinea la Moyo, è quello che è già successo in larga parte dell’Asia più povera e ci sono davvero buone ragioni per credere che possa ripetersi anche altrove.
CORRIERE della SERA - Dambisa Moyo : "Il fabbricante di zanzariere e gli aiuti che lo fanno fallire "

Dambisa Moyo
In Africa c’è un fabbricante di zanzariere che ne produce circa cinquecento la settimana. Dà lavoro a dieci persone, ognuna delle quali (come in molti Paesi africani) deve mantenere fino a quindici famigliari. Per quanto lavorino sodo, la loro produzione non è sufficiente per combattere gli insetti portatori di malaria. Entra in scena un divo di Hollywood che fa un gran chiasso per mobilitare le masse e incitare i governi occidentali a raccogliere e inviare centomila zanzariere nella regione infestata dalla malattia, al costo di un milione di dollari. Le zanzariere arrivano e vengono distribuite: davvero una «buona azione». Col mercato inondato dalle zanzariere estere, però, il nostro fabbricante viene immediatamente estromesso dal mercato, i suoi dieci operai non possono più mantenere le centocinquanta persone che dipendono da loro (e sono ora costrette ad affidarsi alle elemosine), e, fatto non trascurabile, entro cinque anni al massimo la maggior parte delle zanzariere importate sarà lacera, danneggiata e inutilizzabile. Questo è il paradosso micro-macro: un intervento efficace a breve termine può apportare pochi benefici tangibili e di lunga durata; peggio ancora, può involontariamente minare ogni fragile possibilità di sviluppo già esistente. (...)
I fautori degli aiuti sono convinti della loro utilità, ma a loro parere i Paesi più ricchi non ne hanno elargiti a sufficienza. Sostengono che con una «grossa spinta» — un considerevole aumento degli aiuti destinati a investimenti in settori chiave — l’Africa può sfuggire alla trappola della perdurante povertà; che quello di cui ha bisogno è una quantità di aiuti maggiore, molto maggiore, di massiccia entità. Solo allora la situazione comincerà davvero a migliorare. (...) L’idea della «grossa spinta» trascura uno dei problemi fondamentali degli aiuti, cioè che siano fungibili: è facile che il denaro accantonato per uno scopo sia dirottato verso un altro, non però uno qualsiasi, ma verso programmi a volte inutili per la crescita, se non addirittura nocivi. Gli stessi sostenitori hanno riconosciuto che gli aiuti erogati in modo incondizionato presentano sempre il pericolo di venire sconsideratamente dissipati invece che investiti, di finire nelle tasche di privati, invece che nel patrimonio pubblico. Quando ciò si verifica, e accade spesso, non vengono mai inflitte vere punizioni o sanzioni; quindi, più sovvenzioni equivalgono a più corruzione. (...)
Per la maggior parte dei Paesi, una conseguenza diretta degli interventi basati sugli aiuti è stata un drastico aumento della povertà. Mentre prima degli anni Settanta la maggior parte degli indicatori economici dello Zambia era in salita, dopo un decennio la sua economia era in rovina. Bill Easterly (...), ex economista della Banca Mondiale, sottolinea che se questo Paese avesse trasformato in investimenti tutti gli aiuti ricevuti dal 1960 convogliandoli verso la crescita, all’inizio degli anni Novanta avrebbe registrato un Pil pro capite di circa 20.000 dollari, mentre ora era inferiore ai 500, un valore più basso che nel 1960; di fatto, il Pil dello Zambia dovrebbe essere almeno trenta volte quello attuale. E tra il 1970 e il 1998, quando l’erogazione di aiuti era al culmine, in Africa la povertà salì dall’11 per cento a uno sbalorditivo 66 per cento. (...) Quindi ecco qui: sessant’anni, oltre un trilione di dollari di aiuti all’Africa, e non molti risultati positivi da mostrare. Il problema è che gli aiuti non fanno più parte della potenziale soluzione del problema... ma sono il problema stesso.
Per inviare la propria opinione a Foglio, Giornale, Corriere della Sera, cliccare sulle e-mail sottostanti
lettere@ilfoglio.it; segreteria@ilgiornale.it; lettere@corriere.it