Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 23/04/2010, in prima pagina, l'articolo dal titolo " L’Iran cerca un posto all’Onu per far squadra con Gheddafi ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 15, l'articolo di Alberto Negri dal titolo " Teheran avvia manovre militari nel Golfo Persico ". Dal GIORNALE, a pag. 14, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " Cacceremo da Teheran cinque milioni di persone ". Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - " L’Iran cerca un posto all’Onu per far squadra con Gheddafi "

Ahmadinejad
Il SOLE 24 ORE - Alberto Negri : " Teheran avvia manovre militari nel Golfo Persico "

Bush voleva invadere l'Iraq per rifare la mappa del Medio Oriente. Obama vorrebbe riportare a casa le truppe da Baghdad e Kabul perché forse si è accorto che rifare il Medio Oriente è inutile. Dal 2003, anno della caduta di Saddam Hussein, abbiamo avuto almeno un paio di altri conflitti laceranti, dal Libano a Gaza, e la presenza militare americana, al contrario di quanto speravano a Washington, non ha fermato l'escalation: l'Iran, che ha avviato ieri manovre militari nel Golfo, dove passa il 40% del petrolio mondiale via mare, coltiva le sue ambizioni nucleari e di superpotenza regionale, Israele non molla un centimetro di terra ai palestinesi, la Siria a quanto pare foraggia di missili Scud gli Hezbollah libanesi, la Turchia, un tempo ai margini per il suo passato ottomano, è diventata un attore regionale rilevante e sempre meno allineato all'Occidente.
Tutti si sentono minacciati: Israele dall'Iran, la Siria e il Libano da Israele, l'Iran dallo stato ebraico e dagli Usa. E quasi ogni stato mediorientale deve fare i conti con un'opposizione, esplicita o sotterranea, dei movimenti integralisti che potrebbero rendere instabili anche i paesi più moderati, dall'Egitto alla Giordania. Nel mirino c'è pure la Siria, ultimo esempio dove è ancora al potere una minoranza religiosa, gli alauiti della famiglia Assad: uno stato laico discretamente tollerante che non riesce a sciogliersi dal soffocante abbraccio dell'alleanza con la repubblica islamica iraniana.
In Medio Oriente si rafforzano gli arsenali e i militari sono sempre più protagonisti, basti pensare all'irresistibile ascesa dei pasdaran a Teheran, che hanno relegato in secondo piano gli ayatollah arrivati al potere con Khomeini.
Oggi in Iran i generali non guidano soltanto le Guardie della rivoluzione, attraverso il controllo dell'apparato industriale indirizzano pure le scelte economichee condizionano sia il presidente Ahmadinejad che la Guida suprema, Ali Khamenei. Difficile fermarli, anche se il vicepresidente Usa Joe Biden ieri ha sostenuto che la Cina accetterà una seconda tornata di sanzioni contro Teheran: l'interrogativo è capire se Pechino le applicherà.
Le minacce esterne, sanzioni comprese, in Medio Oriente sono un utile strumento di governo: per stare in piedi gli stati della regione hanno sempre bisogno di un nemico. Buona parte dei governi sono autocrazie o si reggono comunque su equilibri etnici e settari instabili. Cercano lo scontro esterno quando devono trasferire fuori le tensioni interne, di carattere religioso, politico o sociale. L'Iraq di Saddam, che fu sottoposto a dure sanzioni per 12 anni, è un caso classico: la minoranza sunnita, al potere con il clan di Tikrit, ha condotto le guerre del Golfo contro l'Iran e il Kuwait per tenere a bada le spinte islamiche della maggioranza sciita e l'irredentismo curdo. Nell'Iraq attuale l'opposizione armata sunnita continuerà per gli stessi opposti motivi.
Ma ancora più della guerra le potenze mediorientali puntano a un conveniente e prolungato stato d'emergenza. Oltre all'Iraq di Saddam, la Siria degli Assad, padre e figlio, è un buon esempio di paese che vive nell'emergenza, proclamata con una legge, ancora in vigore, negli anni 60. L'emergenza consente agli apparati militarie di sicurezza di mantenere potere e privilegi, tiene alta la tensione, giustifica, come in Iran, la repressione interna, alimenta una propaganda nazionalista che si sfama di minacce nemiche, piani tenebrosi e teorie complottistiche. E per quanto le popolazioni non abbiano fiducia nei loro governanti, riservano una buona dose di sospetto e diffidenza anche verso gli stranieri, soprattutto le ex potenze coloniali. È evidente che regna la disinformazione, persino nel democratico Israele, la potenza atomica che gode della stampa più libera del Medio Oriente.
Rifare il Medio Oriente è inutile, anche volendo sfatare tutti i pregiudizi possibili. Barack Obama ieri ha rimandato nella regione l'inviato George Mitchell per convincere di nuovo il premier israeliano Benjamin Netanyahu a congelare gli insediamenti a Gerusalemme Est. Netanyahu si è offeso, anche sul piano personale: «Questa - ha detto - è una richiesta che non è mai stata fatta a nessun premier». Gli Usa vorrebbero collegare la ripresa del processo di pace tra palestinesi e israeliani allo sforzo internazionale per bloccare il programma atomico iraniano, facendo capire a Netanyahu che il link tra le due questioni è diventato un interesse strategico per la sicurezza americana. Ma in Medio Oriente rinunciare a un nemico è quasi uguale a perdere un amico.
Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Cacceremo da Teheran cinque milioni di persone "

Ali Khamenei
Trent’anni fa predicavano la rivoluzione, oggi pronosticano terremoti. È l’ultima follia del regime, l’ultimo espediente per spegnere nella paura la voglia di libertà dei dodici milioni d’abitanti di Teheran. A diffondere il terrore ci pensa l’ayatollah Aziz Khoshvaqt, uno degli esponenti religiosi più vicini al Gotha del potere raccolto attorno alla Suprema Guida Alì Khamenei, al presidente Mahmoud Ahmadinejad e ai Guardiani della Rivoluzione.
A dar retta alla novella cassandra, il redde rationem è alle porte. Ben presto la megalopoli assetata di libertà, affollata di peccatori, gremita di donne svergognate verrà cancellata da un immane sisma figlio della rabbia di Allah. L’urlo dell’ayatollah menagramo si scatena nel corso di un sermone dai toni apocalittici. «Scendete nelle strade - avverte Khoshvaqt -, pentitevi dei vostri peccati, il sacro tormento incombe su tutti voi, chi vuole salvarsi deve abbandonare la città».
La parte più ambigua e al tempo stesso significativa del sinistro presagio si cela nell’ultima frase, quella con cui l’ayatollah-Cassandra invita i concittadini a cercar rifugio altrove il prima possibile. In quella frase sibillina si nascondono, secondo l’opposizione, realtà e menzogne, timori avallati da riscontri scientifici mescolati al progetto di svuotare una città difficile da salvare in caso di terremoto, ma anche impossibile da controllare in caso di rivolta.
Che Teheran sia ad alto rischio sismico lo sanno in molti. Costruita alla confluenza di due falde tettoniche, la capitale si è trasformata - dopo la caduta dello Scià - in una disordinata megalopoli abbarbicata alla montagna sospesa sul nucleo originario della città. Sulle alture riservate un tempo ai palazzi del potere sono cresciuti migliaia di condomini. Grazie a quegli edifici alveare tirati su senza alcun rispetto delle norme anti sismiche, i 5 milioni di abitanti del 1979 si sono triplicati. A dar retta al professore di geofisica Bahram Akasheh, la loro sopravvivenza è oggi legata a un filo. Secondo il professore, considerato il massimo esperto di terremoti, la tensione tra le due falde rischia di generare un sisma del settimo grado della scala Richter in grado di spazzar via metà della popolazione.
La decisione di trasformare l’allarme dello scienziato in profezia angosciante affidata alla voce di un ayatollah insospettisce però i circoli riformisti. Per i nemici del regime dietro il fantasma della catastrofe si nasconde l’ansia di un gruppo di comando sempre più consapevole, dopo le manifestazioni degli ultimi mesi, della difficoltà di tenere a bada una metropoli come Teheran. E dietro la sollecitudine di un presidente Ahmadinejad prontissimo ad annunciare progetti per incentivare il trasferimento di 5 milioni di abitanti in altre zone del Paese vi sarebbe la consapevolezza di misurarsi con una metropoli ostile e pronta alla sollevazione. Una città dove nessuno sopporta più il rigido controllo sociale imposto dal regime. Una capitale dove - lamentava la scorsa settimana l’hojatoleslam Kazem Sedighi - «le donne dai vestiti provocanti fanno perder la testa agli uomini, dissipano la propria castità e diffondono l’adulterio contribuendo a render prossima la maledizione del terremoto».
E sull’onda della paura ecco la promessa di concedere bonus pari al 50 per cento degli stipendi ai dipendenti statali pronti al trasferimento. Dietro l’offerta emerge però il piano di trasferire innanzitutto i palazzi del potere e la scoperta finisce inevitabilmente con il dar fiato ad altre mille voci incontrollate. Prima fra tutte quella che accusa i pasdaran di aver messo a punto un congegno infernale capace d’innescare artificialmente il terremoto e seppellire sotto le macerie della capitale tutti i nemici del regime.
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