La questione dell'ospedale di Emergency e dei tre italiani arrestati continua a riempire le pagine dei quotidiani italiani di questa mattina.
Repubblica, Unità e Manifesto sposano senza esitazione la tesi complottista di Gino Strada.
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 14/04/2010, a pag. 1-4, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " L’agenda antioccidentale di Karzai complica (pure) il caso Emergency ". Dalla STAMPA, a pag. 41, l'articolo di Vittorio Emanuele Parsi dal titolo " Le zone grigie delle nuove guerre ".
Ecco i due articoli:
Il FOGLIO - Daniele Raineri : " L’agenda antioccidentale di Karzai complica (pure) il caso Emergency"

Daniele Raineri
La STAMPA - Vittorio Emanuele Parsi : " Le zone grigie delle nuove guerre "

Vittorio Emanuele Parsi
Col tempo, forse, avremo tutti maggiori elementi per capire su quali basi si è fondata l’operazione che ha portato all’arresto degli operatori di Emergency nell’ospedale di Lashkar Gah. Va detto subito che due cose sono apparse da subito egualmente inverosimili: da un lato, l’accusa rivolta al personale italiano dell’ospedale di essere parte di un complotto volto ad assassinare il governatore afghano; dall’altro, l’ipotesi che il governo afghano o addirittura Isaf abbiano voluto costruire una trappola per togliersi dai piedi l’Ong di Gino Strada. Per quanto Emergency non abbia mai mostrato alcuna simpatia per il governo di Karzai e per le operazioni di peace keeping in generale, è difficile immaginare l’ospedale di Lashkar Gah trasformato in una cellula jihadista. D’altronde, Isaf ha ben altre magagne e ben altrimenti ingombranti testimoni di cui preoccuparsi, molto più potenti e soprattutto molto più conosciuti e strutturati internazionalmente rispetto ad Emergency.
Restano per il momento aperte le ipotesi «minori», dal punto di vista mediatico-complottardo, e non necessariamente alternative: che Emergency abbia esercitato una vigilanza insufficiente su che cosa veniva introdotto nella sua struttura, e che il governatore regionale abbia deciso di intervenire in modo da far pagare alla Ong di Strada il conto per il ruolo, ritenuto non completamente chiaro, svolto nella pasticciata liberazione di Daniele Mastrogiacomo, conclusasi con il pagamento di un riscatto, il rilascio di alcuni capi terroristi e l’uccisione dell’interprete afghano del giornalista di Repubblica.
Il caso di Emergency offre però l’opportunità di interrogarci su quanto sia ancora possibile, per gli operatori umanitari, far risaltare la propria terzietà, la propria neutralità rispetto alle posizioni dei combattenti, quando la forma che la guerra oggi prevalentemente assume è quelle della «guerra tra le gente», per ricorrere alla brillante espressione coniata dal generale inglese Rupert Smith. Per sperare di vincerle, sempre ammesso che sia possibile, queste guerre devono prevedere che qualunque intervento militare sia completato da una componente civile, che contribuisca alla «conquista del cuore e delle menti» della popolazione (lo diceva già Mao), gettando le premesse per la sconfitta anche politica del nemico. Così facendo, di necessità, i confini tra azione esclusivamente umanitaria e intervento politico-militare che contempli anche l’azione umanitaria sfumano nell’indeterminatezza. Diventa cioè quasi impossibile distinguere l’azione degli operatori umanitari da quella dei soldati e dai funzionari delle forze internazionali il cui fine ultimo, al di là delle modalità operative magari parzialmente coincidenti e persino delle intime motivazioni personali, non è quello di mitigare le sofferenze dei popoli coinvolti in un conflitto, ma di vincere, di sconfiggere il nemico, dove portare la popolazione neutrale dalla propria parte diventa l’arma decisiva del successo. Questi ultimi sono tutti scopi legittimi, in particolar modo quando coloro contro i quali si combatte si rendono responsabili di crimini odiosi, di atti terroristici o di violente e vigliacche discriminazioni, fondate sulle convinzioni, sulla razza, sulla religione o sul genere. Ma si tratta di scopi politici, che sono per loro essenza diversi da quelli umanitari, ai quali però gli attori politici non possano rinunciare, se non vogliono condannarsi al fallimento.
Rifiutare di esporsi al rischio di «questa contaminazione», non necessariamente implica l’assunzione, e il suo riconoscimento da parte di tutti gli attori coinvolti, di una propria neutralità. Perché implica il rischio speculare che il confine di un’azione puramente volta al sostegno della popolazione civile venga sorpassato, e si finisca col divenire oggetto di altre, e ben peggiori, contaminazioni: al di là di ogni buona intenzione.
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