Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 24/03/2010, a pag. 15, l'analisi di Fiamma Nirenstein dal titolo " Netanyahu da Obama. Gelo tra alleati ". Da LIBERO, a pag. 21, l'analisi di Angelo Pezzana dal titolo "Netanyahu da Barack per ricordargli che Gerusalemme non è una colonia ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 11, l'articolo di Ugo Tramballi dal titolo " Netanyahu minaccia il rinvio di un anno dei negoziati ", preceduto dal nostro commento. Da DANIELPIPES.ORG l'articolo di Daniel Pipes dal titolo " Quando Obama incontrerà Netanyahu ". Dal MANIFESTO, a pag. 1-8, l'articolo di Zvi Schuldiner dal titolo " Netanyahu contro la pace ", preceduto dal nostro commento. Pubblichiamo il commento di Emanuela Prister dal titolo " Alan Dershowitz e le lacrime di coccodrillo ".
Ecco gli articoli:
Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " Netanyahu da Obama. Gelo tra alleati "

Fiamma Nirenstein
LIBERO - Angelo Pezzana : " Netanyahu da Barack per ricordargli che Gerusalemme non è una colonia"

Angelo Pezzana
Spente le luci sul palcoscenico dell’Aipac, la lobby pro Israele di Washington, dove gli applausi non si negano a nessuno. Nemmeno a Hillary Clinton, autrice giorni fa di una telefonata rovente a Bibi Netanyhau, ma che da gran furbona ha saputo davanti a una platea di ebrei americani toccare le corde giuste raccontando sessant’anni di un forte, reciproco rapporto di leale amicizia, il che è stato vero finchè alla Casa Bianca non è arrivato Obama. Applausi ancora maggiori li ha avuti lo stesso Bibi, ma lui giocava in casa, le parole non faceva fatica a trovarle. Molto più complicato invece l’incontro con Obama, anche se l’obiet - tivo di entrambi sarà quello di ricucire uno strappo disponendo di poco filo. Bibi sa che Obama ha bisogno di qualche rassicurazione su quelle che ritiene debbano essere le condizioni essenziali per far ripartire il dialogo con Abu Mazen, per cui, in un modo o nell’altro, un coniglio dal cappello dovrà tirarlo fuori. Ma Obama sa anche di trovarsi di fronte a un premier israeliano molto determinato, che conosce la storia del proprio popolo, per cui, in mezzo ad attestati di buona volontà, si sentirà dire alcune verità delle quali non potrà non tenere conto, prima fra tutte che «gli ebrei hanno costruito Gerusalemme tremila anni fa e continuerannoafarlo oggi e nel futuro»come ha dichiarato Bibi prima di partire per Washington, «Gerusalemme è come Tel Aviv, non è una colonia», ha poi aggiunto. Obama se lo dovrà mettere bene in testa, la pace si raggiungerà quando il mondoarabo avrà accettato la presenza dello Stato ebraico, quando i palestinesi, come su queste colonne ricordiamo da anni, capiranno che il problema più urgente da affrontare è quello dei confini condivisi, che devono smetterla di dettare condizioni dopo aver voluto la guerra per decenni. E come, purtroppo, da Gaza continuano a volere. Obama dovrà anche dire a Bibi che cosa intende fare con la minaccia iraniana, se vuole continuare a presentarsi con il cappello in mano oppure cambiare linea. Chissà se è informato che l’Arabia Saudita, come abbiamo letto sull’ultimo numero dello Spiegel, si auguraunattacco alla teocrazia dei mullah, disponibile ad aprire il suo spazio aereo per garantirne il risulatato. Una notizia che gli interessati prontamente smentiranno, ma la cui veridicità Obama può verificare con facilità. Non è un mistero per nessuno che Arabia Saudita, ma anche gli Emirati del Golfo, vedrebbero con grande soddisfazione ilridimensionamento delpericolo rappresentato dall’Iran. E’questo stato a compromettere la stabilità del Medio Oriente, non Israele, che oltre a tutto sta continuando con ottimi risultati una politica di collaborazione economica con l’Autorità palestinese. Stia però attento Obama, lui può permettersi degli errori di valutazione, Israele no. I suoi nemici , e non ci riferiamo ai soli palestinesi, non hanno ancora perso la speranza di eliminarlo dalle carte geografiche, anche se affermano di condividere la soluzione due stati per due popoli. Se ci credessero davvero, non avrebbero bisogno di nessun intermediario americano, o europeo, per fare la pace.
DANIEL PIPES.ORG - Daniel Pipes : " Quando Obama incontrerà Netanyahu "

Nell'apprendere che Barack Obama ha invitato Binyamin Netanyahu a fargli visita il 23 marzo, presumibilmente per discutere di argomenti importanti come l'annuncio di voler costruire nuove unità abitative a Gerusalemme e indurlo ad essere cortese con Mahmoud Abbas dell'Olp, non posso fare a meno di immaginare ciò che direi al presidente:
Di fronte a una simile logica spero che Obama metta da parte la questione palestinese, almeno per il momento.
INFORMAZIONE CORRETTA - Emanuela Prister : " Alan Dershowitz e le lacrime di coccodrillo "

Alan Dershowitz
A nessuno piace sentirsi dire "Te l'avevo detto", e credetemi se
potete, non provo alcun piacere nel scrivere queste righe. Era solo
ieri Marzo 22, 2010 che Hillary Clinton a Washington DC ha ricevuto il
plauso (stento a crederci) dell' AIPAC mentre castigava Israele e
diceva che Israele non puo' costruire non solo nella West Bank, ma a
Gerusalemme stessa (per chi non lo sapesse nel 2005 George W. Bush
aveva firmato un trattato ripudiato da Obama, secondo il quale lo
status di Gerusalemme non sarebbe stato messo in questione al momento
di trattative per un eventuale ritorno di territori occupati nella
guerra del '67. In compenso Arik Sharon aveva sgomberato Gaza che
rimane ad oggi in mano Palestinese). Io che ero ad un altra Policy
Conference dell' AIPAC nel 2008 ricordo benissimo avendo sentito con
le mie stesse orecchie che il Junior Senatore dell' Illinois e
candidato presidenziale Barack Obama, adesso il capo della Clinton,
aveva ricevuto un' ovazione per aver detto testuali parole che: "And
Jerusalem will remain the capital of Israel and it must remain
undivided." "E Gerusalemme rimarra' la Capitale di Israele, e deve
rimanere indivisa". Ma ahime che Obama mentisse lo scoprimmo il giorno
dopo stesso quando Obama parlando davanti ad un convegno filo
Palestinese si rimangio' quelle precise testuali parole. Come si dice
in Italia, il buon giorno si vede dal mattino.
Per fortuna, ieri ha parlato anche Bibi Netanyahu per ribadire all'
amministrazione Obama che Gerusalemme non e' divisibile. Ignoro se
Nataniahu ha suscitato negli spettatori dell' AIPAC gli stessi
applausi riservati alla Clinton, ma alas in questo mondo alla rovescia
dove ogni tanto bisogna che mi do un pizzicotto per constatare che si,
purtroppo Obama e' presidente, e Israele e' sul menu, ci si puo'
aspettare anche di peggio. Gia' Netanyahu fu fatto entrare dalla porta
di servizio l' ultima volta alla Casa Bianca, gli sgarbi agli amici in
questa amministrazione sono cose di ordinaria amministrazione, o forse
dovrei dire "somministrazione". Posso dire che quando George W. Bush
era presidente, AIPAC riservo' un coro di boohs alla Signora Nancy
Pelosi per aver preso la via di Damasco con tanto di fazzolettone in
testa? E' vero. Tempi migliori quelli, quando questo mio meraviglioso
paese conosceva gli amici e i nemici tremavano. E' evidente che
perfino l' AIPAC aveva ritrovato la sua spina dorsale in quei tempi.
Dev'essere una spina dorsale molto molle perche' ieri l' AIPAC non ha
certo dato prova di fortitudine davanti all' amministrazione. Si dice
che nel mondo Islamico George W. Bush aveva la fama di essere un pazzo
scatenato, uno pazzo abbastanza da rompere tutti i protocolli e non
ospitare piu' Arafat alla Casa Bianca - quello che ha isolato Arafat,
mentre tutto il mondo prima faceva a gara per vezzeggiarlo - uno pazzo
abbastanza da ridare la liberta' a 31 e rotti milioni di Iracheni,
pazzo abbastanza che Gheddafi spontaneamente rinuncio' alle armi non
convenzionali, pazzo abbastanza che l' Iran fece di tutto e sta
facendo di tutto per deragliare il sogno di 31 milioni di Iracheni, un
sogno pericoloso se sei una teocrazia di stile Nazista. Chiedetelo
agli Israeliani che qualcosa dei nostri nemici lo sanno, pare che a
essere conciliatori con i regimi filoterroristi e con i terroristi
stessi, non si provochi la pace. Anzi. A meno che "pace" non voglia
dire la pace delle tombe.
Arrivo al sodo: oggi dalle pagine del Wall Street Journal Alan
Dershowitz ha paragonato Obama a Neville Chamberlain, quello che e'
passato alla storia per aver reso possibile la Seconda Guerra
Mondiale. La cosa sarebbe scarsamente notabile per noi che Obama lo
abbiamo paragonato a Chamberlain gia' dal 2007-2008, se non fosse che
lo stesso Alan Dershowitz ha usato le stesse pagine del Wall Street
Journal nel 2008 per annunciare il suo sostegno per il candidato
Obama. Quello stesso candidato Obama che nel 2008 parlava come si dice
negli Stati Uniti "da entrambi i lati della bocca", come per dire non
aveva un messaggio unico ma variava il messaggio a seconda dell'
audience. Se l' ho notato io lontana anni luce dai vertici del potere
dalla lontana periferia del Texas, come ha potuto il celebrato
professorone di legge di Harvard, non notarlo? Quello stesso candidato
Obama che diceva di poter convincere gli Iraniani a deporre i loro
sogni di distruzione mortale di Israele con la diplomazia. Era chiaro
a me e ad una nutrita minoranza di Americani che Obama era un falso
messiah. Era lampante per noi, che Obama fosse pericoloso, che la sua
idea che Israele fosse un tenero capretto da far giacere nello stesso
letto del leone Iran, era pura follia omicida. Adesso cio' e'
finalmente diventato chiaro al "caro" professorone nostro, l'
indefesso Alan Dershowitz. Ebbene Signor Dershowitz, e' troppo tardi.
L' unica cosa che ancora ci sostiene non sono le sue lacrime di
coccodrillo, ne' la sua epifania tardiva, ma la consapevolezza che
Israele non e' un tenero capretto al macello preparato da Obama e i
Mullah Iraniani.
Forza Israele.
Il SOLE 24 ORE - Ugo Tramballi : " Netanyahu minaccia il rinvio di un anno dei negoziati "
Tramballi è molto critico con Netanyahu per il suo rifiuto di bloccare le costruzioni a Gerusalemme, riporta le sue dichiarazioni al riguardo e cerca di farle passare per assurde, scrivendo : " Per Netanyahu non esiste una Gerusalemme ovest ebraica e una orientale araba. Ce n'è una sola ed è la capitale indivisibile dello stato d'Israele. Di più: del popolo ebraico ovunque si trovi nel mondo. Dunque, se le cose stanno così, non ci possono essere "insediamenti", se non considerando l'intera città un solo insediamento ebraico". A Tramballi ricordiamo che Gerusalemme è la capitale unica e indivisibile di Israele dal 1967, anno della vittoria della Guerra dei Sei Giorni. Israele ha vinto una guerra e Gerusalemme fa parte dei territori conquistati.
Le stesse critiche mosse a Israele non vengono mosse ad altri stati riguardo a territori conquistati in maniera analoga. Perchè?
Tramballi scrive : " Bibi non chiarisce che fare del terzo arabo degli abitanti della capitale d'Israele ". Non lo chiarisce perchè è ovvio. I cittadini arabi residenti a Gerusalemme sono israeliani, e sembra pure che la cosa gli stia molto bene. Israele è una democrazia, la minoranza araba locale gode degli stessi diriti degli altri cittadini.
I lanci ANSA e ADNkrons, assomigliano oggi, curiosamente, al pezzo di Tramballi.
Ecco l'articolo:

Ugo Tramballi
Non è solo un problema politico. È anche una questione di soldi. Le colonie, che sono al momento al centro dello scontro fra Stati Uniti e Israele, costano 17 miliardi di dollari e le costruzioni hanno un'estensione di 12 milioni di metri quadrati in quel territorio sul quale dovrebbe, un giorno, nascere uno stato palestinese. È questo il bagaglio ingombrante che Bibi Netanyahu ha portato con sé, entrando la notte scorsa alla Casa Bianca.
Qualche anticipazione su ciò che Bibi ha detto a Barack Obama circolava già ieri a Washington: insistere sugli insediamenti di Gerusalemme significa rinviare di un anno la ripresa del dialogo di pace. Il giorno precedente il primo ministro israeliano era stato piuttosto chiaro davanti alla platea amica dell'Aipac, la lobby americana filo israeliana: «Gerusalemme non è un insediamento, è la nostra capitale ». Per Netanyahu non esiste una Gerusalemme ovest ebraica e una orientale araba. Ce n'è una sola ed è la capitale indivisibile dello stato d'Israele. Di più: del popolo ebraico ovunque si trovi nel mondo. Dunque, se le cose stanno così, non ci possono essere "insediamenti", se non considerando l'intera città un solo insediamento ebraico. Bibi non chiarisce che fare del terzo arabo degli abitanti della capitale d'Israele.
Le case ebraiche incastrate nei quartieri arabi dentro la città e i nuovi centri residenziali costruiti sulle colline attorno, anche quelle arabe, sono la causa dell'attuale scontro fra i due alleati. Ma il problema delle colonie è ben più vasto, deborda come una cascata dall'area metropolitana della capitale contesa in tutta la Cisgiordania palestinese. L'ultimo conteggio materiale l'ha fatto l'israeliano Macro Center per le Politiche Economiche. I 17 miliardi di dollari, chiarisce Robi Nathan, direttore del centro, «non sono il valore di mercato degli insediamenti ma solo il costo di costruzione ». Cosa valgano attualmente e se esista un reale mercato degli insediamenti, è una questione più difficile da definire: dipende da quanto gli insediamenti sono vicini e quanto molto lontani dal confine israeliano internazionale e riconosciuto. Nelle colonie esistono 32.711 appartamenti (3.27 milioni di metri quadri), 22.711 case unifamiliari (5,7 milioni), 868 edifici pubblici, 717 strutture industriali, 187 shopping center, 344 asili, 221 scuole, 21 librerie, 127 sinagoghe, 96 bagni rituali, 69 scuole talmudiche.
Intanto il problema è Gerusalemme. Netanyahu insiste che costruire nella parte Est della città per lui è come costruire a Tel Aviv: anche Ariel Sharon aveva detto che l'insediamento di Netzarim a Gaza valeva quanto Tel Aviv. Poi ha evacuato tutte le colonie della Striscia, compresa Netzarim. Ma al momento Bibi sembra molto determinato. Prima di entrare alla Casa Bianca e arrivare al confronto con Barack Obama, il premier aveva ripetuto la sua posizione anche al vicepresidente Joe Biden e a Nancy Pelosi, la speaker della camera dei rappresentanti. Se i palestinesi insistono su Gerusalemme niente ripresa del dialogo per almeno un anno. Tutto questo porta in una sola direzione: la collisione con un presidente degli Stati Uniti i difensori, i cassieri, i migliori amici possibili - rafforzato nel morale e nei muscoli dalla vittoria sulla riforma sanitaria.
Il MANIFESTO - Zvi Schuldiner : " Netanyahu contro la pace"
Schldiner scrive, riguardo ai governi israeliani : "hanno fatto il possibile per rendere la vita così difficile ai palestinesi da spingerli ad abbandonare la città, cosa che in generale non hanno fatto. Secondo: Gerusalemme è parte del processo di colonizzazione dei territori occupati nel 1967; come in tutti i territori occupati, ogni colonizzazione che non sia strettamente retta da motivi di sicurezza è contraria a quanto stipula il diritto internazionale e dunque è illegale. Washington è sempre stata a conoscenza delle case costruite da Israele nei territori occupati. ". In Israele la minoranza araba gode degli stessi diritti degli altri cittadini. Quella che Schuldiner descrive è la condizione degli ebrei nei Paesi arabi e islamici. Discriminati, costretti alla fuga, perseguitati.
Gerusalemme fa parte del territorio israeliano dalla Guerra dei Sei Giorni. Costruire sul suo suolo non è colonizzare dal momento che è una città israeliana.
Schuldiner scrive : "I tribunali hanno riconosciuto il diritto di alcuni israeliani a tornare nelle case evacuate dai loro avi nel 1948, ma a nessun palestinese è riconosciuto un simile diritto sulle migliaia di case evacuate durante la stessa guerra". Il presunto diritto al ritorno dei profughi palestinesi è una questione complessa. Permettere ai profughi e ai loro discendenti di tornare in Israele significherebbe annullarne l'ebraicità. Israele è nato come Stato ebraico. Al momento della sua fondazione sono stati gli arabi a fuggire, istigati dai governanti degli Stati limitrofi che, poi, hanno sempre rifiutato di accoglierli e dare loro la cittadinanza. Quelli che sono rimasti, seguendo l'invito di ben Gurion, sono diventati cittadini israeliani.
Schuldiner continua con una menzogna colossale : "Bisogna saperlo: la discriminazione nazional- razzista imperante a Gerusalemme si sta aggravando, sotto un governo che combina nazionalismo estremo, fondamentalismo religioso e correnti razziste.". Non c'è nessuna discriminazione ai danni della popolazione araba israeliana e il governo attuale non sta facendo altro che perseguire gli interessi dello Stato. Il fondamentalismo religioso non è il tratto caratterizzante del governo israeliano. Schuldiner, così attento alla sua religione, non nota il fondamentalismo islamico di Hamas a Gaza, però. Come mai?
Ecco l'articolo:

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