Sulla visita di Biden in Israele sono stati pubblicati articoli sui quotidiani italiani di oggi. Le critiche maggiori arrivano dall'UNITA', con l'intervista di Udg a Shulamit Aloni, dal MANIFESTO, nell'articolo di Michele Giorgio, il quale sostiene che Biden non sia stato abbastanza duro con Israele e che avrebbe dovuto, in ogni caso, parlare anche di Gaza e dal SOLE 24 ORE, con un articolo di Ugo Tramballi, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, senza scrivere nulla di particolare rilevanza.
Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 11/03/2010, a pag. 8, la cronaca di Aldo Baquis dal titolo " L'ira di Biden con Israele ", l'intervista di Maurizio Molinari a Richard Murphy, ex diplomatico americano a Damasco, dal titolo " Schiaffo agli Usa. L'ultradestra vuole sabotare i negoziati " , a pag. 9, l'articolo di Paola Caridi dal titolo " A Gerusalemme est, ultima trincea araba ", preceduto dal nostro commento, a pag. 80, l'articolo di Aldo Baquis dal titolo " Gli insediamenti della discordia ". Dal FOGLIO, in prima pagina, gli articoli titolati " Contro il rischio di nuova Intifada, Israele offre un corridoio commerciale" e "Imbarazzi diplomatici", preceduto dal nostro commento.
Ecco gli articoli:
La STAMPA - Aldo Baquis : " L'ira di Biden con Israele "

Joe Biden
Israele ha minato alla base la fiducia necessaria per le rilanciare le trattative con i palestinesi. Lo ha severamente stabilito ieri il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden, al termine di un incontro a Ramallah con il presidente palestinese Abu Mazen svoltosi in un clima preoccupato per la decisione israeliana annunciata a sorpresa il giorno precedente di estendere un rione ebraico di Gerusalemme Est con 1600 nuove abitazioni. Abu Mazen, da parte sua, ha chiesto ad Israele di annullare quel progetto.
Biden ha parlato del diritto dei palestinesi a «uno Stato palestinese governabile e contiguo» e di una soluzione - quella dei «due Stati per due popoli - a cui «non c’è alternativa». E ha ammonito che «è compito di entrambe le parti costruire un clima di sostegno alle trattative». Fiducia «minata» dai nuovi insediamenti. Leggendo tuttavia fra le righe il testo dell’intervento di Biden appare che malgrado la palese irritazione verso il premier Benyamin Netanyahu il vicepresidente americano ritiene che sia sempre possibile dare il via ai negoziati israelo-palestinesi. Lo stesso Abu Mazen ha fatto ieri appello agli israeliani a non farsi «sfuggire l’occasione». Dunque, la mediazione dell’americano George Mitchell non è naufragata.
In Israele si sono visti ieri volti lunghi. «Abbiamo perso Biden - ha scritto Maariv in prima pagina -. L’uomo ritenuto a Washington il più vicino a Netanyahu ha ricevuto qua il solito “trattamento” dopo il quale tornerà nella sua capitale furioso, umiliato, nervoso, assetato di vendetta. Come al solito, la causa prima è stata “tecnica”. Ma vedi caso, questi incidenti tecnici si ripetono spesso». Che negli ingranaggi del governo qualcosa non funzioni lo ha ammesso lo stesso Zvi Hauser, il segretario del gabinetto. Netanyahu ha sospettato che i progetti di Ramat Shlomo siano venuti a galla per volere del ministro degli interni Ely Ishai, leader del partito ortodosso Shas. Questi ha replicato di essere stato pure sorpreso dall’annuncio. Ma Biden non si è lasciato convincere che l’incidente fosse da attribuire a funzionari di basso rango e ha esplicitamente polemizzato contro «la decisione del governo israeliano».
Nel tentativo di contenere i danni dell’episodio, Israele ha ribattuto che anche i palestinesi minano la fiducia reciproca per aver progettato di dedicare una piazza di Ramallah a Dallal Mughrabi, una terrorista che nel 1978 alla guida di un commando di al-Fatah dirottò un autobus israeliano in cui morirono 35 israeliani. La cerimonia di Ramallah è stata annullata, in segno di rispetto a Biden. Nell’ufficio di Netanyahu tutti concordano comunque che la visita di Biden, che doveva segnare il recupero di relazioni cordiali fra Israele e l’amministrazione di Obama, è andata storta. Oggi Biden terrà un atteso discorso all’Università di Tel Aviv. Doveva essere un inno alla salda amicizia fra i due Paesi. Adesso Netanyahu teme che al contrario evidenzierà il fossato che lo separa dall’Amministrazione.
La STAMPA - Aldo Baquis : " Gli insediamenti della discordia ", un pezzo da consultare quando si discute di costruzioni, Gerusalemme Est, territori occupati.

Gerusalemme
Perché l’annuncio di 1600 nuove case per ebrei
a Gerusalemme Est ha compromesso il successo della visita del vice presidente Usa Joe Biden?
Occorre distinguere fra la sostanza e il tempismo. In principio gli Stati Uniti non hanno mai approvato la costruzione e la estensione di rioni ebraici a Gerusalemme est. L’annuncio relativo alla espansione del rione ortodosso di Ramat Shlomo (entro i confini municipali israeliani di Gerusalemme, ma oltre la linea di demarcazione con la Cisgiordania in vigore fino al 1967) non cambia dunque la sostanza delle cose. La presenza ebraica a Gerusalemme Est è già massiccia e 1.600 unità in più non fanno eccessiva differenza. Ma il momento scelto dal ministero israeliano dell’edilizia per l’annuncio - mentre gli Stati Uniti sono impegnati a rilanciare negoziati israelo-palestinesi, in forma indiretta - ha creato particolare sconforto nella diplomazia statunitense e aperta collera da parte palestinese.
Che posizione ha assunto
in questa circostanza
il premier israeliano Benjamin Netanyahu?
Innanzitutto ha detto di essere stato colto di sorpresa dall’annuncio del ministero, che (è stato precisato) rappresenta solo una tappa forzata di un lungo iter burocratico. A differenza dei dirigenti palestinesi, Netanyahu comunque non vede alcuna contraddizione fra i progetti appena approvati a Ramat Shlomo e la moratoria di dieci mesi da lui annunciata per i nuovi progetti ebraici in Cisgiordania. Nel caso presente, afferma il premier, si tratta di un rione a tutti gli effetti di Gerusalemme, ossia della capitale «riunificata» di Israele dove il suo governo esclude alcun tipo di congelamento.
Che cosa si intende
per Gerusalemme Ovest
e per Gerusalemme Est?
In seguito alla Guerra dei sei giorni (1967) Israele ha ampliato l’area municipale di Gerusalemme aggiungendo al settore ebraico (ovest) un semicerchio di circa 70 chilometri quadrati che si estende a sud (verso Betlemme), a est (verso Gerico) e a nord (verso Ramallah). Questo territorio, denominato genericamente «Gerusalemme Est», incluse allora il settore giordano della città (6,4 chilometri quadrati, fra cui la Città Vecchia) e diversi villaggi palestinesi, che nel frattempo sono cresciuti, fino a diventare popolosi agglomerati urbani.
Quanti sono gli abitanti
di Gerusalemme?
Complessivamente, nel 2008, vi abitavano 760 mila persone: 492 mila ebrei, 268 mila arabi. Secondo le ultime stime di una Ong israeliana, Ir Amim, alla fine del 2009 il numero complessivo dei palestinesi ha toccato la cifra di 300 mila. Accanto e fra di loro a Gerusalemme est abitano in pianta stabile tra i 200 e i 250mila ebrei.
Con che criteri Israele
ha costruito i rioni ebraici
a Gerusalemme Est?
Immediatamente dopo la guerra del 1967 i rioni ebraici erano concepiti a fini non soltanto politici ma anche militari: ossia per occupare le colline che dominavano Gerusalemme Ovest. Da quelle alture l’esercito giordano aveva in passato aperto il fuoco verso i quartieri ebraici ed occorreva impedire che ciò si ripetesse in futuro. I nuovi rioni furono dunque disposti a semicerchio con intenti protettivi.
Come ha reagito
la popolazione palestinese?
Con l’espansione di questi quartieri, la popolazione palestinese di Gerusalemme est - che comunque li considera illegali - ha denunciato che i suoi legami con la Cisgiordania venivano costantemente erosi. L’erezione della Barriera di sicurezza attorno a Gerusalemme ha poi accresciuto il loro senso di isolamento, oltre alle difficoltà economiche. Il presidente Abu Mazen punta alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente che abbia per capitale Gerusalemme est. Ogni ulteriore espansione della presenza ebraica, ai suoi occhi, complica la situazione e rende più aleatoria una soluzione concordata.
Com’è cambiata la politica
di insediamento ebraico
a Gerusalemme Est?
Oltre alla costruzione di quartieri omogenei ebraici si nota negli ultimi anni la tendenza a favorire l’insediamento di famiglie ebraiche all’interno di quartieri palestinesi, ciò sulla base di antichi documenti di proprietà oppure di acquisti recenti di singoli edifici. Nuclei di insediamento ebraico si sono andati creando in rioni come Silwan, Jabel Mukaber, Ras el-Amud, sul Monte degli Ulivi, e a Sheikh Jarrah, a breve distanza dalla Città Vecchia di Gerusalemme. Una presenza che si rivela costosa per il municipio perché, all'interno delle zone palestinesi, l’incolumità degli israeliani è in costante pericolo e richiede un importante sforzo protettivo.
Il FOGLIO - " Contro il rischio di nuova Intifada, Israele offre un corridoio commerciale"

Netanyahu
Il FOGLIO - " Imbarazzi diplomatici"

Eli Yishai
Nell'articolo si legge : " Secondo fonti vicine al premier, Netanyahu era all’oscuro della mossa del ministro Eli Yishai ". Questo è un chiaro esempio di ipocrisia giornalistica. Come scritto in un comunicato rilasciato dal ministro Yishai ieri, la Commissione per lo Sviluppo Urbano di Gerusalemme in data 9 marzo 2010 ha dato la sua approvazione a un piano di sviluppo ormai in discussione da tre anni. Si tratterebbe quindi di uno “stadio procedurale” nel corso di un determinato processo che continuerà ancora per un certo periodo di tempo. La Riunione della commissione era stata comunque programmata in largo anticipo, senza alcun riferimento alla visita di Biden.
Ecco l'articolo:
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Schiaffo agli Usa. L'ultradestra vuole sabotare i negoziati "

Richard Murphy
È stato uno schiaffo in faccia a Joe Biden». Richard Murphy, ex ambasciatore americano in Siria e Arabia Saudita, non usa mezzi termini per condannare la scelta del governo di Israele di approvare nuove costruzioni a Gerusalemme Est.
Perchè parla di schiaffo?
«Per il semplice fatto che Biden era a Gerusalemme, aveva appena visto il premier Benjamin Nethanyau e l’America sta lavorando per la ripresa dei negoziati fra Israele e palestinesi per arrivare alla soluzione dei due Stati. Per scelta di tempo e significato politico è stato davvero un colpo basso».
Come se lo spiega?
«Con il fatto che il governo Nethanyau si regge grazie a partiti di destra contrari a qualsiasi concessione territoriale. Come ad esempio Shas e anche il ministro autore del blitz sulle nuove costruzioni a Gerusalemme Est. La destra della coalizione di Nethanyau vuole sabotare i colloqui con i palestinesi».
Sta dicendo dunque che si è trattato anche di uno sgambetto a Nethanyau...
«Credo proprio di sì. Il premier israeliano ha detto più volte di voler lavorare con l’amministrazione Obama ed ha compiuto dei passi avanti anche sugli insediamenti. La sua debolezza è la natura del governo che guida. Potremmo arrivare ad una situazione dove un rimpasto potrebbe diventare inevitabile».
Come giudica il rapporto fra Obama e Nethanyau?
«Gli israeliani sono molto bravi nell’adattarsi ai nuovi inquilini della Casa Bianca. Quando c’era Reagan dicevano che era il migliore amico di sempre, poi hanno detto lo stesso di George W. Bush ed ora lavorano in forte sintonia con Obama su più tavoli».
Perché parla di forte sintonia se c’è il dissenso sugli insediamenti in Cisgiordania?
«Perché il dissenso vero in realtà è sugli insediamenti a Gerusalemme Est e la sorte di Gerusalemme non è una questione di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti, che la ritengono solo un tassello del negoziato. La differenza fra Obama e Nethanyau sulla sorte di Gerusalemme Est non pregiudica il rapporto fra i due alleati».
Quali opzioni ha l’amministrazione Obama per far procedere il negoziato sullo status di Gerusalemme?
«Non molte. L’accordo su Gerusalemme potrà arrivare solo alla fine del negoziato nell’ambito di un pacchetto comprensivo, accettabile da entrambe le parti. Fino ad allora i dissensi continueranno».
Ritiene che possa essere efficace la formula dei «colloqui indiretti» fra le parti?
«Non vi sono vie alternative possibili, al momento. L’inviato George Mitchell farà la spola fra Gerusalemme e Ramallah per un considerevole periodo di tempo, tentando di costruire intese a dispetto dei dissensi. Non lo attende un lavoro facile ma può farcela perchè i tasselli del mosaico finale sono noti a tutti».
Quanto conta il sostegno dato alla formula dei «colloqui indiretti» dalla Lega Araba?
«E’ una benedizione molto importante perché smorza le tensioni regionali creando una cornice nella quale per Israele può essere più facile accettare delle concessioni. In fondo a questa strada c’è la normalizzazione completa dei rapporti fra i Paesi della Lega araba e Israele che potrebbe far parte proprio del pacchetto finale di accordi di cui parlavo prima».
La STAMPA - Paola Caridi : " A Gerusalemme est, ultima trincea araba "
Un articolo che non descrive la realtà dei fatti.
Dal pezzo di Paola Caridi si evincerebbe che gli ebrei israeliani stiano tentando di cacciare la popolazione araba locale. Non è così.
Il municipio ha avviato la costruzione di nuove abitazioni nella zona est di Gerusalemme. L'unico dato chiaro è che sono gli arabi a non volere la presenza di ebrei in alcune parti della città. Caridi, poi, cita gli ortodossi sostenendo che hanno un piano per rendere interamente ebraica Gerusalemme. A parte il fatto che non sono loro gli unici responsabili dei disordini a Gerusalemme (gli agenti feriti dagli arabi non fanno notizia?), questo piano non ha nessun senso e non esiste. Se il municipio vara la costruzione di nuove case in uno dei quartieri non c'è niente di strano. Succede in tutto il mondo. Per quale motivo non può essere così anche in Israele?
Consigliamo a Paola Caridi di sfogliare il giornale per cui (purtroppo) scrive, di arrivare a pag. 80 e di leggere il pezzo di Aldo Baquis (riportato in questa pagina della rassegna) su Gerusalemme e Israele. Le permetterebbe di comprendere la situazione e di evitare la composizione di articoli pieni di sfondoni e odio contro Israele come quello che segue. In merito al suo pezzo chiediamo ai nostri lettori di segnalare a Mario Calabresi, direttore della Stampa, l'incongruenza di pubblicare un testo corretto, quello di Baquis, insieme ad uno fortemente ostile come quello della Caridi. direttore@lastampa.it
Ecco il pezzo di Paola Caridi:

Paola Caridi
Capelli neri come la pece, incarnato bianchissimo, e un seno generoso costretto in una maglia aderente. Olga fa la parrucchiera, e il suo ebraico tradisce un fortissimo accento ucraino. Scende al centro di Gerusalemme tutti i giorni, seguendo in parte la linea del treno leggero, in perenne costruzione da quasi dieci anni. Tram della discordia, simbolo del conflitto sul destino di Gerusalemme, binari che uniscono la Città Vecchia agli insediamenti della parte orientale. Quella occupata da Israele con la guerra dei Sei Giorni, assieme a Cisgiordania e Gaza.
Quartieri o colonie?
Olga ci mette circa mezz’ora, per arrivare al lavoro: è la distanza che separa il centro di Gerusalemme da uno dei più grandi insediamenti israeliani oltre la Linea Verde del 1967. Per Israele sono solo quartieri costruiti in una città considerata la capitale unica e indivisibile dello stato. Per i palestinesi e per il diritto internazionale, sono colonie alla stregua di quelle in Cisgiordania. Colonie dentro Gerusalemme, così le definisce l’Onu, in cui vivono duecentomila israeliani. «Un numero uguale a quello della popolazione araba nella stessa zona», precisa con orgoglio il gruppo legato al tycoon americano Irving Moskowitz, che ha aperto da poco Beit Orot, insediamento nella zona palestinese, proprio sopra il Monte degli Olivi.
Il trenino della discordia
L’insistenza sui numeri da parte delle associazioni radicali non è una semplice curiosità. Indica uno degli obiettivi dichiarati dai gruppi che stanno intensificando la presenza israeliana dentro la parte orientale della città: equilibrare la bilancia demografica, aumentare la presenza ebraica nella zona «liberata» nel 1967.
Olga, però, non è una radicale né si considera una colona. Lei a Pisgat Zeev, insediamento popoloso a un chilometro di distanza da Ramallah, e a pochi passi dal Muro di separazione, ci è andata perché il governo israeliano l’ha aiutata. Una casa a Pisgat Zeev costa poco: non solo per il prezzo a metro quadro, ma per le allettanti agevolazioni fiscali. Lì, come a Ramat Shlomo, il quartiere per ultraortodossi in cui saranno costruite le 1600 unità immobiliari che hanno fatto arrabbiare Joe Biden. Tra Pisgat Zeev e Ramat Shlomo, ci sono però due zone fondamentali per i palestinesi, chiuse ormai come in un panino e attraversate anche dal treno leggero della discordia: il campo profughi di Shu’afat, teatro di scontri sempre più frequenti, e il quartiere medio-borghese di Beit Hanina.
Sono le donne laiche come Olga, quelle di Pisgat Zeev, ma anche le ortodosse velate di Ramat Shlomo, che compongono la maggioranza degli israeliani che vivono a est della Linea Verde. Sono invece gli altri, la minoranza dei cosiddetti coloni ideologici, a fare la differenza. E a incidere sulla politica dei governi israeliani, in modo diverso rispetto al passato. Per decenni, la strategia bipartisan su Gerusalemme è stata una sola: costruire quartieri per israeliani dentro Gerusalemme Est, separandola definitivamente dall’entroterra: da Ramallah, da Betlemme, da Gerico. Ora, le associazioni più radicali comprano o reclamano case, ville, edifici nel cuore dei quartieri arabi. Un passo alla volta.
Al di là della linea verde
Succede dentro il quartiere musulmano della Città Vecchia. Succede a Silwan, zona popolosa palestinese sotto le Mura di Solimano il Grande, dove la battaglia da mesi è sulla demolizione di decine di case palestinesi per far nascere un parco. Succede a Sheykh Jarrah, appena al di là della Linea Verde. Negli scorsi mesi la presenza israeliana è aumentata. Spaventando anche la comunità internazionale, Stati Uniti e Unione Europea inclusi. Il casus belli è stato l’esproprio della casa in cui famiglie palestinesi vivevano dopo essere scappate dalla prima guerra, quella del 1948. Prima, la proprietà era di famiglie ebree e, ha detto Ted Belman, un avvocato appartenente alla destra israeliana, «gli affittuari o gli squatter arabi di Sheykh Jarrah non hanno alcun diritto di negare ai proprietari ebrei il possesso» della casa. Il problema, rispondono i palestinesi, è che non c’è reciprocità.
Negli scorsi giorni, i coloni di Sheykh Jarrah sono stati pizzicati in un video mentre cantavano inneggiando a Baruch Goldstein, colui che nel febbraio 1994 aveva massacrato 29 fedeli nella moschea Ibrahimi di Hebron. Contro di loro, tutte le settimane, ormai da oltre un mese, protesta proprio a Sheykh Jarrah l’altra Israele. Compresi i volti noti, come Avraham Burg e David Grossman.
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