Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 09/03/2010, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " In Iran oggi mi sarei vergognato di morire nel mio letto. Il caso Maleki ", a pag. 4, l'articolo di Marina Valensise dal titolo " Il realista Kupchan ci spiega come è possibile far scoppiare la pace ", preceduto dal nostro commento. Ecco i due articoli:
Giulio Meotti : " In Iran oggi mi sarei vergognato di morire nel mio letto. Il caso Maleki"

Giulio Meotti
Marina Valensise : " Il realista Kupchan ci spiega come è possibile far scoppiare la pace "
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Charles Kupchan
Charles Kupchan sostiene che la realpolitik sia l'unico approccio possibile per raggiungere la pace. Unica eccezione : " A volte il compromesso è impraticabile, come nel caso dei nazisti tedeschi, o nel caso di al Qaida, che mira semplicemente a sterminare il suo avversario ". Insieme ai nazisti e ad al Qaeda, però, Kupchan non mette Stati come l'Iran. A suo avviso, anzi, la minaccia iraniana potrebbe far arrivare a un compromesso palestinesi e israeliani. Kupchan tralascia un 'dettaglio'. L'Iran minaccia Israele, non i palestinesi. E comunque l'obiettivo principale di Ahmadinejad è la cancellazione dello Stato ebraico. Non è diverso da nazisti e da al Qaeda.
Ecco il pezzo:
Venezia. Non è ancora stato pubblicato l’ultimo libro di Charles A. Kupchan, “How Enemies become Friends. The Sources of Stable Peace” (Princeton University Press), ma gli ospiti del seminario Aspen su Europa, medio oriente e Mediterraneo l’hanno ricevuto in dono. Il politologo della Georgetown University era membro del Consiglio di sicurezza nazionale ai tempi di Bill Clinton ed è allora che ha deciso di mettersi a studiare il modo in cui esplode la pace, “un evento spesso trascurato dagli storici”. “Non certo per suffragare la diplomazia di Obama” dice subito, parlando “di coincidenza fortuita”. Il libro comincia con le tribù sull’isola di Manhattan che, esauste dopo decenni di rivalità, trovarono un accordo e vissero in pace sino all’arrivo dei coloni dall’Europa e tocca tutte le punte più alte della pace nella storia, dal Congresso di Vienna al Trattato di Versailles, ma se uno gli domanda se esiste una costante, Kupchan risponde da realpolitiker: “Ogni caso è a sé, ma la pace inizia sempre quando una delle due parti si sente con le spalle al muro e fa un gesto di apertura. Se l’avversario mostra reciprocità, la guerra finisce”. Paradossalmente, anche una minaccia comune può provocare la pace. Per esempio, l’Iran che oggi minaccia l’esistenza di Israele potrebbe avere come conseguenza la pace tra israeliani e palestinesi? “La principale lezione che possiamo trarre dal dibattito tra Bush e Obama – dice Kupchan – è il superamento della contrapposizione tra l’impegno per l’appeasement e il disimpegno in vista di una buona diplomazia. Oggi nessuno pensa più di costringere i palestinesi ad accettare gli insediamenti, ma si cerca di lavorare su un compromesso che garantisca l’interesse comune. A volte il compromesso è impraticabile, come nel caso dei nazisti tedeschi, o nel caso di al Qaida, che mira semplicemente a sterminare il suo avversario”. L’Iran però è diverso: “Sul governo di Teheran, uno dei più aggressivi nella storia dell’Iran, non mi faccio illusioni; ma se davanti all’apertura degli Stati Uniti gli iraniani fossero pronti a compiere un gesto reciproco, sarebbe una buona cosa”. In ogni caso, per ottenere la pace sul fronte esterno bisogna prima vincere l’opposizione interna. “Obama non soltanto deve costruire nuovi rapporti con tipi come Castro, Putin, Bashar el Assad, ma deve trovare un appoggio interno. Se a fine aprile avrà trovato un nuovo accordo con i russi, dovrà ottenere l’approvazione di 67 senatori, ben otto in più rispetto ai 59 democratici. E non sarà facile”. Anche per questo Kupchan, da realpolitiker, non biasima l’accordo militare raggiunto da Nicolas Sarkozy con Mosca per la vendita di due Mistral. “I francesi vanno nella giusta direzione, perché l’Europa ha commesso un grave errore lasciando fuori la Russia dalla costruzione del nuovo ordine di sicurezza del dopo Guerra fredda. Gli Stati Uniti protestano contro la violazione dei diritti umani, ma la cooperazione con la Russia sul controllo degli armamenti, sull’Iran, sull’energia, sulla sicurezza, sul clima è troppo importante per potervi rinunciare”.
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