Il labirinto di carta Anna Maria Hàbermann
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Frutto di ricerche storiche e di un’attenta lettura e traduzione di documenti che hanno consentito all’autrice di scoprire l’esistenza di una parte della sua famiglia che durante la Seconda Guerra mondiale viveva in Ungheria, quest’ultima opera di Anna Maria Hàbermann si impone per la ricchezza dei contenuti, per l’accuratezza dello stile linguistico oltre che per una rara capacità introspettiva.
Dopo il successo ottenuto nel 2001 con il romanzo edito da Giuntina, “L’ultima lettera per Tibor”, l’autrice affronta questo nuovo libro quasi si trattasse di un imperativo morale: riscattare dall’oblio la memoria di quei familiari ungheresi del cui affetto era stata privata perché uccisi nei campi di sterminio ma soprattutto perché il padre le aveva celato la loro esistenza.
“Il labirinto di carta” è un libro di ribellione e di riscatto perché Anna Maria Hàbermann non accetta il silenzio che ha avvolto la sua vita e con il quale il padre e la madre hanno cercato invano di proteggerla da avvenimenti troppo dolorosi e devastanti per essere raccontati.
Perché scrive Hàbermann “il silenzio non risolve. Separa, rimanda, lacera”
“…..la storia che mi era stata celata, di cui malgrado le ricerche avevo solo poche tracce incomplete, si è rivelata in tutta la sua tragicità sei anni fa quando ho aperto un vecchio baule nel solaio di casa. Insieme a ritagli di giornali ho ritrovato le foto della tua famiglia e tante lettere del tempo di pace e di guerra, dal ’36 al ’44. Lettere dei nonni, di zia Inci e soprattutto di Tamàs”.
Alla morte della madre Anna Maria scopre nel doppiofondo di una cassetta di sicurezza nell’appartamento appartenuto ai genitori, alcuni documenti sui quali campeggia un nome che la riporta bruscamente ad un episodio dell’infanzia mai chiarito, oltre ad alcune lettere del padre da cui apprende con sgomento e costernazione dell’esistenza di una moglie e di un figlio di nome Tamàs, suo fratello.
Con il tormento derivante dalla presa di coscienza che una parte così importante dell’esistenza del padre le era stata nascosta, l’autrice decide nel 1986 di recarsi a Budapest dove vive ancora zia Inci, sorella del padre ormai ottantenne. Pur con la difficoltà di capirsi per la mancanza di una lingua comune, zia Inci conferma ad Anna Maria che il padre era ebreo – benché successivamente battezzato per sfuggire alle leggi razziali - che aveva avuto una prima moglie di nome Rozsi e che Tamàs era suo fratello, purtroppo scomparso nel nulla dopo la deportazione ad Auschwitz nel maggio 1944.
Al racconto della zia che non nasconde alla giovane nipote la sua tragica esperienza nel lager di Ravensbruck, le marce della morte e il lento ritorno alla vita, seguono molti anni prima che Anna Maria decida di approfondire le ricerche sulla sua famiglia: un compito che si rivela fin dall’inizio molto arduo non solo per le difficoltà linguistiche ma anche per l’indifferenza che percepisce attorno a sé.
Dopo un primo ritorno a Csàtalja, il paese natale del padre, un luogo desolato perso nella pianura a sud del Balaton, rivelatosi infruttuoso, Anna Maria ritrova nel solaio della casa dei genitori all’interno di un baule “tre album di fotografie e un pacco di lettere risalenti al periodo fra il 1936 e il 1944: erano dei nonni, di Tamàs e di zia Inci”.
L’autrice con grande forza d’animo ed una determinazione che scaturisce dalla ferrea volontà di fare luce sul suo passato, apprende i rudimenti della lingua ungherese e si dedica a cinque anni di ricerche negli archivi con la speranza di ritrovare persone che potevano aver conosciuto i nonni e il fratellino. Nonostante siano trascorsi molti anni, ritrova chi li ricorda ancora: come il vecchio frate cistercense che però non sa nulla del destino del giovane Tamàs o come Imre Tax che piange amaramente scoprendo che il suo caro amico non è tornato dall’inferno.
La sensazione di sentirsi tradita, un dolore che si annida nell’animo della Hàbermann e che traspare da ogni pagina del libro, si mescola alla difficoltà di accettare quel silenzio che ha segnato la sua vita e alla drammatica presa di coscienza che “l’isola della mia famiglia mi ha protetto da un passato doloroso, privandomi della mia identità culturale”.
Attraverso la corrispondenza fra nonno Andor, nonna Malvina, zia Inci, il piccolo Tamàs e Alàdar, il padre di Anna Maria che vive in Italia con la seconda moglie, il lettore fa la conoscenza di persone straordinarie, le segue nei momenti gioiosi della loro vita quotidiana condividendo le difficoltà che inevitabilmente nascono all’interno di rapporti familiari così complessi, assaporando anche le piccole gioie e gli istanti di felicità che allietano la vita di Tamàs, ancora all’oscuro del suo tragico destino.
Da questo prezioso labirinto di carte dal quale manca purtroppo la voce fondamentale del padre - le sue lettere essendo scomparse “nel baratro delle depredazioni che seguirono la deportazione dei nonni, della zia e di Tamàs” - emergono figure indimenticabili: nonno Andor, un medico scrupoloso e un uomo all’antica che non lascia trasparire le sue emozioni e che si preoccupa con grande senso del dovere della famiglia e dei suoi pazienti, nonna Malvina, “una donna fragile e appassionata che vive intensamente i rapporti familiari”, è attenta alle esigenze del nipotino, lo segue con affetto andandolo a trovare anche a scuola, zia Inci, una personalità poliedrica, dotata di una forza morale che lascia esterrefatti dopo aver conosciuto le disgrazie atroci che le ha riservato la vita, dalle quali però non si lascia abbattere anzi trae spunto per aprirsi agli altri con rinnovata generosità.
E infine il piccolo Tamàs che scrive con regolarità lettere affettuose al papà che vive in Italia: dalle sue missive che Anna Maria ha raccolto in un libro emerge il ritratto indimenticabile di un bimbo pieno di energia, di voglia di vivere che dimostra una profonda attenzione al mondo che lo circonda , “la cui vita fu stroncata sulla soglia della giovinezza….”
Il libro, arricchito da fotografie e preziose annotazioni storiche non solo sulla famiglia ma anche sulla storia dell’Ungheria del XX secolo, è un documento imperdibile che scuote le coscienze sia perché è un’altra drammatica testimonianza di quanto l’uomo può fare all’uomo sia perché rivela quanto dolorosa ma necessaria sia la trasmissione della memoria e quanto incolmabile possa essere il vuoto che lascia nell’anima la sua negazione.
“L’uomo non impara nulla dalla Storia. Tutto può ripetersi”.
Per questo è importante raccontare prima che sia troppo tardi e la lettura di questo libro straordinario ne è un esempio: Anna Maria Hàbermann è riuscita a narrare con magistrale sensibilità il solco che ha segnato la sua vita, lo iato fra il suo presente e un passato costellato da enigmi oltre all’inesausta ricerca della propria identità.
L’opera della Hàbermann non è solo un riscatto tardivo ma una testimonianza di enorme valore che ha permesso ai suoi parenti scomparsi e soprattutto al fratellino Tamàs di “rivivere quella vita che non avevano potuto vivere”.
Giorgia Greco