Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 12/02/2010, a pag. 1-9, il commento di Pierluigi Battista dal titolo " Teheran soffoca la piazza. Ma il dissenso resta vivo ". Da LIBERO, a pag. 19, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Quei giovani rischiano di morire per nulla ". Dalla STAMPA, a pag. 9, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Obama gioca la carta dell'Arabia Saudita ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'editoriale dal titolo "Quali sanzioni all’Iran?". Da REPUBBLICA, a pag. 1-12, l'articolo di Bernardo Valli dal titolo " Le convulsioni della teocrazia ", preceduto dal nostro commento. Ecco gli articoli, preceduti dalle dichiarazioni di Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera:
Fiamma Nirenstein - " A fianco della piazza Iraniana non solo a parole "

Fiamma Nirenstein
“Anche oggi la piazza iraniana con vero eroismo ha sfidato le milizie assassine del regime degli Ayatollah, esprimendo così un invincibile desiderio di libertà e di giustizia. A questa stessa piazza, che è stata definita da Ahmadinejad “polvere e spazzatura”, esprimo il mio più totale sostegno.
Questa giornata, e l’ho ripetuto oggi in Aula a Montecitorio, potrebbe essere decisiva o fatale per il coraggioso popolo iraniano, a seconda della nostra capacità di dare seguito alle parole di sostegno che provengono in questi momenti da tutto il mondo.
Le notizie che giungono nonostante la censura sono inquietanti: si parla di morti e feriti e scomparsi. Tutto ciò è intollerabile, soprattutto da parte di un paese che prepara sotto gli occhi del mondo l’arma atomica e minaccia di morte lo Stato d’Israele.
Per questo è mia intenzione agire affinché le nostre istituzioni facciano proprio l’appello rivolto ai leader del mondo libero e sottoscritto da 44 Premi Nobel, promosso da Elie Wiesel, secondo cui Ahmaninejad dovrebbe essere incriminato per incitamento al genocidio di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’Aia”.
CORRIERE della SERA - Pierluigi Battista : " Teheran soffoca la piazza. Ma il dissenso resta vivo "

Pierluigi Battista
Voleva arrivare all’appuntamento celebrativo dell’11 febbraio con l’immagine di una piazza domata, di un’opposizione in ginocchio, di un regime saldamente in sella. Ha fallito l’obiettivo.
Anche se il tragico bilancio dei morti e dei feriti durante gli scontri di Teheran fosse inferiore a quello di Twitter, uno dei pochi strumenti informativi a disposizione dei manifestanti, l'immagine trasmessa al mondo resta pur sempre quella di un regime che non riesce a chiudere la partita aperta nel giugno scorso, dopo le manifestazioni che denunciavano i brogli elettorali.
La giornata di ieri è stato il culmine di un crescendo di terrore che però non ha spento la voce dell'opposizione. Non sono bastate le sparizioni di giornalisti e cittadini inghiottiti nelle carceri della tortura. Le intimidazioni contro le madri degli arrestati. L'imperversare della squadracce di basiji manovrate come minaccia permanente all'incolumità e alla stessa vita di chi si ostina a non allinearsi all'ordine del regime. Non solo i manipoli di guardiani al servizio di Ahmadinejad che, indossando abiti borghesi, hanno inscenato l'assalto all'ambasciata italiana come testimoniare una presunta «collera» popolare contro i nemici dell'Iran degli ayatollah. Ma anche le bande che si aggiravano tra la folla di Qom accorsa per i funerali dell'ayatollah Montazeri, simbolo del clero iraniano ostile al fanatismo integralista dei vertici della Repubblica islamica. O i truci motociclisti che, sulla strada del ritorno a Teheran, si sono avvicinati all'automobile del capo dell'opposizione Mousavi distruggendone i vetri, come a sottolineare il controllo totale che le bande armate del regime esercitano su ogni dissidente. Del resto anche ieri le aggressioni mirate aMehdi Karroubi e addirittura all'ex presidente Mohammed Khatami e alla moglie di Mousavi, Zahra Rahnavard, dimostrano l'assoluta indifferenza del regime alle proteste internazionali, al monito dello stesso presidente Obama e a un'opinione pubblica riluttante ad adeguarsi al messaggio d'ordine impartito dai vertici del regime.
Non sono bastati i processi-farsa agli studenti e ai manifestanti costretti dopo feroci trattamenti carcerari a «confessare» davanti alle telecamere colpe inesistenti. E nemmeno l'escalation delle accuse ai dissidenti, fino a quella imputazione di «nemici di Dio» che comporta automaticamente la condanna a morte di chi in realtà ha solo protestato per la cancellazione di ogni garanzia democratica durante e dopo le elezioni del giugno scorso. Le forche, del resto, non sono restate inutilizzate in questi mesi. Le esecuzioni delle sentenze capitali comminate anche nei giorni scorsi possono avere compimento in qualunque momento, come se la strategia dissuasiva del regime prevedesse una sequenza temporale destinata a suscitare il massimo del terrore tra chi ancora scende in piazza a sfidare la polizia, le squadre di basiji, gli agenti sguinzagliati casa per casa per stanare tutti i dissidenti e persino le loro famiglie.
La violazione sistematica dei diritti umani, unita ai proclami tonitruanti sull'avanzamento irreversibile del programma nucleare, è l'altra arma con cui l'Iran di Ahmadinejad vuole dimostrare al mondo la propria saldezza e la propria determinazione. Ecco perché la tenace persistenza delle proteste, le manifestazioni della piazza non placate, l'irriducibilità del fronte dell'opposizione ferita dagli arresti arbitrari e dalle minacce fisiche, ma non completamente ridotta al silenzio, tutto questo offre uno spettacolo intollerabile per chi non si attendeva, da giugno ad oggi, un'ondata così travolgente e coriacea all'assetto autoritario e repressivo del regime nato trent'anni fa. Si è aperta in questi mesi una partita politica che per la prima volta da trent'anni non è destinata fatalmente alla sconfitta e alla cancellazione del dissenso ma ha accentuato contrasti insanabili nello stesso establishment che ora ha paura. Ha paura che la società iraniana, specialmente quella urbana e concentrata a Teheran, sia troppo vulnerabile al richiamo dell'opposizione. Ha paura che il «disordine» rischi di diventare una condizione permanente dell'Iran teocratico. E non basta nessuna celebrazione ufficiale a vincere questo timore, un veleno corrosivo per le fibre di un apparato che, mentre sfida il mondo, non sa più affrontare la piazza.
LIBERO - Carlo Panella : " Quei giovani rischiano di morire per nulla "

Carlo Panella
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Obama gioca la carta dell'Arabia Saudita "

Maurizio Molinari
All’Onu il fronte contrario alla sanzioni all’Iran è in fermento e per scongiurare un rischioso braccio di ferro al Consiglio di Sicurezza Barack Obama incontra Hillary Clinton nello Studio Ovale per studiare una strategia che verte attorno al ruolo di un tradizionale, ma scomodo, alleato: l’Arabia Saudita di re Abdullah, primo fornitore di greggio di Pechino.
Il gruppo dei contrari al Palazzo di Vetro è guidato proprio dalla Cina, il cui ministro degli Esteri Yang Jiechi invoca «più diplomazia», e ha due pilastri al Consiglio di Sicurezza: il Brasile di Luiz Inacio Lula da Silva, i cui ministri degli Esteri e della Difesa dicono di «non avere alcun nemico a Teheran» e evitano di unirsi alla condanna per la decisione iraniana di arricchire l’uranio al 20 per cento, e la Turchia di Recep Erdogan, che tesse un dialogo privilegiato con l’Iran e ritiene le sanzioni «portatrici solo di problemi per i civili».
Con tali premesse il pericolo per Obama è di dover affrontare all’Onu un confronto duro destinato - anche il caso di passaggio delle sanzioni - a indebolire la sua immagine di leader aperto al dialogo riproponendo conte dei voti, tensioni fra alleati e ferite diplomatiche che evocano gli anni di Bush. Rischiando di azzerare la «ridefinizione dell’immagine dell’America nel mondo» che per Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations, resta «il risultato di politica estera più importante di Obama».
Da qui il faccia a faccia avvenuto ieri nello Studio Ovale, nel quale il presidente ha discusso con Hillary l’agenda del viaggio in Medio Oriente che inizia domenica in Qatar e continuerà poi con una sosta di 48 ore in Arabia Saudita, dove vedrà il re Abdullah e il ministro degli Esteri Saud al-Faisal. Nell’assenza di resoconti ufficiali sul colloquio è James Phillips, analista di Medio Oriente della Heritage Foundation, a spiegare cosa sta avvenendo: «La Clinton va a Riad a parlare di Iran e in particolare per chiedere sostegno nel convincere la Cina a non ostacolare le sanzioni».
L’opposizione di Pechino alle nuove misure Onu si deve al fatto che Teheran è il suo secondo fornitore di energia ma l’Arabia Saudita è il primo e Hillary punta a fare leva su questo per far capire ai cinesi che, come afferma un suo portavoce, «è preferibile far prevalere gli interessi di lungo termine su quelli di breve termine». Ovvero, se davvero ciò che conta per Pechino sono forniture e investimenti energetici è Riad, assieme agli Emirati del Golfo, che può meglio garantirne la stabilità negli anni a venire.
A spiegare cosa ha in mente Hillary è Larry Korb, consigliere per la sicurezza del Center for American Progress guidato dal clintoniano John Podesta: «Farà leva su una convergenza di interessi, i sauditi non vogliono un Iran nucleare e hanno le risorse che servono alla Cina» e inoltre «Riad è di fatto il Paese-leader dell’Opec e dunque può assicurare a Pechino una consistente copertura del fabbisogno». Senza contare che «i cinesi sono molto pragmatici quando si tratta di forniture energetiche».
Se Hillary è convinta che la carta saudita possa aiutare ad avere l’avallo cinese è anche per quanto è avvenuto negli ultimi due giorni a Pechino dove il portavoce del ministero degli Esteri, Ma Zhaoxu, ha ripetuto una frase considerata a Washington di «non chiusura» sulle sanzioni: «Vogliamo continuare ad avere un ruolo costruttivo, assieme alla comunità internazionale, per arrivare ad una risoluzione sul nucleare iraniano».
Resta da vedere cosa Riad chiederà in cambio a Hillary. Negli ultimi tempi le relazioni hanno traballato perché Riad ha respinto la richiesta di Obama di compiere gesti simbolici di apertura verso Israele e ha poi paragonato la strategia Usa per promuovere l’energia rinnovabile ai «baci dati ai bambini in campagna elettorale».
Ma la strategia di Obama è di guardare oltre questi disaccordi, puntando a presentare al re Abdullah l’opportunità di giocare sull’Iran un ruolo da partner globale dell’America sulla non proliferazione nucleare, consolidando il ruolo internazionale acquisito negli ultimi due anni con la partecipazione ai summit del G20.
Il FOGLIO - " Quali sanzioni all’Iran? "

La Cina continua a opporsi alle sanzioni all'Iran
La REPUBBLICA - Bernardo Valli : " Le convulsioni della teocrazia "
Valli scrive : " Ahmadinejad ha annunciato ieri agli iraniani e al mondo che il suo paese è ormai «uno Stato nucleare». Ha sollecitato l'orgoglio nazionalista degli iraniani.(...)L'Iran non farà la bomba, non perché non ne è capace o per ubbidire alla volontà dei nemici esterni.
Se le parole di Ahmedinejad sembravano rivolte all'Occidente(...) in realtà le sue parole erano dirette agli iraniani. (...) Gli serve per dare prestigio al regime, per esaltare i successi della nazione islamica. E al tempo stesso per denunciare soprattutto l'opposizione, per accusarla di complicità con gli stranieri che dichiarano sanzioni e negano all'Iran il diritto all'energia nucleare. ".
Il programma nucleare di Ahmadinejad sarebbe mera propaganda politica per convincere la popolazione che il regime sta facendo delle cose positive?
Solo Bernardo Valli può credere una cosa del genere.
Sul fatto che il nucleare iraniano sia un pericolo da non sottovalutare concordano tutti, persino Obama. Tendere la mano al regime iraniano non funziona perchè esso ha un solo scopo, distruggere Israele e l'Occidente.
Valli si legga l'articolo di Enrico Franceschini di ieri (pubblicato sul suo giornale e riportato sulla rassegna di IC di ieri mattina). L'Occidente ha sbagliato già trent'anni fa sottovalutando la 'rivoluzione' di Khomeini. Non è il caso di ripetere lo stesso errore.
Ecco l'articolo:
MAHMUD Ahmadinejad ha annunciato ieri agli iranianie al mondo che il suo paese è ormai «uno Stato nucleare». Ha sollecitato l'orgoglio nazionalista degli iraniani.
Lo ha fatto dicendo che, a dispetto delle condizioni imposte dall'Occidente, le centrali atomiche hanno già arricchito l'uranio al 20 per cento, e che esse sono in grado di portarlo a livelli più alti. Ma non per usarlo a fini militari. Questa non è la sua intenzione. L'Iran non farà la bomba, non perché non ne è capace o per ubbidire alla volontà dei nemici esterni. Questa è la libera decisione della Repubblica islamica.
Quando la vorrà la farà senza chiedere il permesso alle altre capitali.
Se le parole di Ahmedinejad sembravano rivolte all'Occidente, e in particolare all'America, che ha appena deciso nuove sanzioni, e a Israele, del quale continua a prevedere la distruzione, in realtà le sue parole erano dirette agli iraniani. Egli usa infatti sempre di più la questione nucleare a fini interni. Gli serve per dare prestigio al regime, per esaltare i successi della nazione islamica. E al tempo stesso per denunciare soprattutto l'opposizione, per accusarla di complicità con gli stranieri che dichiarano sanzioni e negano all'Iran il diritto all'energia nucleare.
Il discorso di Ahmedinejad era un misto di minacce reali e di rodomontate. Come sempre. Stando agli esperti sostengono i progressi iraniani in campo nucleare possono sollevare fondati sospetti sulle reali intenzioni del regime di Teheran. Ma per ora le quantità di uranio arricchito che le centrali possono produrre è ancora scarsa.
Ieri non contavano tuttavia gli aspetti tecnici e militari.
Ricorreva l'anniversario della rivoluzione del '79 e l'appuntamento era atteso come una prova di forza tra il potere ufficiale, di cui Mahmud Ahmadinejad è la più vistosa espressione, e l'opposizione riformista, chiamata "onda verde", emersa in seguito al voto truccato di giugno. Era una sfida. Il regime doveva dimostrare di avere disperso il dissenso e ricostituito attorno a sé l'unità del paese. I riformisti dovevano dimostrare che la loro protesta non siè spenta. La prima constatazione è che, nonostante la repressione cominciata otto mesi fa (con arresti, morti sulle piazze, processi e sentenze capitali), la Repubblica islamica proclamata dall'ayatollah Khomeini trentun anni fa è ancora in preda a convulsioni interne che lasciano aperti i tanti interrogativi sulla sua stabilità.
Il potere di Ahmadinejad (e del suo angelo custode, l'ayatollah Khamenei) non rischia di essere travolto nel futuro scrutabile; ma, sfidandolo apertamente, i riformisti hanno provato che in quel potere, per ora imprendibile, esistono fessure, brecce, che potrebbero un giorno condurre al suo sgretolamento. L'aperta sfida dell'opposizione non sarebbe possibile senza il sostegno, più o meno esplicito, di alte autorità religiose, presenti e influenti nell'apparato clericale, che si sovrappone all'esecutivo politico, dando un'impronta "teocratica" al potere.
Ahmadinejad ha esibito nelle strade di Teheran e delle altre principali città le imponenti schiere dei suoi sostenitori. Una base popolare tutt'altro che insignificante. Ad infoltire e animare i cortei ufficiali sono stati i Basiji (raggruppati nella Forza di mobilitazione della resistenza), spesso ragazzi tra i 12 e i 20 anni, che sarebbero milioni.
Scarsamente disciplinati. A volte con comportamenti da teppisti autorizzati. Il compito di arginare le infiltrazioni e di disperdere le manifestazioni isolate degli oppositori, è stato svolto, almeno in parte, come sempre, dai Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, stimati a duecentomila (nel 2000 erano centotrentamila) . Essi sono quasi onnipotenti sul piano militare ed anche economico, poiché controllano banche, società import export, aeroporti. L'esercito non ha alcuna autorità su di loro.
E poi c'è la polizia. Secondo le informazioni e le immagini fornite dal network Twitter e dai blogger, che sfuggono alla pesante censura, ci sono state sparatorie, non sono stati risparmiati i lacrimogeni, e ci sarebbero stati alcuni morti. Ai leader dell'opposizione, a Mir Hossein Mousavi, a Mehdi Karroubi e all'ex presidente Mohammad Khatami, è stato impedito di unirsi alla manifestazione; e la nipote dell'ayatollah Khomeini, il padre della rivoluzione, sarebbe stata fermata per breve tempo. Questi frammenti di cronaca - una cronaca incerta per la scarsità delle informazioni - rivelano il dinamismo dell'opposizione, la quale osa affrontare gli strumenti della repressione. I suoi leader non esitano a scendere in piazza. Il regime può mobilitare tutto il suo apparato poliziesco e paramilitare, e fino a quando questo apparato non si frammenterà, continuerà ad ubbidire, non corre grandi rischi. Il fatto di non essere in grado di riassorbire l'opposizione, che considera illegale e accusa di tradimento, è tuttavia una prova di fragilità.
Significa che al suo interno la teocrazia conosce scontri, è in preda a convulsioni che Basiji e Pasdaran non possono placare.
Tra i Basidji, non compattati da una disciplina militare, ci sono già stati segni di disaffezione.E nell'apparato statale sono evidenti le perplessità suscitate dalla repressione e per l'isolamento del paese nella società internazionale.
Ma per l'estrema destra del regime (cosi può essere definito il nucleo duro rappresentato da Ahmedinejad e dai suoi Pasdaran) è inquietante la tenace, anche se non vistosa, opposizione di alti esponenti intoccabili (o quasi) della società clericale.
Quel che è in gioco, in sintesi, è il concetto di Repubblica islamica. L'opposizione non vuole distruggerla, ma riformarla.
Vuole trasformarla estirpando la contraddizione, non solo semantica, insita nella stessa formula. Una repubblica in cui il potere sovrano è basato sulla teocrazia, sull'autorità religiosa, non è una repubblica.
Pur salvandoi valori islamici,i riformisti vogliono che alcuni diritti, usurpati dai religiosi, acquistino colori democratici. Sul piano teologico l'ayatollah Sistani, un iraniano con grande autorità sulla maggioranza sciita dell'Iraq, è sulle posizioni dei riformisti di Teheran. E' nella tradizione dell'Islam sciita, infranta da Khomeini.
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