Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 27/01/2010, a pag. 34, il commento di R. A. Segre dal titolo " La giudeofobia, cartina di tornasole del potere folle ". Da LIBERO, a pag. 15, il commento di Angelo Pezzana dal titolo " Esaltano gli ebrei morti, dimenticano i vivi ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 1-32, il commento di Cesare Segre dal titolo " Quella bontà che emerge dall'archivio degli orrori ". Dal FOGLIO, in prima pagina, il commento dal titolo " Memoria vuota ". Pubblichiamo il commento di Debora Fait dal titolo "L'odio più antico", il commento di Giorgio Israel dal titolo " A chi vuole parlare dell'antisemitismo che incombe sugli ebrei di oggi, si chiudono le porte ". Ecco gli articoli:
Il GIORNALE - R. A. Segre : " La giudeofobia, cartina di tornasole del potere folle "

R. A. Segre
Ci è stato detto che occorre ricordare perché senza la memoria del passato non c’è futuro. Ma è vero? Quando l’Europa rifiuta di ricordarsi delle sue radici, non vuol ricordare o dimenticare? Ricordare può essere penoso, diventa impossibile quando si tratta della Shoah. Elie Wiesel scrive (Credere e non credere, Giuntina): «Ho raccontato un po’ del mio passato non perché lo conosciate ma perché sappiate che non lo conoscerete mai».
Si prova orrore e si ricorda per anni la scena di un bambino investito da un’auto. Ma cosa si può provare davanti a una cifra come 6 milioni di assassinati? Si può moltiplicare l’orrore che non si è conosciuto per sei milioni di volte?
D’altra parte, cosa sono sei milioni di morti ebrei di fronte agli ottanta e più milioni di morti della Seconda guerra mondiale? I morti non dovrebbero equivalersi dal momento che il sangue ha o dovrebbe avere lo stesso peso specifico, lo stesso colore? Perché, dicono i negazionisti, dare uno statuto mnemonico speciale alla Shoah? Meglio dimenticare. Un modo elegante per farlo è quello di omologare i morti e le cerimonie del ricordo.
«Riconosceteci come vittime del comunismo», chiedono i rappresentanti dei Paesi baltici - che hanno sterminato i loro ebrei senza l’aiuto dei nazisti - con la Dichiarazione di Praga, del giugno 2008. «Siamo vittime del nazismo», proclamano gli austriaci che hanno acclamato l’arrivo di Hitler e hanno eletto un presidente che aveva servito nelle unità speciali naziste. E cosa dire della Spagna che ha esteso il giorno della Memoria dell’Olocausto alla memoria del «genocidio palestinese»? L’insistenza ebraica nel ricordare la Shoah sarebbe dunque frutto di una industria manipolativa giudaica. Il presidente dell’Iran promette allora di ristabilire la verità appena possibile facendo scomparire lo Stato di Israele e i suoi cinque milioni di ebrei. Si denuncia l’invio di 40 medici israeliani a Haiti, come operazione di raccolta di organi umani freschi per alimentare il commercio di organi che l’esercito israeliano ha sviluppato. Hitler è morto ma resta viva l’affermazione del suo ministro dell’informazione: «Una menzogna sufficientemente ripetuta diventa verità».
Meglio dunque lasciare alla storia, che non insegna mai ma registra tutto, il compito di parlare. Lo ha già fatto annotando un fatto curioso. Nessun regime che ha perseguitato gli ebrei è sopravissuto: né quello del Faraone egiziano, né quello greco ellenista, né quello romano, né quello spagnolo, né quello fascista, né quello nazista, né quello sovietico. Non perché chi perseguita gli ebrei è punito. Ma perché la giudeofobia è una specie di cartina di tornasole della salute mentale dei potenti. «Quando si perseguitano gli ebrei - ha detto Martin Luther King - si finisce col perseguitare gli altri». È un segno di pazzia suicida che rivela la corsa dei governanti verso il baratro delle loro illusioni di potenza.
Se per gli ebrei la Shoah è un «affare di famiglia» che non si può dimenticare, per gli altri è una questione da ricordare in quanto malattia epidemica del potere politico impazzito. È il bisogno di rendersi conto che se la Shoah è un unicum per la maniera in cui è stata pianificata e realizzata, la scomparsa dei regimi, alle volte delle civiltà che hanno visto nell’ebraismo e negli ebrei «il nemico assoluto», un «unicum» non è. Neppure per la civiltà occidentale. Perché dunque ricordare? Dante, che filosemita non era, dà una risposta nel Canto V del Paradiso: «Uomini siate, e non pecore matte, sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!».
LIBERO - Angelo Pezzana : " Esaltano gli ebrei morti, dimenticano i vivi "


Hitler e Ahmadinejad
Sono passati dieci anni da quando il 27 gennaio venne dedicato alla memoria della Shoah, lo sterminio dei sei milioni di ebrei, la soluzione finale voluta da Adolf Hitler e realizzata dai suoi volenterosi complici. Una ricorrenza giusta e doverosa, in un mondo che tende a dimenticare quanto è accaduto, quando c’è chi ripropone lo stesso massacro, secondo le intenzioni chiaramente espresse da Ahmadinejad quando dichiara di voler cancellare Israele dalle carte geografiche. Che l’odio verso gli ebrei sia una mala pianta tuttora fertile, ce lo ricorda ogni giorno la lettura dei quotidiani, ed è inutile chiederci il perché, quelle radici sono state nutrite per duemila anni, ci vorrà ancora molto tempo prima che possano essere estirpate definitivamente, un’impresa difficile, perché vengono di continuo alimentate. La memoria ritrovata almeno durante alcuni giorni, è sempre meglio che niente. Ma attenzione, il rischio che tutto si risolva in un’asso - luzione di massa è possibile, ed è quanto sta accadendo, come se, obbedendo ad un rito collettivo, ci si ripulisse la coscienza di un passato che ha coinvolto, macchiandola orribilmente, la nostra civiltà, l’Euro - pa intera. Luther King Si piange leggendo un libro, guardando un film, si rimane sbigottiti di fronte alle cifre, tra quei sei milioni anche un milione e mezzo di bambini, uccisi, massacrati, non ci sono le parole per esprimere tanto orrore. Ma il giorno dopo, passata la commozione, il ricordo evapora lentamente, come forse è anche giusto che sia, la vita continua, e si fa meno attenzione quando l’antisemitismo ci viene riproposto nella versione antisionista. L’aveva capito, molto prima di altri, Martin Luther King, quando dichiarò ad un amico «dici di essere contro il sionismo, e non contro gli ebrei, ma Israele è lo Stato degli ebrei, quindi sei contro di loro, che tu lo ammetta o no», come avesse previsto ciò sarebbe avvenuto a livello mondiale pochi decenni dopo. La disinformazione la propaganda, l’odio contro Israele è arrivato ad un livello così profondo che il folle di Teheran non è che la punta dell’iceberg il cui nome, antisionismo, nasconde quello vero di antisemitismo. Se la memoria della Shoah è diventata legge dello Stato, se nelle scuole è oggetto di studi e ricerche, se le amministrazioni comunali organizzano viaggi di studenti per visitare Auschwitz, se persino i programmi delle televisioni, che sono pur sempre attenti agli indici di ascolto, dedicano ore all’argomento, come è possibile che sei milioni di ebrei assassinati suscitino commozione e solidarietà, mentre lo stesso numero di ebrei vivi, in Israele, vengano giudicati un popolo oppressore, che nega la libertà ad un altro, che si macchia di crimini orrendi, in poche parole che assomiglia a quell’altro popolo che settant’anni fa ha cercato di sradicarne persino la stirpe? Perché è questo che sta succedendo intorno a noi, e il virus si diffonde mentre troppo pochi lanciano l’allarme. È mai possibile che oggi un esimio professore di università dichiari che per capire la politica israeliana si debbano leggere i “Protocolli dei Savi di Sion” , la base ideologica del futuro “Mein Kampf”? La propaganda Il risultato di decenni di martellante propaganda, nelle scuole soprattutto, che vede uniti nel fronte contro Israele tanto cattolici quanto comunisti, destra sinistra e centro, è rivelatore di quanto il moderno antisionismo sia simile al vecchio antisemitismo, così ugualmente diffuso in tutti gli strati della società. Le menzogne più inverosimili vengono spacciate per verità, e a furia di sentirle, leggere, diventano credibili. Per questo la celebrazione del ricordo della Shoah diventa condivisibile solo se unita alla più aperta e forte difesa delle ragioni di Israele. L’Europa ha sottovalutato il pericolo del nazismo già una volta negli anni’30, oggi sta ripetendo lo stesso errore con l’islamonazismo, eppure l’odio che sta crescendo intorno a Israele coinvolge tutti, ebrei e cristiani, basta coglierne i segnali.
CORRIERE della SERA - Cesare Segre : " Quella bontà che emerge dall'archivio degli orrori "

Cesare Segre
Non si può dire che questa commemorazione annuale ci trovi impreparati. Appaiono nelle vetrine altri libri sulla Shoah, da quello di Vasilij Grossman a quello di Aharon Appelfeld; i palcoscenici e gli schermi cinematografici e televisivi propongono spesso l’argomento; la progettata beatificazione di Pio XII e la visita di papa Ratzinger alla sinagoga di Roma hanno riacceso discussioni e provocato speranze o buoni propositi o rancori. Inoltre a Milano si sta per restaurare lo storico binario 21, da cui partivano i treni per Auschwitz, cioè per la morte; i quotidiani e le riviste mantengono vivo il ricordo.
Qualcuno teme persino gli effetti della routine e della convenzionalità. A torto, solo che si pensi alle ragioni che motivano l’iniziativa. Nel ricordo s’incontrano i ricordanti e i ricordati. Per noi che ricordiamo o siamo invitati a ricordare, si tratta di uno stimolo a riflettere su ciò che è accaduto, e magari sulle sue cause e sulla sua ripetibilità (speriamo di no). Per i ricordati, è come richiamarli in vita nella nostra mente, fare loro omaggio della nostra pietà e, nel caso, della nostra ammirazione. Allo stesso modo si commemorano, nel loro anniversario, i familiari defunti, e si celebrano i santi in un giorno preciso del calendario.
Tramite il ricordo, noi mettiamo in funzione il legame indissolubile tra passato e futuro. Lo diceva già un grammatico e giurista del Duecento, Boncompagno da Signa: «Memoria è un glorioso e ammirevole dono di natura, per mezzo del quale rievochiamo le cose passate, abbracciamo le presenti e contempliamo le future, grazie alla loro rassomiglianza con le passate». Questo legame mette sotto sforzo la nostra umanità. Perché di ciò che è accaduto (e di ciò che tuttora accade di simile) siamo tutti, in grande o in minima parte, corresponsabili, magari anche per indifferenza od opportunismo. L’immersione nei ricordi, si spera, potrebbe svegliare quella partecipazione che spesso manca quando occorrerebbe imporre quel senso di fraternità che le contingenze mettono talora a tacere. Produrre persino, quando sia il caso, una scintilla di vergogna.
Grossman scrive che «asservito al nazismo (ma vale per qualsiasi dittatura), il cuore dell’uomo proclama che la schiavitù — male nefando, latrice di morte— è il solo e unico bene. Il cuore-traditore non rinnega i propri sentimenti umani, ma elegge a forma suprema di umanità i crimini compiuti dal nazismo e accetta di dividere gli uomini in puri e degni di vivere e impuri e indegni della vita». Una divisione che purtroppo è sempre di attualità.
Certo, si deve distinguere tra il ricordo individuale, che è quello più ovvio e immediato, e il ricordo collettivo, che, nel profondo, si allaccia con le nostre ragioni di gruppo. Il ricordo collettivo razionalizza i ricordi individuali, cavandone ciò che rientra fra le componenti di una storia e di un ethos. È dunque attraverso il ricordo collettivo che la somma di esperienze maturate dalla Shoah verrà a confluire nella moralità che, giorno per giorno, stiamo elaborando. In questo modo ci si porta in una zona che non è più quella degli accadimenti, ma quella dei principi.
Ma, per i ricordati, è da sperare che si vada invece al di là di cifre e statistiche, pur naturalmente fondamentali: vorrei che nelle nostre riflessioni si pensasse a coloro che furono ingoiati dal meccanismo dell’annientamento come a individui simili a ciascuno di noi. Erano vecchi, bambini, donne, uomini, ognuno con la sua storia. È per questo che i diari, i libri di ricordi, le attestazioni ci straziano, mostrandoci in atto l’azione plurima e cieca del male. In certe condizioni, specialmente nella Germania nazista, gl’istinti più crudeli erano coltivati e istigati. E un odio privo di motivazioni ragionevoli e di obiettivi precisamente individuati si sommò, anche in altre zone dell’Europa occupata, a meschini risentimenti o alla cupidigia per trasformare popolazioni intere in branchi di assassini.
Era un saltare indietro di secoli, sino a uno stadio preumano in cui l’altro è preda senza nome. Ricordo come mi colpì, alla prima visita, il Museo Storico di Varsavia, dove gli allestitori si sono sforzati di accompagnare le fotografie dei molti eroi del ghetto, ormai in gran parte sconosciuti, con i cenni biografici, pochi o tanti, che sono riusciti a reperire. Ognuno di questi combattenti aveva una sua vicenda personale, per lo più terribile; anche se, poi, tutti sono stati ugualmente uccisi, nel ghetto o nel Lager. Pensare ai milioni di vittime come a una moltitudine di individui è il modo migliore e più giusto di rendere loro omaggio.
La memoria è un obbligo. Se la Bibbia ci ordina di non dimenticare Dio («Guardati di non dimenticare il Signore tuo Dio, così da non osservare i suoi ordini, le sue leggi e i suoi statuti», Deut. 8,11), la nostra consapevolezza di esseri umani deve obbligarci a ricordare ciò che fu, perché quel passato pur recente tocca nel profondo la nostra coscienza.
Dice Primo Levi: «Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / stando in casa andando per via, / coricandovi alzandovi; / ripetetele ai vostri figli». Quasi tutta l’Europa è stata coinvolta nella Shoah: alcuni vi hanno collaborato direttamente, altri (e non furono pochi) chiusero gli occhi, rifugiandosi nel proprio egoismo, abbandonando chi aveva un estremo bisogno di aiuto, magari anche di un pezzo di pane, di un bicchiere d’acqua o di una parola pietosa; ma altri ancora, singoli e istituzioni cattoliche (e non furono pochi) hanno rischiato moltissimo per dare riparo ai perseguitati, per salvarli.
Dunque la memoria non è solo un archivio di crudeltà e di orrori, ma anche di tanta bontà. Ci dà conoscenza del bene e del male. Cerchiamo di far tesoro del Giorno della Memoria.
INFORMAZIONE CORRETTA - Giorgio Israel : " A chi vuole parlare dell'antisemitismo che incombe sugli ebrei di oggi, si chiudono le porte "
Oggi è la Giornata della Memoria. Fioccano le manifestazioni di ogni tipo e di ogni rilievo, grande e piccolo.
Per quanto mi riguarda, oggi me ne sto a casa. Non ho ricevuto alcun invito a partecipare ad alcuna di queste manifestazioni, non soltanto come soggetto attivo, ma neppure per assistervi.
Eppure, tutto sommato, avrei qualche titolo al riguardo. Per tutto l'impegno, con libri e tanti articoli, che ho dato su questo tema. Se non altro perché buona parte della mia famiglia è stata massacrata nella Shoah.
A parte una gentile telefonata in cui mi è stato chiesta una testimonianza sull'ebraismo di Salonicco, niente. Ah sì. Mi avevano invitato a tenere una conferenza, ma la condizione dell'ente invitante era che modificassi il titolo proposto da "L'antisemitismo oggi" a "I nuovi razzismi"... Ed è chiaro che una simile condizione è irricevibile.
Leggo le dichiarazioni di Emma Bonino, di analogo tenore: «Un razzismo che oggi si manifesta negando l'olocausto, ma che in altri giorni si manifesta contro altre minoranze, contro gli immigrati, contro i "diversi"». Insomma, neanche oggi è lecito parlare della Shoah e basta, neanche oggi che in Iran il Presidente Khamenei "celebra" la Giornata della Memoria prevedendo e incitando alla distruzione di Israele. Saranno pure miserande concessioni a un certo elettorato. Ma è sintomatico che di queste concessioni vi sia bisogno.
E allora, forse, tutto ciò permette di capire. A chi, nella Giornata della Memoria, vuole parlare dell'antisemitismo che incombe sugli ebrei di oggi, si chiudono le porte.
Me ne starò a casa a riflettere riguardando le foto dei miei parenti deportati e uccisi. Chiedendomi soprattutto perché tanti sacrifici come quello non siano bastati.
Il FOGLIO - " Memoria vuota "

INFORMAZIONE CORRETTA - Deborah Fait : " L'odio più antico "

Deborah Fait
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