Morto a Vienna Saad Kheir, pascià delle spie giordane
Cronaca di Guido Olimpio
Testata: Corriere della Sera
Data: 16/12/2009
Pagina: 21
Autore: Guido Olimpio
Titolo: Giallo sulla morte del Pascià delle spie arabe

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 16/12/2009, a pag. 21, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Giallo sulla morte del Pascià delle spie arabe ".

 Re Abdallah di Giordania

WASHINGTON — Il Pascià se ne è andato come uno qual­siasi. Tirando le cuoia nel letto dell’Imperial Hotel di Vienna. Ma il Pascià non era uno qual­siasi. Saad Kheir, 57 anni, ha infatti guidato dal 2000 al 2005 il Dgi, il servizio segreto giordano. Anni di battaglie e di gran lavoro per le spie. Anni nei quali Kheir ha mostrato tutta la sua abilità diventando, come ha ammesso un giorno l’ex direttore della Cia Tenet, «la superstar» anche se ha sempre apprezzato il regno delle ombre. Un ruolo ricono­sciuto perfino da Hollywood: nel film Nessuna verità , con Russell Crowe e Leo DiCaprio, spicca la figura di Hani Pascià, un personaggio cucito a imma­gine e somiglianza di Kheir.

Affabile e spietato, grande conoscitore dei misteri orienta­li e dei gusti occidentali — in particolare gli abiti di buon ta­glio —, Kheir ha fatto da scudo alla monarchia hashemita con­tro i molti nemici. Palestinesi di Abu Nidal, oppositori inter­ni, jihadisti. Usando a volte la persuasione, in altre la violen­za brutale. È così che i suoi uo­mini sono riusciti ad infiltrarsi in gruppi pronti a compiere at­tentati. Azioni condotte dal­­l’Iraq all’Europa dell’Est. Una
campagna segnata da episodi poi raccontati in Nessuna veri­tà .

Gli agenti del Dgi hanno cre­ato il sospetto in fazioni radica­li, hanno aperto false società per attirare in trappola i mili­tanti, «hanno fatto quello che si doveva fare», ossia eliminato possibili attentatori. Operazio­ni sulle quali Kheir ha posto il suo sigillo. Una volta ha fomen­tato una faida in un nucleo eversivo. Un’altra ha convinto un estremista a collaborare pas­sandogli la madre al telefono. Vedi, sono state le parole del boss della Dgi, «possiamo farti felice» oppure «farti del male». E il male può essere qualcosa di inimmaginabile. I servizi gior­dani, quando serve, sono in gra­do di far parlare anche un muto. Non è un caso che la Cia abbia spedito in Giordania molti dei di­rigenti di Al Qaeda — compreso Khaled Sheikh Mohammed — per speciali sedute di interrogato­rio.

Tutti rinchiusi a Al Jafr, defini­ta «la prigione che non esiste», vi­sto che non era segnata neppure su una mappa. A circa 250 chilo­metri dalla capitale Amman è sta­ta attiva fino al 2006, poi re Abdal­lah ne ha ordinato la chiusura. È qui che gli americani hanno scari­cato i loro «clienti» convinti che gli uomini del Pascià li avrebbero ammorbiditi. «Vuoi sapere qual è tra i nostri alleati il Paese in gra­do di interrogare un sospetto nel­la sua lingua ed ottenere che non racconti balle? La Giordania», è il verdetto di Larry Johnson, ex fun­zionario dell’antiterrorismo al Di­partimento di Stato. Giudizio con­diviso, con angoscia, da chi è pas­sato dai «buchi neri», i centri di detenzione segreti.

Come ha raccontato sul
Washington Post David Ignati­us, vicino all’ingresso della Dgi c’era una bandiera nera con una scritta significativa: «La giusti­zia è arrivata». Ed era Kheir Pa­scià ad amministrarla, con la saggezza o la tortura. Una mis­sione svolta fino al 2005, quan­do Abdallah lo ha rimosso «pro­muovendolo » a suo consigliere per la sicurezza. Kheir — rac­conta una versione — era trop­po conservatore e nonostante la stretta cooperazione con la Cia avrebbe manifestato un profon­do dissenso per l’invasione del­­l’Iraq. Da allora è tornato ad es­sere «un’ombra tra le ombre», fi­no a quella bizzarra fine «per un infarto» in un grande albergo di Vienna. Sempre che questa sia la vera storia. Il Pascià avrebbe dubitato.

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