Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 02/12/2009, a pag. 3, l'editoriale dal titolo " La decisione giusta ", in prima pagina, l'articolo dal titolo " Il surge di Obama ". Dalla STAMPA, a pag. 8, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Obama manda 30 mila marines ", a pag. 9, l'articolo di Kurt Volker, ambasciatore Usa alla Nato dal titolo " Questa volta l'Europa deve fare la sua parte ". Ecco gli articoli:
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Obama manda 30 mila marines "

Invio di 30 mila soldati americani di rinforzi in Afghanistan entro l’estate 2010, forte appello alla Nato per rafforzare il proprio contingente e impegno a iniziare nel luglio 2011 il trasferimento delle responsabilità della sicurezza a Kabul: sono questi i tre perni del discorso tv pronunciato dal presidente americano Barack H. Obama dall’accademia militare di West Point quando in Italia erano le 2 del mattino di oggi. Al termine di una revisione della strategia per l’Afghanistan durata 92 giorni, Obama conferma l’obiettivo fissato nel marzo 2009 di «sconfiggere e distruggere Al Qaeda» ed a tal fine ordina alle forze armate di «aumentare la pressione su Al Qaeda» e di «impedire ai taleban di tornare al potere» procedendo su tre binari. Primo: «Aumentare il numero delle truppe» aggiungendone 30 mila alle attuali 68 mila in tempi rapidi il più possibile per essere schierate entro la prima metà del 2010». Secondo: «Garantire la sicurezza dei centri abitati soprattutto nel Sud e nell’Est» proteggendo i civili e impedendo ai taleban di insidiarvisi. Terzo: «Accelerare l’addestramento delle truppe regolari afghani» al fine di consentire al goveno di Kabul di «iniziare ad assumere le responsabilità della sicurezza a partire dal luglio 2011». Quest’ultima data «non significa l’inizio del ritiro», spiegano alla Casa Bianca, bensì «il momento in cui comincerà un processo la cui durata non è prevedibile». Accogliendo gran parte delle richieste del generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe in Afghanistan, e del suo superiore David Petraeus, Obama applica una ricetta che ricorda quanto fatto dal predecessore Bush nel 2007 in Iraq: invio dei rinforzi per accelerare il passaggio di consegne al governo locale, aprendo la strada al ritiro ma senza fissarne la scadenza. «Dobbiamo gestire la transizione con responsabilità, come fatto in Iraq» ha detto Obama.A differenza però del precedente di Baghdad in questo caso Obama conta anche su un significativo contributo degli alleati della Nato. «Si tratta di uno sforzo internazionale, ho chiesto agli alleati di dare il loro contributo, alcuni lo hanno fatto e credo altri lo faranno - sono le parole del presidente - dopo aver sanguinato ed essere morti assieme ora dobbiamo porre fine assieme alla guerra, con successo, non è solo un test di credibilità per la Nato perché in gioco c’è la sicurezza del mondo». Il discorso non suggerisce cifre per non pregiudicare l’esito della riunione Nato di venerdì ma l’attesa di Washington secondo indiscrezioni è per un contributo di 5-10 mila uomini di cui 1500 da Italia e Francia, 2000 dalla Germania e 1000 dalla Gran Bretagna. Obama telefona agli alleati: lo ha fatto con i leader di Berlino e Varsavia dopo aver parlato con il pakistano Zardari e l’afghano Karzai. Da Islamabad si attende più impegno contro Al Qaeda mentre Kabul assicura che «la ricostruzione civile sarà prioritaria» a cominciare dall’agricoltura. Poco dopo la fine del discorso i primi reparti di marines sono decollati per Kandahar. Da oggi la parola passa a McChrystal.
Il FOGLIO - " La decisione giusta"

Il FOGLIO - " Ecco il surge di Obama "
Dick Cheney
La STAMPA - Kurt Volker : " Questa volta l'Europa deve fare la sua parte "
Kurt Volker
La decisione di Obama sull’invio di rinforzi in Afghanistan è arrivata tre mesi dopo che il comandante dell’Isaf Stanley McChrystal ha sottoposto il suo rapporto al ministro delle Difesa Gates.
Il mercanteggiamento che ne è seguito da allora, e adesso l’annuncio finale del Presidente, dicono molto sul conflitto, e sui cambiamenti nella politica americana da quando Obama è salito in carica. La prima, inevitabile, osservazione è che la politica di sostegno all’impegno americano in Afghanistan è diventata molto più difficile da sostenere. Mentre i governi degli alleati europei sono stati contrastati per anni da un’opinione pubblica contraria, per gli Stati Uniti era semplice, visto l’ampio consenso degli americani nei confronti di questo intervento, spesso visto come un contrappeso all’impopolare guerra in Iraq.
Ora le cose sono cambiate. Esponenti della maggioranza democratica al Congresso, che devono conquistarsi la rielezione nel 2010, si oppongono: la disoccupazione ha superato il 10 per cento, la ripresa è fiacca, il deficit pubblico sta esplodendo, la riforma della Sanità è da portare a termine, nell’opinione pubblica cresce l’opposizione alla guerra (e ai suoi costi), nelle elezioni in New Jersey e in Georgia i repubblicani hanno strappato i governatori ai democratici. Sono tutti elementi che pesano, e Obama certamente vuole mantenere il controllo del Congresso. Perciò chiedere a un membro del Congresso di appoggiare un forte aumento di truppe in Afghanistan è ora davvero difficile.
Ma nonostante tutto ciò, l'Afghanistan è ancora importante. Non ci sono vie di fuga. Per quanto impopolare la guerra possa divenire, la diretta connessione con gli attentati dell’11 settembre significa che nessun Presidente americano potrà mai permettersi di essere etichettato come «il Presidente che ha perso in Afghanistan». Le conseguenze all’estero e in patria sarebbero enormi. E questo, alla fine, è il motivo per cui Obama sta rinnovando, giustamente, l’impegno americano.
Le conseguenze internazionali di un fallimento in Afghanistan sarebbero deleterie. La sconfitta aprirebbe la porta a un disastro umanitario per il popolo afghano. Con gli estremisti in grado di usare il territorio afghano, aumenterebbe direttamente la minaccia sul Pakistan, proprio nel momento in cui le forze pachistane stanno facendo passi da gigante nella lotta agli insorti nel Nordovest del Paese. E darebbe una forte spinta agli islamisti violenti in tutte le parti del globo, mettendo in pericolo la sicurezza di ogni alleato della Nato, e dei Paesi dell’arco che va dal Marocco alle Filippine.
Un fallimento in Afghanistan metterebbe anche in moto il declino della Nato. Per quanto ingiusto possa suonare alle orecchie degli europei, un fallimento in Afghanistan sarebbe visto come un fallimento della Nato, e segnalerebbe al Congresso e alla pubblica opinione americana che gli alleati europei non sono pronti a fare quello che bisogna fare per vincere conflitti lontani dall’Europa. Ma se la Nato è relegata a una difesa territoriale degli alleati europei - piuttosto che essere un mezzo per unire tutti gli alleati della Nato nell’affrontare le sfide globali - gli americani perderebbero presto ogni interesse. Concluderebbero, a ragione, che gli europei sarebbero capaci di difendere l’Europa da soli, se solo investissero di più nella difesa. E ciò sarebbe una tranquilla e tragica fine di 60 anni di relazioni transatlantiche che hanno posto le basi alla sicurezza globale.
Resta il fatto che, nonostante il governo corrotto e inefficace dell’Afghanistan generi profonda frustrazione, non c’è un’alternativa credibile al far funzionare il meglio possibile le strutture e le istituzioni esistenti. È vero che le elezioni pasticciate di agosto hanno danneggiato la credibilità del presidente Karzai agli occhi della comunità internazionale e a quelli del suo stesso popolo. Ma è altrettanto vero che non c’è alcun altro leader in grado di avere maggior credibilità. Nella collaborazione con le istituzione esistenti, un ruolo decisivo ha l’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Lo sforzo per formare poliziotti e soldati inciderà anche nel dispiegamento delle forze americane, perché lasciarsi dietro forze afghane più capaci è l’unica via per un eventuale ritiro.
In questo senso il contributo di alleati come l’Italia è importante. Gli Stati Uniti non hanno una polizia militare, così istruttori come i carabinieri italiani o della Gendarmerie francese riempiono un vuoto critico. Ma la dimensione psicologica è altrettanto importante di quella politica. Per gli americani è decisivo sapere che non stanno agendo da soli. È per questo che, pur conoscendo i limiti degli alleati europei, la strategia di Obama lascia spazio deliberatamente a un più ampio contributo dell’Europa.
Un contributo decisivo anche per il resto del mondo. Se lo sforzo in Afghanistan è visto come una «guerra americana» perderà l’appoggio dell’opinione pubblica in Afghanistan e nell’Asia meridionale, e poi fino al Medio Oriente e all’Europa. Ma se anche l’Europa rinnova il suo impegno, sottolineerà che lo scontro è davvero tra la «comunità internazionale» e gli estremisti violenti che cercano di imporre il loro brutale volere su una popolazione inerme, e vogliono destabilizzare l’intera regione.
La chiave è la fiducia. Gli afghani sanno che alla fine dovranno vivere con chi vince. Per avere il coraggio di opporsi ai taleban, di mandare le figlie a scuola, e di investire nell’economia invece di trarre facile profitto dai papaveri da oppio, il popolo afghano deve avere fiducia che noi finiremo il lavoro. Allo stesso modo i taleban debbono alla fine concludere che non vinceranno mai. Gli ultimi mesi hanno imposto il loro crudele pedaggio: la violenza è a livelli record e la nostra determinazione è stata posta in discussione. Ora vedremo un nuovo impegno dell’America, forse affiancato da un impegno dell’Europa. Sarà sufficiente per instillare un senso di fiducia - in Afghanistan e nelle nostre opinioni pubbliche - che stiamo finalmente facendo le cose nel giusto modo, e che alla fine vinceremo?
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