Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 02/12/2009, a pag. I, gli articoli di Giulio Meotti e Angelo Mellone titolati " Quel che il Vaticano non ha ancora detto " e " Islam in garage ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 14, l'articolo di Ian Buruma dal titolo "Europa, la paura dei musulmani nasce da quell’identità che non c’è più" e, a pag. 19, l'articolo di Maria Serena Natale dal titolo "Minareti, l’Onu accusa: «Un voto discriminatorio» " preceduti dai nostri commenti. Ecco gli articoli:
Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Quel che il Vaticano non ha ancora detto "

Giulio Meotti
Il FOGLIO - Angelo Mellone : " Islam in garage "
Angelo Mellone
CORRIERE della SERA - Ian Buruma : " Europa, la paura dei musulmani nasce da quell’identità che non c’è più "
Ian Buruma ritiene che il referendum sia l'espressione del timore degli svizzeri nei confronti dell'islam e che questo nasca dalla mancanza di identità dell'occidente. Buruma scrive : " L’affrancamento dalla fede e dalla tradizione non ha sempre prodotto maggiore felicità, ma al contrario è stata spesso causa di un diffuso smarrimento, di timori e risentimenti (...)Giustificano l’ostilità verso l’islam affermando di difendere «i valori dell’Illuminismo», mentre in realtà lamentano il crollo di un credo (...) Se le élite sono odiate per aver provocato il malessere moderno, i musulmani sono invidiati perché hanno ancora una fede, sanno chi sono, hanno valori per cui vale la pena morire.".
Buruma è totalmente fuori strada. Il timore nei confronti dell'islam non deriva da una sorta di "invidia" perchè i musulmani sono riusciti a conservare una fede più salda dei cristiani, ma dalle sue derive integraliste e dal suo innegabile legame con il terrorismo. Il terrorismo rappresenta la minaccia maggiore per le democrazie occidentali ed esso, al giorno d'oggi, è legato quasi esclusivamente all'islam.
Ritenere che un referendum contro la costruzione di minareti sia nato dall'assenza di valori del mondo occidentale ha dell'assurdo.
L'occidente ha dei valori ben precisi ( democrazia, libertà di espressione, di culto, di parola, di stampa, di opinione,... ) che non sono condivisi dall'islam. Il referendum è stato la risposta degli svizzeri ad Eurabia in arrivo. Ecco l'articolo:
Ian Buruma
La Svizzera ha quattro moschee con minareto e una popolazione di 350 mila musulmani, per lo più europei provenienti dalla Bosnia e dal Kosovo, di cui il 13% circa si reca regolarmente a pregare. Non lo si sarebbe detto un gran problema. Con un recente referendum, il 57,5% dei votanti svizzeri ha però optato per un divieto costituzionale alla costruzione di minareti, apparentemente per timore del «fondamentalismo» e di una strisciante islamizzazione della Svizzera.
Gli svizzeri sono più intolleranti degli altri europei?
Probabilmente no. I referendum misurano i sentimenti viscerali della popolazione, piuttosto che opinioni ponderate, e i sentimenti viscerali raramente sono liberali. Se si tenesse un referendum del genere in altri Paesi europei, si avrebbe verosimilmente un risultato simile.
Attribuire all’islamofobia la messa al bando dei minareti da parte degli svizzeri (un’idea propugnata dal partito di destra svizzero Svp senza la partecipazione di altre forze politiche) sarebbe probabilmente fuori luogo.
Una lunga storia di reciproche ostilità tra cristiani e musulmani e i recenti casi di violenza da parte di islamisti radicali hanno sicuramente creato nei confronti dell’islam una diffusa paura che non c’è, ad esempio, verso l’induismo o il buddismo. E il minareto, che sale verso il cielo come un missile, può facilmente divenire in modo distorto l’immagine di questi timori.
Se gli svizzeri e gli altri europei avessero maggiori certezze sulla loro identità, sarebbero ancora così spaventati dai cittadini musulmani?
Probabilmente no. È da qui che credo nasca il problema. Fino a non molto tempo fa, la maggioranza dei cittadini del mondo occidentale aveva indiscussi simboli di fede e di identità collettiva. Le guglie delle chiese che ancora abbelliscono molte città europee avevano un preciso significato per la maggior parte della gente, e pochi si sposavano con persone di altra religione.
In un recente passato, molti europei credevano ai loro re e regine, sventolavano la bandiera, cantavano l’inno nazionale, apprendevano le vicende eroiche della storia nazionale. Il loro Paese era la loro casa. I viaggi all’estero erano riservati ai marinai, ai soldati, ai ricchi. «L’identità» non era ancora vista come un problema.
La globalizzazione, il progetto dell’Europa unita, la sconfitta delle aspirazioni nazionaliste in due catastrofiche guerre mondiali e soprattutto la diffusa perdita del sentimento religioso hanno cambiato le cose. La maggior parte di noi vive oggi in un mondo laico, liberale, disincantato. Gli europei sono ora quasi ovunque più liberi di quanto siano mai stati. Non ci viene più detto da preti o da superiori cosa fare o pensare. E se ancora accade, di solito non ce ne curiamo.
Questa recente libertà ha però un prezzo. L’affrancamento dalla fede e dalla tradizione non ha sempre prodotto maggiore felicità, ma al contrario è stata spesso causa di un diffuso smarrimento, di timori e risentimenti. Le espressioni di identità collettiva, pur non essendo del tutto scomparse, sono confinate per lo più agli stadi di calcio, dove si trasformano facilmente in violenza e risentimento.
I demagoghi populisti attribuiscono alle élite della politica, della cultura e del commercio la colpa delle tensioni del mondo moderno.
Esse sono accusate, non senza qualche ragione, di scaricare sull’uomo comune i problemi causati dall’immigrazione di massa, dalla crisi economica e dalla perdita di identità nazionale. Se le élite sono odiate per aver provocato il malessere moderno, i musulmani sono invidiati perché hanno ancora una fede, sanno chi sono, hanno valori per cui vale la pena morire.
Non importa che molti musulmani europei siano disincantati e laici come i loro concittadini non musulmani.
Quel che conta è la percezione. Gli svettanti minareti e i volti velati rappresentano minacce perché gettano sale sulla ferita di chi soffre la perdita della sua fede.
Non è un caso che il populismo anti musulmano abbia trovato alcuni dei suoi adepti più accaniti tra gli ex militanti della sinistra, perché anche loro hanno perso la fede: nella rivoluzione mondiale o in qualcosa di analogo. Molti di loro, tra l’altro, provenivano da famiglie religiose e hanno quindi subito una doppia perdita.
Giustificano l’ostilità verso l’islam affermando di difendere «i valori dell’Illuminismo», mentre in realtà lamentano il crollo di un credo.
Non c’è, ahimè, una cura immediata al disagio sociale manifestatosi nel referendum svizzero. Il Papa ha una risposta, ovviamente. Vorrebbe che la gente tornasse tra le braccia della Chiesa. Anche i predicatori evangelici hanno una ricetta per la salvezza, e lo stesso vale per i neo conservatori americani. Essi vedono nel malessere europeo una forma della tipica decadenza del Vecchio mondo, uno stato di nichilismo collettivo dovuto al welfare state e a una passiva dipendenza dalla potenza statunitense. Quel che vogliono è ridare slancio al mondo occidentale, guidato dall’America, per combattere con le armi una crociata per la democrazia.
Ma nessuna di queste prospettive sembra promettente, a meno di non essere cattolici, evangelici, o neocon. Il meglio che possiamo sperare è piuttosto che le democrazie liberali escano da questo periodo di malessere, che resistano alle tentazioni demagogiche e riescano a contenere gli impulsi violenti. In passato le democrazie hanno superato crisi ben peggiori. Sarebbe meglio, però, se ci fossero meno referendum, perché, al contrario di quanto solitamente si crede, non rafforzano la democrazia ma la indeboliscono, costringendo chi abbiamo eletto ad assecondare i sentimenti viscerali degli arrabbiati anziché governare in modo assennato.
CORRIERE della SERA - Maria Serena Natale : " Minareti, l’Onu accusa: «Un voto discriminatorio» "
Navi Pillay accusa il referendum svizzero di essere discriminatorio. Curioso che non abbia mosso la stessa critica alla decisione di eliminare i crocifissi dai luoghi pubblici. Non è la stessa cosa? Minareto e crocifisso sono entrambi simboli religiosi. I cattolici sono tali anche se non hanno perennemente un crocifisso davanti agli occhi. Per quale motivo non può valere la stessa cosa per i musulmani?
Ma la posizione di Pillay non ci stupisce. E' la stessa che accusa Israele di essere uno Stato di apatheid. Non ci aspettavamo da lei niente di diverso.
Nell'articolo vengono riportate anche le dichiarazioni del premier turco, Recep Erdogan : " non si mettono ai voti i diritti e le libertà fondamentali ". Parole da vero democratico. Vorrà chiarire allora come mai non ha bloccato nel suo Paese i processi a carico dello scrittore Pamuk, colpevole di aver scritto frasi "offensive" nei confronti dell'islam? La libertà di parola non è fondamentale?
Ecco l'articolo:

Navi Pillay
Un voto «democratico» ma «chiaramente discriminatorio ». L’Alto commissario dell’Onu per i Diritti Umani Navi Pillay interviene con decisione nel dibattito sul referendum che ha vietato la costruzione di nuovi minareti in Svizzera. Sudafricana, già paladina della lotta all’apartheid e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, il giudice Pillay denuncia «senza esitazioni le campagne allarmiste e xenofobe» rinvigorite in tutta Europa dopo la consultazione di domenica.
La Confederazione s’interroga sui limiti dell’istituto referendario, che da pilastro di un sistema democratico di contropotere si è trasformato, denunciano molti commentatori, nella cassa di risonanza di istinti e paure da tenere lontano dalla politica. Le destre di Paesi come Danimarca, Olanda e Francia hanno già annunciato di voler ricorrere al voto popolare per proibire la costruzione di minareti e moschee. «Ma non si mettono ai voti i diritti e le libertà fondamentali», ha detto ieri il premier turco Recep Tayyip Erdogan. Poche ore prima il suo ministro degli Esteri aveva auspicato che il governo svizzero trovasse il modo di «correggere la decisione ». In Italia l’idea di un referendum sul modello elvetico piace sempre alla Lega e al ministro dell’Interno Roberto Maroni, che dichiara: «Non ho obiezioni, il referendum è lo strumento principe della sovranità popolare».
Il caso svizzero potrebbe arrivare alla Corte europea dei diritti dell’uomo: Verdi e organizzazioni umanitarie si richiamano all’articolo 9 della Convenzione europea che garantisce «la libertà di manifestare la propria religione e le proprie convinzioni individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato». Dubbi sulla realizzabilità del progetto sono stati però avanzati dallo stesso presidente della Corte di Strasburgo, il giudice Jean-Paul Costa: «Si tratta di un caso complesso, perché prima bisogna esaurire i ricorsi interni e in Svizzera non si può ricorrere contro un voto popolare » .
Da Atene, sede di una riunione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la ministra degli Esteri federale Micheline Calmy-Rey lancia l’allarme: «Ogni provocazione rischia di innescarne un’altra e infiammare l’estremismo. Qualsiasi attacco alla convivenza di culture e religioni diverse mette in pericolo la nostra sicurezza che non è più garantita se non possiamo vivere insieme in armonia».
In serata un tribunale libico ha condannato a sedici mesi di reclusione due uomini d’affari svizzeri trattenuti da oltre un anno per evasione fiscale e irregolarità dei visti. La sentenza potrebbe aggravare la crisi diplomatica in corso tra i due Paesi da quando nel luglio 2008 il figlio del leader libico Muammar Gheddafi fu arrestato a Ginevra con l’accusa di aver aggredito due domestici. Una condanna che molti in Svizzera aspettavano da domenica sera.
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