Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 25/11/2009, a pag. 1-14, l'articolo di Franco Venturini dal titolo " Rinforzi a Kabul per perdere di meno ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'editoriale dal titolo " Il consiglio di guerra". Ecco gli articoli:
CORRIERE della SERA - Franco Venturini : " Rinforzi a Kabul per perdere di meno "

P uò sembrare paradossale mandare oggi altri militari in Afghanistan per meglio ritirare domani i militari dall’Afghanistan. Eppure è esattamente questa, al di là dei proclami di circostanza, la strategia che Obama si accinge a varare annunciando nei prossimi giorni l’invio di rinforzi a Kabul. Ed è questa l’equazione ad alto rischio cui dovranno rispondere gli alleati atlantici, a cominciare dalla nostra distratta Italia che dopo aver versato giuste lacrime sui suoi caduti ha l’abitudine di dimenticare in fretta la guerra che li ha uccisi. Quello disegnato dalla Casa Bianca e proposto a tutta la Nato (oggi sarà a Roma il Segretario generale Rasmussen) vuole essere un estremo tentativo di, come ha promesso ieri Obama: stabilizzare l’Afghanistan, battere i talebani, smantellare Al Qaeda, ricostruire e democratizzare. In una parola, vincere. Ma in alternativa, se la vittoria dovesse rivelarsi irraggiungibile, i rinforzi serviranno a creare le condizioni minime per disimpegnarsi (in un orizzonte di 4-5 anni, o forse meno) lasciando al governo afghano una capacità almeno apparente di «fare da sé».
Lo schema dell’afghanizzazione a Kabul non può che indurre allo scetticismo, e non soltanto per il pessimo precedente della vietnamizzazione a Saigon. A rendere fragile il progetto contribuiscono fattori che non saranno gran che modificati dal dibattito che ferve negli Usa: occorre dare la priorità alla lotta contro Al Qaeda o colpire duro anche i talebani? I meno cattivi tra questi vanno recuperati alla politica? Bisogna tenere militarmente le città oppure occupare aree più vaste senza perderne il controllo la notte?
Vanno trovate alternative alla coltura dell’oppio, e i soldati devono anche ricostruire e aiutare la popolazione?
Questioni antiche, tutte necessarie e non alternative se si vuole puntare al successo.
Ma il vento afghano non soffia in queste direzioni. Sul terreno i talebani semmai progrediscono, in un mix ormai inestricabile di ex studenti coranici, militanti di Al Qaeda e narcotrafficanti organizzati.
La catastrofica operazione elettorale, poi, ha lasciato al potere un Karzai ancor più debole e delegittimato di prima, sottraendo alla strategia alleata, che si tratti del recupero di una parte dei talebani o dell’afghanizzazione della guerra, un punto di riferimento indispensabile. E contemporaneamente, diventano sempre più caldi i «fronti interni» dei Paesi che in Afghanistan sono impegnati e che subiscono perdite massicce: in Gran Bretagna, in Canada e anche negli Stati Uniti, pur rimanendo «giusto» grazie alle motivazioni originali che l’hanno sempre distinto da quello in Iraq, il conflitto afghano non viene più sostenuto dalle opinioni pubbliche.
A cosa serve, allora, accogliere come noi riteniamo opportuno le richieste di cui è latore Rasmussen e rafforzare la nostra presenza in Afghanistan?
A cosa serve, se la situazione è quella che abbiamo descritto, riaprire i contrasti che sul tema dividono tanto la maggioranza di governo (Bossi auspica il disimpegno) quanto lo schieramento di opposizione (Di Pietro fa lo stesso)? Serve a molto. Non soltanto e non tanto sul piano strettamente militare (Obama manderà forse 30 mila uomini, gli europei tutti insieme dovrebbero arrivare da 3 mila a 7 mila), ma anche e soprattutto su quello politico del legame con l’America di Obama e con il suo ultimo sforzo. Anche a noi italiani interessa tentare di vincere, perché i motivi del conflitto e la pericolosità di un mancato successo restano intatti. E anche a noi interessa poterci ritirare, in caso di fallimento del tentativo, assieme agli alleati, nell’ambito di una decisione condivisa che non ci emargini né dalla Nato né dai buoni rapporti transatlantici.
Cosa farà concretamente l’Italia, mentre altri Paesi europei si apprestano a dare quel segnale di concreto appoggio che Obama deve potersi rivendere all’interno degli Usa? È presto per dirlo. Forse resteranno i soldati inviati per il periodo elettorale, e ne verranno ritirati altri dal Libano. Forse punteremo sulle attività di addestramento, sperando che servano. Certo non è più l’ora di dire, come avveniva fino a poco tempo addietro, che siamo al massimo e di più non possiamo fare. Quel che non possiamo è agire da soli o meno degli altri.
E se qualcuno lo spiegasse agli italiani, forse anche l’opinione pubblica potrebbe capire meglio perché siamo laggiù.
Il FOGLIO - " Il consiglio di guerra "

Per inviare la propria opinione a Corriere della Sera e Foglio, cliccare sulle e-mail sottostanti
lettere@corriere.it; lettere@ilfoglio.it