Riportiamo dall'OPINIONE di oggi, 17/11/2009, l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Vertice Fao: una vetrina per Gheddafi ". Dalla STAMPA, a pag. 3, l'intervista di Roberto Giovannini a Dambisa Moyo, economista africana, dal titolo " Gli aiuti occidentali ci stanno rovinando". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 3, l'intervista di Paolo Conti a padre Piero Gheddo dal titolo " Distribuire denaro porta solo nuova corruzione ".
Il Vaticano ha espresso preoccupazione per la fame nel Terzo Mondo e ha richiesto di investire più fondi nell'economia e nello sviluppo agricolo dei paesi poveri.
Come sostengono Dambisa Moyo e Piero Gheddo, in realtà la soluzione del problema non sta nel distribuire soldi in Africa, che finiscono nelle mani dei corrotti, ma nel puntare tutto sull'istruzione. Istruzione significa anche controllo delle nascite e diffusione di metodi contraccettivi come il preservativo, che però la Chiesa cattolica condanna. Il preservativo oltre che controllare le nascite, bloccherebbe la diffusione di malattie come l'AIDS, altra piaga del Terzo Mondo. Ma la Chiesa cattolica lo vieta. Comunque, come riportato dall'articolo di Emanuele Novazio sulla STAMPA di oggi, la Chiesa non ha preso alcun impiego finanziario per risolvere la situazione in Africa, perciò non comprendiamo l'invito del Papa a investire denaro in Africa quando nemmeno dal Vaticano arrivano i fondi. Ecco gli articoli:
L'OPINIONE - Dimitri Buffa : "Vertice Fao: una vetrina per Gheddafi "

La STAMPA - Roberto Giovannini : " Gli aiuti occidentali ci stanno rovinando "
Dambisa Moyo è nera, giovane, e molto arrabbiata. Nata in Zambia 28 anni fa, questa brillante economista con un dottorato a Oxford, un passaggio alla Banca Mondiale e alla Goldman Sachs tra Londra e New York, ha scritto l’anno scorso un libro sull’Africa e l’Occidente e il fallimento della politica degli aiuti internazionali - Dead Aid, sottotitolo «Why Aid is Not Working and How There is Another Way for Africa» - che ha sollevato una tempesta di polemiche. Le bordate sono arrivate soprattutto da sinistra e dal mondo liberal. Lei parte da una banale constatazione: il trilione di dollari di aiuti in 30 anni non ha portato sviluppo autonomo e non ha cancellato la povertà, ma ha foraggiato élite politiche corrotte e creato una mentalità di dipendenza. Dunque, meglio abolire gli aiuti ai governi, limitandoli alle popolazioni; meglio puntare sugli investimenti diretti, che creano occupazione; meglio, soprattutto, rovesciare l’approccio pietistico (simboleggiato da Bono e Angelina Jolie) che vede nei «poveri africani» degli «oggetti» di aiuto, passivi simboli del senso di colpa dell’Occidente opulento.
Dove ha sbagliato l’Occidente?
«Basta esaminare cosa ha funzionato e cosa no. Se si guarda alla Cina, all’India, al Sudafrica, negli ultimi 30 anni lì si è verificato un successo: basato non certo sugli aiuti, ma sul commercio, sugli investimenti, sulla crescita dei mercati di capitali, sullo sviluppo del credito, sul sostegno al risparmio e all’afflusso delle rimesse degli emigrati. Un modello completamente diverso dall’Africa, che dimostra che c’è una via maestra per crescere e ridurre la povertà».
Qualcuno l’accusa di offrire un alibi a chi vuole tagliare gli aiuti. Altri obiettano che senza spazzare via le corrotte élite politiche africane la via virtuosa allo sviluppo resterà un’utopia.
«Non ho mai detto che l’Occidente debba abbandonare l’Africa; dico solo che dovrebbe sviluppare commercio e investimenti, e non continuare su una strada sbagliata e fallimentare. E poi, è proprio la politica degli aiuti ad alimentare una leadership politica africana tanto orribile. Se non si cambia, non avremo mai leader politici di qualità. Le persone serie, di valore, i tanti giovani africani preparati e intelligenti, non sono interessati a impegnarsi in politica, che è un gioco fasullo basato su questa cultura dell’elemosina fondata sul senso di colpa del mondo ricco che rafforza i politici corrotti».
Per qualcuno la Cina sta assumendo in Africa un profilo di potenza neocoloniale ma a suo giudizio è un’opportunità.
«Certo, anche i cinesi in alcuni casi sostengono dittatori e politici corrotti, ma in ultima analisi la Cina con i suoi investimenti sta portando sviluppo e migliorando il tenore di vita, che è un prerequisito - attraverso la nascita di una classe media - della democrazia e del buon governo. Sappiamo che la Cina sta giocando una sua partita politica, ma per l’Africa è una vera chance di cambiamento. L’Occidente, invece, pare molto più interessato alla sopravvivenza delle dinastie politiche sue clienti».
È in corso una crisi planetaria, pare complicato trovare risorse per l’Africa.
«Un flusso limitato di aiuti dovrà esserci sempre, come sostegno temporaneo e per le emergenze, ma prima o poi vi renderete conto che noi africani siamo come tutti gli altri: ci servono posti di lavoro. Come generarli? Ad esempio, comprendendo che l’Africa è un imponente e giovanissimo mercato, con il 60% della popolazione con meno di 24 anni».
Ma c’è una burocrazia soffocante, continue tangenti...
«Ma è normalissimo, dato il contesto economico. Non c’è lavoro, e se ne hai uno non ti pagano per 6-8 mesi, un anno. Se in Italia i dipendenti pubblici non ricevessero lo stipendio da un anno, tutti chiederebbero tangenti! Sarà così, finché non si rimette in moto un processo di sviluppo virtuoso. Negli anni ‘60, nell’Africa che si affacciava all’indipendenza, c’era fierezza, dignità, avevamo leader con grandi idee. Oggi c’è una pletora di piccoli capetti che vanno ai vertici internazionali a mendicare aiuti e non hanno mai una proposta. Una mentalità che purtroppo si è diffusa in tutta la società».
Molti commentatori liberal hanno duramente criticato le sue proposte. Come si spiega questo atteggiamento?
«Pensano che l’Africa non ce la possa fare. Vogliono «avere cura» degli africani, e sentirsi in colpa per loro. In fondo gli fa comodo pensare che non siamo eguali, che abbiamo bisogno di loro, che ci serve un’elemosina e non posti di lavoro. Nessuno pensa che in Cina e in India ci sono più poveri che in tutta l’Africa. Ma avete mai visto uno spot con un bambino cinese povero e affamato? Mai. Perché i cinesi sono rispettati e si fanno rispettare. L’Africa per qualcuno è solo la terra della guerra, della malattia, della corruzione, della povertà. A una certa opinione liberal va benissimo così».
CORRIERE della SERA - Paolo Conti : " Distribuire denaro porta solo nuova corruzione "

Piero Gheddo
ROMA — «Continuare a distribuire denaro a certi governi africani spesso non risolve i problemi della fame. Anzi, produce corruzione. L’unico modo per aiutare veramente l’Africa a uscire dalla sua condizione è affrontare l’emergenza educativa. Cioè insegnare alle popolazioni i metodi per abbandonare le coltivazioni da sussistenza quotidiana per arrivare a un’agricoltura moderna». Così dice al telefono Piero Gheddo, missionario del Pime, il Pontificio istituto missioni estere. Ieri, in prima pagina su Avvenire , ha firmato un editoriale intitolato «Sviluppo e giustizia cominciano con l’istruzione». Benissimo, ha scritto, se il mondo sviluppato troverà i 44 miliardi di dollari per battere la fame chiesti dal segretario generale della Fao, Jacques Diouf: «Ma assieme ai finanziamenti e alle tecnologie sono indispensabili uomini e donne che consacrino la vita, o qualche anno della loro vita, per compiere con le popolazioni un cammino di crescita in comune, anche in campo agricolo».
Gheddo ha offerto qualche esempio: «A Vercelli produciamo 80 quintali di riso a ettaro, nell’agricoltura tradizionale dell’Africa a sud del Sahara 5 quintali». Con l’assistenza ai governi spesso corrotti, è la tesi di Gheddo, non si uscirà mai a risolvere un problema strutturale. C’è solo la via dell’istruzione, dell’alfabetizzazione, della trasmissione di una moderna concezione dello sviluppo agricolo e quindi economico. Spiega a voce il missionario: «La corruzione dei governi è un cancro che divora molti Paesi. Che siano i popoli ad aiutare i popoli, non più i governi a sostentare i governi. Occorrono progetti educativi mirati, a lunga scadenza, capaci di radicare metodi di produzione, affidati a organizzazioni non governative disposte a rimanere a lungo sul territorio. Perché spesso è inutile realizzare due o tre pozzi d’acqua e un bell’ospedale, e andarsene dopo due anni. Dopo, se non c’è una cultura di mantenimento, tutto viene cancellato».
Un esempio di «cultura trasmessa e radicata» da parte di una missione cattolica? «Non dimenticherò mai il mio arrivo nel 1985 in Burkina Faso, durante la siccità del Sahel. Viaggiai per ore verso il Nord incontrando solo desolazione. Improvvisamente un’oasi di verde, di campagna abitata. Era la missione dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri, in provincia di Torino, impiantati lì dall’inizio del Novecento che hanno insegnato a costruire sbarramenti contro il deserto, ad amministrare l’acqua, a coltivare persino l’uva italiana e straordinari pompelmi rosa. Nessuno ovviamente fuggiva di lì né raggiungeva i campi di raccolta dell’Onu...».
Ma quali sono, a suo avviso, le principali colpe dell’Europa? «Molte, moltissime. Ma storicizzando direi adesso che l’Europa ha improvvisamente abbandonato l’Africa a se stessa negli anni dell’improvvisa decolonizzazione. Lì è cominciato il disastro. Prendiamo l’India, diventata indipendente nel 1947. La decisione venne presa quando la società era ben organizzata, con i partiti politici, i sindacati, una stampa libera e diffusa. E l’India è andata avanti. Nel giro di pochi anni, invece l’Africa è stata lasciata al suo destino anche di sfruttamento. E certo non di educazione alla crescita ».
Per inviare il proprio parere a Opinione, Stampa, Corriere della Sera, cliccare sulle e-mail sottostanti
diaconale@opinione.it; lettere@lastampa.it; lettere@corriere.it