Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 29/10/2009, a pag. 12, la cronaca di Syed Saleem Shahzad dal titolo " I talebani fanno strage a Peshawar e Kabul ". Da LIBERO, a pag. 22, l'analisi di Carlo Panella dal titolo " I talebani fanno stragi di benvenuto per Hillary ". Dal FOGLIO, in prima pagina l'articolo dal titolo " Obama attratto dalla “via ibrida” per stabilizzare Afghanistan e Pakistan ", a pag. 3, l'articolo dal titolo " Nulla si muove nell’area Af-Pak senza le armi di Mr Haqqani". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 17, l'articolo di Guido Olimpio dal titolo " Colpiscono le città per umiliare la potenza Usa ". Ecco gli articoli:
La STAMPA - Syed Saleem Shahzad : " I talebani fanno strage a Peshawar e Kabul "
Talebani
Cento persone massacrate da un’autobomba nel principale mercato di Peshawar, mentre in Pakistan era appena arrivata per la sua prima visita ufficiale Hillary Clinton, segretario di Stato americano. Cinque funzionari dell’Onu uccisi da un commando suicida composto da tre taleban con cinture esplosive e armi automatiche in una foresteria in un quartiere residenziale di Kabul, a dieci giorni dal ballottaggio per le elezioni presidenziali.
Lo scacchiere Afghanistan-Pakistan, ribattezzato «Af-Pak» dall’amministrazione Obama, è in piena fibrillazione e i due Paesi sono sempre più collegati. L’esercito pachistano è impegnato in una dura battaglia nel Waziristan meridionale, la provincia ribelle al confine con l’Afghanistan. I taleban sono riusciti riconquistare il capoluogo Koktai, la loro roccaforte, dal quale erano stati cacciati la scorsa settimana. E hanno scatenato una serie di attacchi terroristici di «alleggerimento» per fiaccare la determinazione del governo di Islamabad.
Dopo gli assalti agli uffici dell’Onu e all’Università della capitale, ieri è toccato a Peshawar, città strategica sulla strada per Kabul. L’auto imbottita di esplosivo è saltata in aria mentre il popolare mercato in Pipal Mandi era affollato soprattutto di donne e bambini. La deflagrazione ha fatto crollare una decina di edifici e una moschea, molti negozi hanno preso fuoco, la gente cercava di fuggire terrorizzata.
Clinton, che in mattinata aveva incontrato il ministro degli Esteri pachistano Shah Mahmud Qureshi, ha condannato l’attacco: «Uccidere gente innocente è un atto di codardia. Il Pakistan è nel mezzo di una lunga battaglia contro estremisti decisi a distruggere tutto ciò che è caro a noi americani come è caro a voi pachistani». L’assalto ai santuari dei taleban e di Al Qaeda nelle province tribali al confine con l’Afghanistan rischia però di trasformare l’intero Paese in un campo di battaglia. Ieri la polizia di Karachi ha trovato esplosivo e munizioni vicino a una università. «È dello stesso tipo usato a Lahore, Peshawar e Islamabad», ha detto il capo della polizia locale Fayyaz Khan.
Dall’altra parte del confine, il ritiro delle truppe americane dalla provincia del Nuristan, una regione montagnosa contigua al Pakistan, ha consentito ai taleban di riorganizzarsi, occupare la maggior parte della provincia, tranne il capoluogo, e cominciare a mandare rinforzi in Waziristan. La decisione sul ritiro è stata presa dal generale americano Stanley McChrystal, per la difficoltà di portare rifornimento alle basi nelle valli prive di strade e bloccate dalla neve in inverno. Un mese fa otto marines erano morti in un assalto a una base isolata condotto da duecento insorti.
Per quanto strategica, la ritirata dal Nuristan pone interrogativi anche sulla possibilità di controllare il territorio da parte delle forze Nato in vista delle elezioni del 7 novembre. I taleban hanno annunciato l’intenzione di sabotarle in tutti i modi e ieri hanno colpito un foresteria che ospitava funzionari dell’Onu, che tra l’altro saranno anche impegnati a vegliare sulla regolarità del voto.
Un commando di tre guerriglieri, con indosso uniformi, forse della polizia, è riuscito a penetrare nell’edificio protetto da guardie armate. Secondo un portavoce del ministero degli Interni, Zemaray Bashari, «uno dei terroristi è riuscito a far saltare la cintura esplosiva che indossava». È scoppiato un incendio, i funzionari hanno cercato di fuggire, saltando dalle finestre, sotto i colpi degli altri terroristi che sparavano con kalashnikov e lanciavano granate. Poi sono intervenute le forze di sicurezza. Tutti e tre i guerriglieri sono morti, assieme a due agenti e a 5 funzionari Onu, tra cui, forse, un americano.
L’attacco ha coinciso con il lancio di razzi contro il centralissimo Hotel Serena: un centinaio di ospiti si sono rifugiati in un bunker, ma non ci sono vittime perché gli ordigni non sono esplosi. Un portavoce dei taleban, Zabiullah Mujahid, ha detto che quello di ieri «è soltanto l’inizio» di un’offensiva volta a impedire il ballottaggio del 7 novembre.
LIBERO - Carlo Panella : " I talebani fanno stragi di benvenuto per Hillary "
Hillary Clinton
C’è puzza di Saigon oggi a Kabul, ma anche Islamabad: il sangue delle vittime, un centinaio a Peshawar, sei a Kabul, unisce le due nazioni in un’unica crisi: AfPak, Afghanistan e Pakistan uniti dalle stragi talebane.
AfPak è una sigla che dobbiamo iniziare a maneggiare, come dobbiamo iniziare a vedere i segni di una sconfitta dell’occidente, così simili, nelle dinamiche di fondo, a quella di Saigon di 34 anni fa. Una similitudine che Barack Obama incarna, con la sua incredibile indecisione sulla strategia da seguire, come a suo tempo Lyndon Johnson in Vietnam. Da due mesi, infatti, il generale McCrystal, cui lui stesso ha affidato il comando a Kabul, gli chiede 40.000 soldati in più per presidiare il territorio, soprattutto quello ai confini col Pakistan.
Da due mesi, Obama tentenna, temporeggia, però, nel frattempo, triplica le azioni dei droni, aerei senza piloti, che hanno un pregio - per l’inquilino della Casa Bianca - e un difetto, per gli afgani: non espongono alla morte le vite di militari statunitensi, ma intervengono dopo ore e ore dalla segnalazione dell’obiettivo da colpire e quindi sterminano più civili che talebani.
Una scelta cinica, che ben caratterizza la caratura del Nobel per la Pace, che eccita odio antiamericano. Una scelta che va tutta a favore della grande forza che i talebani hanno: un consenso popolare contrastato, minoritario, ma comunque largo, di qua e di là dalla frontiera, tanto che negli ultimi tre anni hanno sfondato in pieno anche sul territorio pakistano.
I talebani non sono “gli arabi” di Al Qaeda per le popolazioni a ridosso della frontiera dei due paesi, sono un movimento politico - che è anche terrorista, ma non solo - che è spesso rispettato perché - e il fatto è fondamentale - difende e fa proprio il “pashtunwali”, il codice di famiglia millenario - dei pashtun, etnia maggioritaria in Afghanistan, come in Pakistan.
Nel pantano decisionale americano, l’iniziativa talebana può irrompere dunque con precisione chirurgica.
A Kabul, ieri, un commando talebano ha assalito una sede Onu, in piana zona protetta, esattamente nel momento in cui Hillary Clinton arrivava in visita di Stato a Islamabad, capitale del Pakistan. Pochi minuti e i cento morti della strage del mercato di Peshawar, la città pakistana più vicina all’Afghanistan, hanno suonato come campane a morto sul controllo del territorio da parte del governo pakistano.
Le similitudini tra Afpak e Vietnam, però, non si riscontrano solo sul piano militare, sull’indecisionismo dei presidenti democratici. Sono profonde e vanno al cuore del problema.
In Vietnam gli Stati Uniti hanno sempre vinto sul piano militare (anche la famosa offensiva del Tet del 1968), ma hanno poi perso perché ha collassato il gruppo dirigente sudvietnamita che mantenevano al governo di Saigon. Collassò perché Kao Ky e Van Thieu erano parte della minoritaria èlite cattolica (retaggio del colonialismo francese) che rifiutò sempre - con l’irresponsabile appoggio di Kennedy e poi di Johnson - di allearsi con la “terza forza”, quei partiti (ma anche quei generali e ufficiali e soldati) buddisti, che erano fieramente anticomunisti, che erano pronti ad un alleanza, ma che furono sempre rifiutati se non perseguitati (vi furono addirittura battaglie tra reparti sudvietnamiti buddisti e reparti sudvietnamiti cattolici).
Oggi, a Kabul e a Islamabad, la debolezza americana (e della Nato) non è solo evidente sul piano militare, ma soprattutto su quello politico. Sia Karzai a Kabul sia Zardari a Islamabad, guidano governi che non sanno conquistarsi consenso popolare, la cui corruzione grida vendetta, ma gli Stati Uniti ripetono l’errore del Vietnam: forniscono aiuti e fanno morire loro soldati per difenderli, senza chiedere contropartite politiche. Assurdamente, ma democraticamente, rispettano la loro sovranità. Ma devono svoltare: devono porre a Karzai come a Zardari delle precise e vincolanti richieste politiche, a partire dall’epurazione dei servizi segreti pakistani collusi con i terroristi talebani da anni, infischiandosene del rispetto della loro sovranità.
Il FOGLIO - " Obama attratto dalla “via ibrida” per stabilizzare Afghanistan e Pakistan "
Obama
Il FOGLIO - " Nulla si muove nell’area Af-Pak senza le armi di Mr Haqqani"
Jalaluddin Haqqani
CORRIERE della SERA - Guido Olimpio : " Colpiscono le città per umiliare la potenza Usa "
Guido Olimpio
WASHINGTON — È la strategia delle città. Gli insorti che agiscono sui due versanti del conflitto — Afghanistan, Pakistan — l’hanno adottata per dimostrare di essere in grado di colpire come e dove vogliono. Da soli o insieme agli «affiliati », una vasta corte di militanti qaedisti, kashmiri, uzbeki e locali. Attacchi che hanno anche il sapore della sfida ai piani che sta studiando in queste ore la Casa Bianca. Una delle ipotesi valutate e, sembra, approvata, è quella di concentrare i rinforzi americani a difesa dei centri abitati. Con le loro bombe i terroristi dicono: noi siamo già dentro.
Negli ultimi mesi i ribelli hanno messo a segno colpi devastanti a Kabul e nelle principali città del Pakistan. Un’offensiva che ha confermato flessibilità da parte degli estremisti. Prendono di mira obiettivi «morbidi» come un grande albergo. Oppure bersagli ben protetti. Per portare a termine la missione usano tattiche complesse. Azioni suicide affidate a gruppi ribattezzati «fedayn» che prima di farsi saltare ingaggiano furiosi combattimenti. Ricorrono all’auto-bomba per causare un gran numero di vittime — quello che è accaduto ieri a Peshawar — ma anche come ariete esplosivo al fine di sorprendere le difese. Sono dei guerriglieri votati al martirio capaci però di manovrare per infliggere i maggiori danni possibili. E prima del gesto finale provano a prendere ostaggi per aumentare il caos, incutere terrore, dare prova di essere «in controllo». Si sentono abbastanza sicuri da assalire in Pakistan caserme e sedi dell’intelligence. Spesso si travestono da soldati o poliziotti. Per gli esperti i responsabili delle stragi di Kabul sono miliziani vicini al potente clan Haqqani che hanno stretto un patto con un network presente da tempo nella capitale. Dall’altro lato del confine si tratta di uomini legati alle formazioni integraliste finite nel mirino di Islamabad. Una nebulosa dove si scambiano ruoli e compiti. Ci sono i seguaci del Lashkar-e-Jangvhi o di Jash Mohammed, separatisti kashmiri, mujaheddin del Movimento uzbeko e ovviamente i talebani pachistani. Molti di loro hanno seguito corsi di addestramento tenuti da 007 (attivi o in pensione) di Islamabad. Li volevano impiegare in chiave anti-indiana ma oggi se li ritrovano nel cortile di casa dove usano i trucchi e i sistemi che gli sono stati insegnati. Sarà difficile fermarli.
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