Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 27/07/2009, a pag. 6, l'articolo di Marcello Foa dal titolo " Ecco perché non si può lasciare il campo alla violenza dei talebani " e dalla STAMPA, a pag. 5, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " La regia di Baradar il “cugino” di Karzai che vuole l’Emirato ". Ecco gli articoli:
Il GIORNALE - Marcello Foa : " Ecco perché non si può lasciare il campo alla violenza dei talebani "
La STAMPA - Maurizio Molinari : " La regia di Baradar il “cugino” di Karzai che vuole l’Emirato "
E’ da lui che è partito l’ordine di disseminare potenti ordigni esplosivi sulle strade afghane come di colpire le rotte dei rifornimenti Nato in Pakistan, vive a Quetta non dormendo mai nello stesso letto per due notti di seguito, obbliga i comandanti taleban a passare due mesi al fronte con i propri uomini e gira con una valigetta piena di carta intestata all’Emirato islamico dell’Afghanistan, usando la quale gestisce un tesoro valutato in diverse centinaia di milioni di dollari, proventi del traffico dell’oppio inclusi. Il nuovo capo dei taleban è Mullah Abdul Ghani Baradar e gestisce potere, armi e danaro in nome del Mullah Omar - scomparso nel nulla dalla fine del 2001 mentre era alla guida di una motocicletta nei pressi di Kandahar - vestendo i panni del nemico numero uno delle forze alleate in Afghanistan. L’intelligence americana attribuisce a lui la regia dell’attuale tattica del taleban nell’Helmand: di fronte all’offensiva di 4000 marines si sono mischiati alla popolazione civile, evitando confronti diretti in grande stile per dedicarsi a imboscate improvvise e soprattutto a «piantare fiori», ovvero lasciare lungo il ciglio delle strade le potenti Ied causa di oltre l’80 per cento delle perdite americane.
Il potere di Baradar risiede nella delega ricevuta dal Mullah Omar, che guidò il regime dei taleban fino all’attacco americano dopo l’11 settembre, di gestire i proventi di riscatti, narcotraffico, pedaggi e donazioni caritatevoli provenienti dagli Emirati del Golfo. Al controllo delle risorse somma una passione per il combattimento che lo spinge a esporsi spesso in prima persona. «È a lui che rispondono i poteri militare, politico, religioso e finanziario», ha confermato al magazine Newsweek il mullah Shah Waki Akhund, sottocomandante per la regione dell’Helmand che prende direttamente da lui gli ordini su come sfidare i marines.
Appartenente all’etnia pashtun e alla tribù dei Popalzai, proprio come il presidente afghano Hamid Karzai, Baradar punta a far risorgere l’Emirato islamico dell’Afghanistan con una strategia che ha per obiettivo i rifornimenti delle truppe Nato in maniera analoga a quanto venne fatto contro l’Armata Rossa negli Anni Ottanta. Agli attacchi già avvenuti in Pakistan contro i trasporti di acqua, cibo e carburante ha ora ordinato di aggiungerne di simili nelle province afghane di Kunduz, Takhar e Badakhshan, ai confini con Uzbekistan e Tagikistan per neutralizzare l’accordo siglato da Washington con Mosca per utilizzare le rotte dell’Asia Centrale. Ciò che più preoccupa il Pentagono e Karzai sono i suoi stretti rapporti con i Popalzai - la maggiore tribù pashtun - che possono consentire ai taleban di guadagnare terreno anche nelle zone dell’Afghanistan che al momento godono di maggiore stabilità. Per avere un’idea dell’importanza che Karzai assegna a Baradar basti pensare che durante lo scorso anno è a lui che pensò per tentare di iniziare un negoziato di pace capace di estromettere il Mullah Omar. Ironia della sorte vuole che se Baradar governa oramai indisturbato sulle milizie taleban è anche grazie ad un blitz condotto dagli americani nel 2007 che portò all’uccisione del Mullah Dadullah, suo acerrimo avversario.I marines veterani dell’Iraq considerano gli insorti afghani molto più «tosti» di quelli iracheni. Il New York Times ha intervistato reduci dall’Iraq spediti sul fronte afghano e tutti sono rimasti sorpresi dalla capacità di combattimento e dall’abilità tattica dei taleban. «Non abbiamo mai incontrato un nemico così tenace - racconta un sergente spostato nell’Helmand -. In pochi giorni abbiamo dovuto affrontare tre imboscate, ognuna più dura di tutti gli attacchi subiti nella provincia di Anbar, la peggiore in Iraq». I marines sottolineo che i taleban non si limitano a «colpire e fuggire», ma sanno «manovrare» e capiscono quando conviene attaccare e quando conviene «ritirarsi e aspettare».
Per inviare la propria opinione a Giornale e Stampa, cliccare sulle e-mail sottostanti
segreteria@ilgiornale.it; direttore@ilgiornale.it