Riportiamo dall'UNITA' di oggi, 19/06/2009, a pag. 25, l'articolo di Umberto De Giovannangeli dal titolo " Clinton-Lieberman: è gelo sulle colonie " e dal MANIFESTO, a pag. 8, quello di Michele Giorgio dal titolo " Clinton: colonie, ora basta ".
Due articoli pressochè identici, carichi di pregiudizi contro Israele e il suo attuale governo. Udg e Giorgio (Bibì e Bibò) riportano con evidente soddisfazione la notizia del colloquio Lieberman/Clinton durante il quale Clinton avrebbe richiesto a Lieberman il blocco totale degli insediamenti e criticato la politica di Israele nei confronti di Gaza.
Nemmeno una parola sulla politica di Hamas e dell'Anp nei confronti di Israele, nè sul fatto che il governo Netanyahu sta facendo degli sforzi per arrivare alla pace coi palestinesi mentre questi ultimi non ne accettano alcuno.
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Clinton-Lieberman: è gelo sulle colonie "
Il MANIFESTO - Michele Giorgio : "Clinton: colonie, ora basta"
Torna a casa con ben pochi risultati in tasca il ministro degli esteri israeliano e leader dell’ultradestra Avigdor Lieberman, che sia in Europa sia negli Stati Uniti si è sentito ripetere che la colonizzazione ebraica della Cisgiordania palestinese deve cessare. Due giorni fa a Washington i sorrisi di inizio della conferenza stampa con Lieberman e il Segretario di stato Hillary Clinton hanno presto lasciato il posto a toni decisamente meno distesi. L’Amministrazione Obama, ha ribadito Clinton, vuole il blocco totale delle costruzioni negli insediamenti colonici. Lieberman, esprimendosi in un inglese zoppicante, ha replicato che le costruzioni invece andranno avanti per rispondere alle esigenze di «crescita naturale» delle colonie. Muro contro muro, almeno in apparenza. Lo scontro continua ma non bisogna farsi troppe illusioni sulla volontà di Washington di far applicare le risoluzioni internazionali per i Territori occupati. Stati Uniti e Israele stanno negoziando dietro le quinte una via d’uscita alla loro «crisi» sulla questione delle colonie e Clinton ha offerto a Israele la disponibilità a valutare «possibili soluzioni» - come la prosecuzione di progetti di sviluppo degli insediamenti già avviati - e insistito invece sulla necessità di congelare qualsiasi nuovo piano edilizio in Cisgiordania. L’Unione europea sta a guardare. Per ora segue le orme degli Stati Uniti e sino a quando non verrà trovato il compromesso sulle colonie richiesto da Israele, è probabile che i vertici dell’Uemantengano la «fermezza» che hanno mostrato qualche giorno fa, quando hanno fatto ripartire Lieberman senza accordo sul rafforzamento delle relazioni tra Bruxelles e Tel Aviv. Poi avverrà un rapido adeguamento alle posizioni di Washington, anche nel fare pressioni sull’Anp di Abu Mazen affinché riprenda al più presto i negoziati con Israele, rinunciando alla condizione posta di una completa cessazione di ogni attività di costruzione nelle colonie. L’esito è scontatoma gli elementi di novità in questa controversiaUsa-Israele non sono irrilevanti. L’Amministrazione Obama ha di fatto decretato l’archiviazione, forse definitiva, della «lettera di assicurazioni» che nel 2004 l’ex presidente Usa George W. Bush consegnò all’allora premier israeliano Ariel Sharon, con la quale riconobbe a Israele il diritto di annettersi - nel quadro di un accordo di pace con i palestinesi - quelle porzioni di Cisgiordania dove sono presenti le principali concentrazioni di insediamenti colonici. Una decisione senza precedenti. Grazie a quella lettera Netanyahu e, soprattutto, i suoi predecessori, Sharon ed EhudOlmert, si sono sentiti autorizzati a far proseguire le costruzioni nelle colonie di quelle aree della Cisgiordania che Israele prevede di assorbire definitivamente nel suo territorio. «Lamusica è cambiata – ha commentato il professor Efram Imbar, esperto di relazioni Usa-Israele – l’Amministrazione Obama ha una interpretazione di ciò che accade in Medio Oriente profondamente diversa da quella di Bush che invece aveva instaurato relazioni speciali con Israele. La lettera data a Sharon non pare avere alcuna importanza per Obama e i suoi collaboratori». Hillary Clinton, durante la conferenza stampa con Lieberman, ha precisato che non esiste alcuna posizione o un documento ufficiale nel quale viene affermato un via libera degli Stati Uniti alla «crescita naturale» della colonie ebraiche nei territori palestinesi occupati. Secondo il Washington Post l’Amministrazione Obama riderebbe valido il parere legale emesso trent’anni fa dal Dipartimento di stato che considera gli insediamenti ebraici «in contraddizione con la legge internazionale». Parere che fu emesso durante l’amministrazione di Jimmy Carter, su richiesta del Congresso. Si basa sull'articolo 49 della convenzione di Ginevra secondo il quale una potenza occupante «non può deportare o trasferire parte della sua popolazione civile nei territori che occupa». Il successore di Carter, Ronald Reagan, affermò di non essere d’accordo e definì gli insediamenti «non illegali». Dopo quello del 1979 non è stato più richiesto alcun parere legale e, pertanto, quello rimane valido. Ma aver chiuso la lettera di Bush in un cassetto non autorizza a immaginare un maggior rispetto americano di leggi e risoluzioni internazionali per il Medio Oriente. La televisione israeliana ieri spiegava la rigidità dell’Amministrazione Obama sulle colonie ebraiche con la necessità di conquistare simpatie nel mondo arabo inmodo da prepararlo a sacrifici futuri, in evidente riferimento all’intenzione degli Usa di avviare subito la normalizzazione dei rapporti tra regimi arabi e Tel Aviv, senza attendere la nascita di uno Stato palestinese.Per inviare la propria opinione a Unità e Manifesto, cliccare sulle e-mail sottostanti
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