Bibi Netnayahu non ha deluso le aspettative, nel suo discorso al Besa Center, all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv, ha descritto con molta chiarezza qual'è la posizione di Israele, lasciando nessun spazio alle interpretazioni. Con una eccezione, la REPUBBLICA, che sposa, come sempre, il rifiuto palestinese, definendo "timida e parziale" la proposta di Netanyahu. Riprendiamo l'articolo di Alberto Stabile al fondo di questa pagina. Pubblichiamo la cronaca di Francesco Battistini dal CORRIERE della SERA di oggi, 15/06/2009, segue l'intervista ad Hanan Ashrawi, sempre di Battistini, con un nostro commento, dal GIORNALE l'intervento di R.A.Segre e dalla STAMPA l'analisi dall'America di Glauco Maggi.
Corriere della Sera- Francesco Battistini: " Sì a uno stato palestinese smilitarizzato "
GERUSALEMME — Obama chiama, Bibi risponde. Ma solo un pochino. E il discorso più annunciato della recente storia israeliana, la risposta di Netanyahu al celebrato speech cairota del presidente americano, non smentisce le anticipazioni degli ultimi giorni. Il premier parla una mezz'ora abbondante. Abbonda in pause, sguardi solenni. Ripete che la Road Map verrà rispettata. E dice quel che la destra non aveva ancora osato, da quand'è tornata al governo: il sì a uno Stato palestinese. Aggiungendo poco altro, però. E anzi elencando una serie di «ma» che alla fine, un po', sbianchettano la concessione: sì a una Palestina «sovrana e con una propria bandiera», certo; ma purché sia smilitarizzata; e in cambio riconosca l'identità ebraica d'Israele; e non pretenda di risolvere dentro Israele il problema dei profughi; e non si sogni che le colonie vengano smantellate; e men che meno pretenda una divisione di Gerusalemme. Applaude convinta la platea nell' aula magna del Be-Sa Center di Tel Aviv, dove Be-Sa sta per Begin-Sadat e però il discorso non ha la grandezza di quegli statisti. Concorda soddisfatta la Casa Bianca, col portavoce di Obama che parla di «passo importante». Fischia, e forte, l'Autorità nazionale palestinese per bocca di Saeb Erekat: «La pace può aspettare anche mille anni». Con un portaparola di Abu Mazen, Nabil Rudeina, che mette una pietra tombale: «Questo discorso, con la pretesa d'iscriverci al movimento sionista mondiale, di fatto silura tutti gli sforzi di pace ».
Tanto tuonò che Bibi. Le aspettative erano molte e Netanyahu, la camicia bianca e la cravatta azzurra dei momenti cruciali, stavolta non sorprende. «Lo sapeva anche lui», dice un suo stretto collaboratore, ed è per questo che ha scelto di parlare da un podio come l'università di Bar Ilan: il più prestigioso campus del nazionalismo religioso, da dove partì anche il killer di Rabin, trecento invitati selezionatissimi che evitassero le interruzioni della Knesset. «Distinti ospiti, cittadini d'Israele...»: la prima parola che Bibi pronuncia è «shalom»; l'ultima, una citazione dei Profeti. Ha tre argomenti da trattare — l'Iran, lo sviluppo economico, il processo di pace —, ma i primi due sono facili da liquidare, dopo che il voto di Teheran ha sancito «l'incontro fra l'Islam e gli armamenti nucleari», ora che serve «una cooperazione di tutti i leader arabi per creare investimenti». Al punto più atteso — la pace —, Bibi ricorda la sua storia personale, «ho fatto battaglie e guerre, ho perso un fratello, ho perso amici», e raccoglie il primo battimani: «Non voglio la guerra, nessuno la vuole in Israele».
Vuole la pace, e che l'altro non prepari la guerra. L'Anp dovrebbe riaprire immediatamente il negoziato, ma innanzi tutto renda innocuo Hamas. E poi niente armi, niente spazio aereo: «Se riceveremo la garanzia della smilitarizzazione e del rispetto della sicurezza, e se i palestinesi riconosceranno Israele come nazione ebraica, allora siamo pronti a un autentico accordo di pace e a raggiungere una soluzione basata su uno Stato palestinese smilitarizzato, di fianco a uno ebraico». L'identità è una concessione alla destra estrema, tanto che il ritorno dei profughi del 1948 (stabilito dalla Road Map) «è contro il principio d'Israele in quanto Stato ebraico ». Pure le parole su Gerusalemme, «capitale unica e indivisibile dello Stato ebraico», servono a tranquillizzare gli alleati di governo. E i coloni, «nostri fratelli e sorelle, non sono nemici della pace»: «Non voglio fare costruire nuovi insediamenti o confiscare terre con quest'obiettivo, ma occorre permettere agli abitanti delle colonie di vivere normalmente». Ovvero, di restare dove sono: esattamente il contrario di quanto stabiliscono gli accordi internazionali.
Corriere della Sera: Francesco Battistini: " Non ci sta offrendo la patria ma una nuova occupazione ", intervista con Hanan Ashrawi.
Che tristezza leggere le tiritere di Hanan Ashrawi, tutta una vita accanto ad Arafat, del quale ha condiviso tutto, errori e atti criminali, e che adesso continua a lamentarsi perchè Israele " non offre una patria ai palestinesi". Chissà, provasse una volta a chiedersi le ragioni non sarebbe male.
GERUSALEMME — «A me piacciono i bei discorsi, indipendentemente da quel che si dice... », ride Hanan Ashrawi. Sessantun anni, buoni studi all'American University di Beirut, cristiana per famiglia e marito, nella politica palestinese da quand'era la portavoce di Arafat, oggi deputata vicina al premier Salam Fayyad, la signora Ashrawi fa una sola concessione, una volta spenta la tivù e la faccia di Netanyahu: «L'unica cosa che m'è piaciuta, è l'uso che ha fatto delle parole, dei silenzi. Dev'essersi esercitato molto. Per dire poco».
Poco?
«Non vedo un grande cambio di posizione. È la solita politica della destra israeliana. C'è una bella differenza, fra le cose che ha detto Bibi e quelle di Obama, a cui voleva idealmente rispondere. Al di là delle emozioni: il presidente americano ha detto con chiarezza che Israele deve dire stop agli insediamenti, Netanyahu ha detto soltanto che non ne vuole di nuovi. Ma s'è ben guardato dal parlare d'un congelamento di quelli che già ci sono».
Però una novità c'è: la prima volta, dopo molti anni, che un premier della destra accetta l'idea d'uno Stato palestinese.
«E a lei questa sembra una novità? È chiaro che si tratta solo d'una operazione di retorica. D'un gioco di parole. Netanyahu dice che ci dev' essere uno Stato palestinese. Ma vuole che diventiamo anche noi sionisti, che gli arabi che stanno in Israele accettino d'essere quel che non sono, prima d'accomodarci al tavolo e trattare».
Ma perché non riconoscete Israele?
«Non possiamo farlo in questi termini. Significa abbandonare al loro destino i nostri fratelli arabi. Significa contraddire tutta la nostra storia ».
Una Palestina smilitarizzata non è nell'interesse di tutti?
«La nozione di Palestina smilitarizzata corrisponde al concetto che ha Bibi del popolo palestinese: un popolo che abbia una terra, ma che comunque non controlli le sue frontiere, non abbia un esercito e non possa nemmeno guardare se nel suo cielo volino bombe o aquiloni. Questo non è uno Stato: è la prosecuzione di un'occupazione. Anzi, è la versione aggiornata dell'occupazione: una cosa morbida, tanto per compiacere la Casa Bianca. Il suo discorso è arrogante, ideologico. Non ha le dimensioni del discorso di pace: ha quelle del controllo del territorio».
Ma non c'è niente da salvare?
«Netanyahu ha chiuso la porta su tutto. Gerusalemme è una città occupata, non può non essere la nostra capitale. E se Fatah e Hamas raggiungono un accordo, Israele deve accettarlo: noi non decidiamo chi deve stare al governo israeliano. La cosa più arrogante è la pretesa di risolvere al di fuori d'Israele la questione dei profughi. E poi di chiedere ai palestinesi d'aderire all'identità ebraica: dobbiamo dimostrare d'essere ragazzi di buone maniere, prima d'essere ammessi a vivere sulla loro terra».
Il Giornale- R.A.Segre: " Guerra o no ? Ecco che cosa farà Israele "